Stefano Rodotà: la trasparenza totale è un’idea da dittatori

Parla il giurista e politico, primo Garante della privacy italiano: «La libertà oggi? Non essere oggetto di controllo continuo per quanto riguarda il consumo o il lavoro»

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12 Marzo Mar 2016 0700 12 marzo 2016 12 Marzo 2016 - 07:00

Stefano Rodotà, classe 1933, nella sua lunga carriera è stato molte cose. Giurista, accademico, politico, ha ricoperto la carica di primo presidente del PDS, per esempio, ed è stato una voce importante nel dibattito pubblico italiano, anche prima della candidatura alla presidenza della Repubblica da parte del Movimento 5 Stelle. Oppositore di proposte come la cosiddetta “legge bavaglio” sulle intercettazioni dell’ultimo governo Berlusconi, critico dell’allora ministro della Giustizia Alfano sul caso Englaro, e da ultimo scettico sulla versione “mutilata” della legge Cirinnà frutto dei compromessi parlamentari.

Rodotà è stato anche il primo Garante della privacy in Italia, tra il 1997 e il 2005, e sui temi della tutela delle informazioni personali, insieme alle sfide che pongono per i diritti civili e le libertà personali nell’era di Internet, si è concentrato da allora. «L’importanza della privacy – dice – oggi è tale che ormai si identifica con la libertà delle persone».

Professor Rodotà, anche se la questione della privacy è spesso sui mezzi di comunicazione, e il nostro mondo ci confronta di continuo con il problema della tutela dei nostri dati, c’è l’impressione che il tema non preoccupi così tanto l’opinione pubblica. Perché la privacy è importante?
L’opinione pubblica reagisce in modo singolare. In generale, sembra che non ci sia un interesse diretto. Ma nella mia esperienza c’è una certa capacità reattiva, perché quando qualcuno trova che i suoi dati sono utilizzati in modo che lo infastidisce, allora reagisce. Il tema è importante e lo vediamo in molte occasioni.

Facciamo qualche esempio.
Lo vediamo in occasione dell’intervento del garante sull’utilizzo dei dati tributari. Oppure a proposito della riservatezza necessaria sui dati sulla salute, e ancora per quanto riguarda il credito al consumo - i dati possono essere utilizzati per concedere o meno dei prestiti - oppure le informazioni sulla vita privata. Non tutto può essere messo in circolazione.

Oggi, la libertà è diventata quella non essere discriminati, non essere schedati, non diventare oggetto di controllo continuo per quanto riguarda il consumo o il lavoro

Stefano Rodotà

Quali sono i pericoli di un’eccessiva circolazione dei dati personali?
Il tema della riservatezza è legata a quello delle discriminazioni: l’enorme quantità di dati permette, di fatto, di compierle. I dati che si trovano su Facebook su opinioni e comportamenti personali possono far discriminare qualcuno in base ad essi. Di fatto, l’importanza della privacy oggi è tale che ormai si identifica con la libertà delle persone. La libertà è diventata quella non essere discriminati, non essere schedati, non diventare oggetto di controllo continuo per quanto riguarda il consumo o il lavoro.

Ma sul tema sono ormai correnti alcuni luoghi comuni, opinioni diffuse che sminuiscono la sua importanza. Proviamo ad analizzarli. Ad esempio: «Non ho niente da nascondere».
L’idea dell’uomo di vetro è un’idea dei regimi totalitari. Quelli del secolo passato dicevano: se sei un buon cittadino non hai nulla da nascondere.

Se vuoi avere una sfera di riservatezza, invece…
C’è qualcosa che non vuoi che venga scoperto. Ma che cosa vuol dire, in fondo, “non ho nulla da nascondere”? Se trovo le informazioni sulla salute, sulle opinioni, sui comportamenti, possono essere utilizzate in modo da venire discriminato, come dicevamo. Negli Stati Uniti, e d’altra parte anche in Italia, il datore di lavoro non può accedere alla pagina Facebook di un potenziale dipendente, anche con il suo consenso. Riassumendo: è un luogo comune con una brutta origine e che può avere dei brutti effetti.

Quello del “non ho niente da nascondere” è un luogo comune con una brutta origine e che può avere dei brutti effetti

Stefano Rodotà

C’è poi un luogo comune di impronta diversa, diciamo più rassegnata e pessimista: «Tanto su Internet siamo tutti spiati».
Questa opinione è più sottile e più delicata, e dietro c’è un’affermazione che si ripete da anni: “la privacy è morta”.

Lo si dice da anni?
Da almeno quarant’anni. A metà degli anni Ottanta, Scott McNealy [imprenditore e tra i fondatori di Sun Microsystems, ndR] disse: voi avete zero privacy, rassegnatevi. Più di recente, Zuckerberg ha detto: la privacy è finita, come realtà sociale. Zuckerberg è diventato un sociologo? No, intende dire: guarda che i tuoi dati sono miei.

Che cosa sta succedendo?
Che ormai c’è una concentrazione enorme di dati e noi li cediamo continuamente. Questo crea molti problemi, ad esempio riguardo modalità e tempi di conservazione dei dati; oppure chi vi può accedere, quando possono essere cancellati, se ho diritto all’oblio, se posso interrompere la comunicazione…

Il diritto di non essere connessi.
C’è una la legge in Francia: quando vado via dall’ufficio posso disconnettermi e, ad esempio non rispondere alle mail. In questi anni, da una parte c’è stata una certa rassegnazione, dall’altra si è fatta strada l’idea di Zuckerberg che la privacy non ci sia più, e in questo modo tutte le forme tecnologiche che potrebbero tutelare la privacy sono state depresse se non azzerate. In questo momento noi dobbiamo ricostruire i giusti equilibri. Non rinuncerei mai ad andare fuori dall’Italia con quel rettangolino di plastica che è la mia carta di credito, ma so che questa potrà dire dove mi trovavo, quali sono i miei gusti, quali sono le mie abitudini… È un gioco costi-benefici, e devo fare in modo di costruire i miei rapporti in modo che non siano squilibrati.

Costruire questo equilibrio sembra reso difficile da Internet: chi la domina sono pochi operatori, aziende private e multinazionali. Non si passa più dalle regole statali, sembra, ma dai contratti con gli utenti decisi dalle stesse società private, spesso in regime di scarsa trasparenza. Insomma, come costruire un rapporto corretto?
Il governo della rete è affidato a soggetti privati, ma non darei una lettura unilaterale di questa situazione: nella rete prevalgono in questo momento due tipi di interesse. Quello delle imprese, ad avere la maggior quantità possibile di informazioni – per finalità di mercato – e quelle delle agenzie di sicurezza, per finalità di sorveglianza.

Com’è la situazione punto di vista dell’utente, allora?
Facciamo il caso più banale. Quando digito il nome di una persona su Google, compare una schermata che dice qualcosa come “1-10 di 150.000 informazioni”. Ora, al di là della fatto che non arriverà mai alla numero centocinquantamila, come sono state scelte? Qui si tocca un punto ancora più delicato: com’è definita l’identità? In passato si diceva: “Io sono quello che dico di essere”. Oggi, siamo quello che Google dice che siamo. Siamo sempre meno persone, sempre più profili.

Che cosa significa, in concreto?
Prendiamo l’esempio dell’“Internet delle cose”. Questo caso non è successo in Italia, ma ci dimostra che la realtà a volte è più ricca della fantasia. Un dipendente viene chiamato dal suo datore di lavoro, che gli dice: “Sei licenziato. Non voglio avere una persona che passa il fine settimana ad ubriacarsi e poi la cosa finisce su Internet”. Lui risponde: “Ma io sono astemio”. Il datore di lavoro ribatte che il collegamento Internet del suo frigorifero dice altrimenti, e cioè che ogni fine settimana parte l’ordine per due o tre bottiglie di whisky. Il dipendente dice: “Ma sono i miei amici, che ogni fine settimana vengono a cena da me: loro sono gli amanti del whisky”.

Com’è definita l’identità? In passato si diceva: “Io sono quello che dico di essere”. Oggi, siamo quello che Google dice che siamo. Siamo sempre meno persone, sempre più profili

Stefano Rodotà

Questo esempio ci racconta che il dato bruto, proprio perché aumenta enormemente il numero delle informazioni, deve essere contestualizzato. Mi deve essere data la possibilità di conoscerlo e correggerlo. In altre parole, abbiamo un problema di libertà, come dicevamo prima, e anche un problema di identità.

Veniamo al caso forse più attuale: quello di Apple e del cellulare degli attentatori di San Bernardino. È giusto che una casa produttrice di telefonini possa permettersi di non sbloccare un telefonino su richiesta di un governo?
A fianco di Tim Cook si è schierata l’ACLU – l’associazione per le libertà civili più importante del mondo – e l’Electronic Research Foundation. Certo, Apple lo fa per ragioni commerciali, perché vuole far passare il messaggio di vendere anche privacy. Nel momento in cui introduco un software che sblocca, rendo accessibili tutti gli smartphone e quindi non te la vendo più. Però, allo stesso tempo, piegandosi alle richieste del governo si introdurrebbe per ragioni di sicurezza un tale abbassamento di tutela delle persone che i regimi totalitari potranno, a quel punto, esigere che quella soglia sia abbassata.

Come coniugare l’esigenza di sicurezza e quella alla riservatezza, allora?
La discussione è: lo sblocco l’unica maniera per ottenere quelle informazioni? Forse ci sono altri strumenti, come il cloud, i metadata, che li possono sostituire almeno in parte. E infine, la libertà delle persone deve essere sempre sacrificata? La sicurezza è un valore che prevale su ogni altro? Abbiamo già sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che dicono che i tempi di conservazione dei dati non possono andare oltre un certo limite, perché c’è un diritto fondamentale delle persone che va anche sopra il diritto alla sicurezza. Emerge la terza parola chiave, dopo libertà e identità: democrazia.

E parlando di democrazia veniamo alla politica italiana. Lei è sempre stato a favore dei diritti civili, dicendo ad esempio che la legge Cirinnà è uscita “mutilata” dai compromessi parlamentari. Paradossalmente, l’idea che il personale sia politico non rischia di esporre troppo il personale, la sfera privata, alla dimensione della politica, che di per sé stessa controlla e regolamenta? In questo non si può avvertire una eco dello “stato etico” di Hegel?
Certamente. Un pezzo del mio lavoro di questi anni come giurista è: fino a che punto la legge deve o può intervenire, e c’è una sfera dell’individuo e delle persone che può essere lasciata al “governo” degli interessati?

Com’è la situazione in Italia, in merito?
Nella nostra Costituzione, l’articolo sulla salute – il numero 32 – a questo proposito si chiude dicendo: “La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Fu una formulazione molto lungimirante, che non c’è in altre Costituzioni. Il motivo sta nella situazione storica.

Racconti.
Quando i costituenti erano al lavoro, nel ’46-’47, erano in corso in Germania i processi contro i criminali nazisti. Non solo quello contro chi decise i campi di concentramento, ma anche il processo ai medici nazisti. Quel procedimento mise in evidenza che, durante il regime nazista, le persone venivano trattati come oggetti anche in base a leggi che lo permettevano. I costituenti italiani, con in prima fila Aldo Moro, reagirono a questo: e misero nella Costituzione il principio secondo cui c’è un limite che non deve essere superato.

Restando sul tema del corpo, di cui Lei si è occupato a lungo: a proposito di sfera pubblica e privata, che cosa ne pensa della maternità surrogata, il cosiddetto “utero in affitto”?
Mi lasci fare una premessa sulla legge Cirinnà: la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia, nel 2014, perché discriminava su questi temi. La corte disse che c’è un “dovere positivo” del Parlamento italiano, non la piena discrezionalità del legislatore: che ad esempio non si poteva limitare agli aspetti economici. Quindi abbiamo legiferato in questa materia perché eravamo già stati condannati.

Lo scontro, in Italia, è stato sul tema delle adozioni.
La stessa Corte di Strasburgo si era occupata di questo tema, nel caso di due donne francesi, sposate negli Stati Uniti, che avevano chiesto la registrazione dell’atto di adozione delle reciproche figlie. La giustizia francese aveva negato la richiesta. Strasburgo ha detto che bisognava trascrivere l’atto, perché c’erano diritti fondamentali delle persone, non da ultimo quello dei bambini, che altrimenti sarebbero stati violati.

Eppure la difesa dei “diritti dei bambini”, da noi, è impugnata soprattutto dai contrari.
Il discorso, fatto sui diritti dei minori, è diventato: a questi bambini non può essere attribuito uno status giuridico tale che li garantisca. Torniamo a prima della riforma del diritto di famiglia, quando c’erano i figli illegittimi, quelli di serie A e quelli di Serie B. Ma teniamo conto che, nella Carta europea dei diritti fondamentali, l’articolo 9 ha fatto venir meno la differenza di sesso per il matrimonio e per la formazione della famiglia.

E per quanto riguarda l’utero in affitto?
Farne “reato universale”, come si è detto in questi giorni, è un modo ideologico di affrontare la questione. Ci troviamo su un crinale molto delicato: da un lato la libertà di scelta della donna, dall’altro il rischio di puro mercato. Ci sono proposte, anche in Italia, che consentono di fare piazza pulita di argomentazioni, che pure si sentono spesso, non basate su dati scientifici. La cosa fondamentale è aprire una discussione senza contrapposizioni ideologiche.

Chiudiamo su un tema forse più leggero, la comunicazione politica. Che cosa ne pensa di quella fatta raccontando gli aspetti privati del politico, come si è fatto per anni negli Stati Uniti e come sta facendo ora in Italia, forse per la prima volta con un inedito grado di consapevolezza, Matteo Renzi?
Le figure pubbliche che si vogliono raccontare in un’altra maniera e umanizzare, e che vogliono dare un’immagine di sé in senso positivo, vanno anche bene, se la scelta è libera. Abbiamo cominciato adesso; può essere un problema per il buon gusto, ma non mi pare un grande problema.
Ma la questione diventa: qual è l’area di riservatezza da dare alle persone pubbliche?

Perché può diventare un ambito rischioso?
Il problema è, in questi casi, se questo finisce per determinare una situazione in cui solo l’interessato può mettere in circolazione certe informazioni. Da noi, nessuno chiede, ad esempio, di esibire le informazioni sulla salute ai candidati, come si fa negli Stati Uniti. C’è una sentenza chiave della Corte Suprema, la New York Times vs. Sullivan del 1964, con cui si è aperta la strada intorno a cui si è ragionato in questi anni: le figure pubbliche hanno una “minore aspettativa di privacy”? La risposta ormai è sì. E le figure pubbliche si sono allargate: politici, sportivi, persone dello spettacolo…

Difficile stabilire i confini della “minore” privacy.
La cosa è stata formalizzata nel Codice per l’esercizio dell’attività giornalistica, precisamente all’articolo 6 comma 2: “La sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie o i dati non hanno alcun rilievo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica”. L’enfasi è qui su “alcun rilievo”, che naturalmente può essere difficile da valutare. C’è anche una ragione costituzionale: l’articolo 54, che dice “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. E quello sull’onore e la disciplina è un giudizio che si forma anche nel pubblico.

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