Novecento a pezzi

L’Italia del terzo millennio come quella del medioevo: comandano le corporazioni

Dinastie accademiche, alta burocrazia, sindacati, associazioni di categoria. E poi notai, farmacisti, giornalisti, avvocati. E tassisti. Non riusciamo a fare a meno delle tribù. Che dialogano col potere in modo, spesso, poco trasparente

Hulton Archive/Getty Images

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9 Gennaio Gen 2016 0830 09 gennaio 2016 9 Gennaio 2016 - 08:30

L'Italia è una Repubblica fondata sulle corporazioni. Tante, autoreferenziali, spesso tutelate oltre ogni ragionevole misura. Per qualcuno sono un inevitabile retaggio della nostra tradizione, per altri rappresentano plasticamente i problemi del Paese. Sono ovunque. Dalle dinastie accademiche all’alta burocrazia, passando per sindacati e associazioni di categoria. E poi notai, farmacisti, giornalisti, avvocati: professioni rappresentate da appositi ordini che in alcuni casi ne garantiscono inaccessibilità e privilegi.

È un fenomeno antico, per certi versi molto italiano. «Siamo un paese che ha un forte senso di appartenenza, soprattutto territoriale» spiega il segretario generale del Censis Giorgio De Rita. «Inevitabilmente questo ha avuto delle ripercussioni anche in ambito professionale». Senza tornare al XII secolo e alla nascita delle gilde medievali, basta ricordare la nostra storia recente. A partire dalla Camera dei Fasci e delle Corporazioni istituita durante il Ventennio. «Fa parte della nostra tradizione» racconta Serena Sileoni, vicedirettore generale dell’Istituto Bruno Leoni. «Facciamo finta che non esiste, ma il nostro modello economico e produttivo si basa ancora su un sistema corporativo».

Intendiamoci, la presenza di categorie professionali a tutela dei propri associati non è necessariamente un male. E legittimo è il rapporto tra queste realtà e il decisore pubblico. «Il problema, semmai, riguarda il grado di opacità di questo dialogo», continua Serena Sileoni. «In assenza di trasparenza, talvolta il decisore finisce per entrare in contatto con il portatore di interessi meno preparato, ma con le migliori relazioni personali. E questo dà vita a una seconda anomalia tutta italiana: queste corporazioni spesso non portano avanti un legittimo interesse, ma tendono unicamente a difendere se stesse».

Boeri solleva il caso dei notai, «molto abili nel vanificare ogni incremento del numero di operatori fissato per legge». Il risultato è paradossale: oggi in Italia abbiamo gli stessi notai di un secolo fa. Nel 1914 erano 4.310, adesso sono 4.776

Le cronache politiche sono piene di queste vicende. I giornali raccontano di assalti alla diligenza nei corridoi parlamentari, lobbisti in agguato fuori dalle commissioni. Esponenti di questa o quella categoria pronti a proporre l’emendamento giusto al deputato più disponibile. In alcuni casi non serve nemmeno alzare troppo la voce, molti ordini professionali siedono già in Parlamento. «La quota di deputati appartenenti a qualche ordine è l’unica cosa che continua a crescere nell’economia italiana» scriveva qualche anno fa Tito Boeri nella prefazione del libro “Dinastie d’Italia”. «Nella XVI legislatura ci sono ben 338 tra avvocati, medici, ingegneri, commercialisti, architetti, notai, giornalisti e farmacisti in Parlamento. Più di un terzo del numero totale di deputati e senatori».

Oggi le cose non sono cambiate. E non è difficile capire perché molte riforme restano bloccate. È una questione di logica: perché un professionista dovrebbe danneggiare se stesso? Perché liberalizzare, creare altre licenze, o più semplicemente togliere le barriere a nuovi concorrenti? Boeri solleva il caso dei notai, «molto abili nel vanificare ogni incremento del numero di operatori fissato per legge». Il risultato è paradossale: oggi in Italia abbiamo gli stessi notai di un secolo fa. Nel 1914 erano 4.310, adesso sono 4.776.

Giornalisti, medici, veterinari, ma anche psicologi, agronomi, consulenti del lavoro. In Italia esistono 19 ordini e 8 collegi professionali. In totale ci sono 27 diverse professioni che richiedono l’iscrizione a un albo, per un totale di oltre 2 milioni di iscritti. Il dibattito è aperto da tempo: c’è chi propone di abolire tutti gli ordini e chi ne giustifica l'esistenza. La deriva populista è sempre dietro l'angolo. «Gli ordini professionali esistono per un motivo molto ragionevole» dice Michele Pellizzari, professore di Economia a Ginevra, già docente alla Bocconi ed economista all’Ocse di Parigi. «Ponendo delle barriere all’ingresso, si garantisce che solo persone in grado di offrire servizi di una certa qualità possano operare nel mercato. Lamentarsi perché gli ordini limitano la concorrenza è una banalità: l’obiettivo è garantire servizi migliori».

Purtroppo non sempre funziona così. Come evidenzia la ricerca di Pellizzari raccolta nel libro ”Dinastie d’Italia” - pubblicato insieme al giornalista Jacopo Orsini - in alcune professioni avere un familiare già iscritto facilita l’accesso all’ordine. Anche di parecchio. Non è un mistero: chi è cresciuto in una famiglia di medici avrà più possibilità di lavorare in ospedale. Nulla di male. Il problema si crea quando l’accesso a una professione si accompagna a pratiche di nepotismo e corporativismo. Quando facilitando l’ingresso a individui con meno capacità si diminuisce, di fatto, la qualità dei servizi.

Giornalisti, medici, veterinari, ma anche psicologi, agronomi, consulenti del lavoro. In Italia esistono 19 ordini e 8 collegi professionali. In totale ci sono 27 diverse professioni che richiedono l’iscrizione a un albo, per un totale di oltre 2 milioni di iscritti

Ovviamente il tema delle corporazioni non si limita agli ordini professionali. Basta pensare al mondo accademico, dove spesso il familismo è più diffuso di quanto non accada in altre categorie. E non ci sono solo le università. Forse i tassisti non hanno voce in capitolo quando in Parlamento si discute di liberalizzazioni? «Le corporazioni consolidate non sono solo le professioni ordinistiche» conferma Serena Sileoni. «Ad esempio nessuno pensa mai alla Coldiretti, che rappresenta una voce molto importante, e legittima, in tema di agricoltura. Vede, in Italia la politica sugli Ogm rispecchia fedelmente la posizione di questa associazione di categoria. Mi chiedo, è solo un caso? Non c’è nulla di male, ma forse in democrazia bisognerebbe sapere da dove viene un determinato indirizzo politico».

Dalle gilde medievali agli Ogm, il corporativismo attraversa la storia italiana. Cosa riserva il futuro? Giorgio De Rita è convinto che alcuni cambiamenti siano già avviati. «La necessità di rispondere alla crisi economica degli ultimi anni e il forte cambiamento demografico in corso nel nostro Paese - spiega - hanno molto diluito il clima corporativo in Italia». Il segretario generale del Censis torna all’autoreferenzialità di alcune realtà lavorative. «La limitazione dell’accesso a una professione è una delle componenti della difesa corporativa, ma oggi il mondo è cambiato. Questi strumenti di tutela non servono più: è necessario tutelare la professione a tutto tondo, non solo l’accesso ad essa. Una tutela che passa attraverso altre dimensioni: il welfare, ad esempio, con lo sviluppo delle casse previdenziali. Ma anche l’economia reale, per garantire più lavoro». Forse il presente è già diverso. «Oggi la dimensione corporativa è cambiata. È un processo di transizione in corso da almeno venti anni, la crisi economica l’ha solo accelerato».

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