Il puzzle politico, militare ed energetico della Libia

I pezzi sono tanti, ma non combaciano quasi mai. È difficile mettere d’accordo le varie fazioni che, per interessi interni ed esterni, tengono alta la tensione del Paese. Una guida ragionata

Getty Images 111904894

Chris Hondros/Getty Images

29 Marzo Mar 2016 1520 29 marzo 2016 29 Marzo 2016 - 15:20

Una via d’uscita dal caos libico sembra molto lontana, se mai esiste. Non sembra convincere, in primo luogo, la soluzione di un governo di unità nazionale guidato da Fayez al Sarraj e caldeggiato dalle Nazioni Unite. Il premier designato ha affermato il 27 marzo di aver completato l’iter di sicurezza previsto per trasferire a Tripoli le proprie funzioni (consultazioni con la polizia locale e vari gruppi militari nella città), anche se “una minoranza cerca di ostacolarlo”. E non è una metafora. Le autorità di Tripoli fedeli a Khalifa Ghweil, capo del governo di Salvezza nazionale di ispirazione islamista, hanno deciso di bloccare l’aeroporto schierando soldati e armi per impedire l’atteraggio di al Serraj, che dovrebbe partire da Tunisi. Il percorso è accidentato: si sono registrati scontri armati nella città e un tentativo di omicidio nei confronti di Faraj Swaihili, capo della polizia diplomatica di Tripoli. Il tutto in una situazione frammentaria, con due governi, varie tribù a sostegno e divisioni territoriali concentrate sul controllo delle risorse petrolifere, dell’acqua e delle vie di comunicazione. E intanto, da fuori, le possibilità di un intervento militare esterno (soprattutto su pressione Usa) si fanno sempre più consistenti.

Per tentare di ricomporre il puzzle libico, occorre prima di tutto mettere in ordine i pezzi, capire i confini di ciascuno e le sue relazioni con i pezzi vicini. Ogni tipo ha un colore preciso, e ci sono tre colori principali. Anche se la maggior parte dei pezzi può essere catalogata sotto uno solo di questi tre colori, ciascuno ha una sua sfumatura che lo distingue da tutti gli altri.

Due dei tre colori principali derivano dal Congresso Generale Nazionale e si contendono la legittimità dentro e fuori i confini del Paese.

Uno, composto dal Consiglio dei Deputati eletto nel giugno 2014, è noto come il Governo di Tobruk; il presidente è ora Aguila Saleh Issa. Tuttavia, queste elezioni erano state promosse dal generale Khalifa Belqasim Haftar, ora comandante delle forze armate libiche (LNA), per rovesciare l'ex maggioranza islamista. Questo nell’agosto 2014 ha portato al colpo di stato (l’operazione Alba libica) da parte di quegli stessi islamisti ed ha costretto la maggior parte dei membri del consiglio appena eletto a trasferirsi da Tripoli alla più sicura Tobruk.

Il governo di Tobruk è sostenuto dalla LNA di Haftar e da altre fazioni armate, come le brigate Zintan, le milizie Tobous e le Guardie delle infrastrutture petrolifere (PFG). Maggiormente riconosciuto a livello internazionale, è sostenuto da Egitto ed Emirati Arabi Uniti.

Il governo di Tobruk controlla principalmente la Libia orientale: la Cirenaica, con l'eccezione di diverse ricche aree costiere conquistate dall’ISIS, la maggior parte dei giacimenti petroliferi a sud di Ras Lanuf e Ajdabiya, la zona meridionale e sudorientale, l’area di Kufra con l'aiuto del milizie Tobous, e la zona Zentan a Sud-Ovest di Tripoli, un territorio in gran parte berbero controllato dalle potenti brigate Zentan.

L'altro colore è rappresentato dal Nuovo Congresso Nazionale Generale (NGNC) nominato dalle fazioni islamiste dopo l'operazione Alba libica. Il NGNC stesso si è autoproclamato unico parlamento legale abolendo il Consiglio dei Deputati, eletto nel 2014, e si è insediato a Tripoli. Nuri Busahmein, il predecessore di Aguila Saleh Issa, è stato di nuovo eletto presidente, mentre primo ministro è Omar al-Hasi.

Il NGNC è sostenuto dalla coalizione militare promotrice del colpo di stato: Alba libica, un gruppo di milizie islamiche tra cui la potente Brigata Misurata, la Camera rivoluzionaria della Libia e diverse milizie Amazigh (berberi) e Tuareg. Il NGNC è sostenuto dai Fratelli Musulmani e, all’estero, da Qatar, Sudan e Turchia.

Con l'aiuto delle milizie Amazigh e Tuareg, ll NGNC controlla l'area di Tripoli e di Misurata, così come buona parte dell’area nordoccidentale del Paese: la Tripolitania.

La situazione è più complicata nel Fezzan: l’area sudoccidentale ed il terzo dei tre storici territori che, insieme a Cirenaica e Tripolitania, costituiscono la Libia. Qui le maggiori tensioni si registrano nella città di Sebha, contesa tra i due governi attraverso diverse milizie e con una forte presenza del terrorismo islamico.

Il colore nero spetta alle diverse tribù che operano in franchising per lo Stato islamico. Queste hanno approfittato della situazione per coagularsi nella zona centrale del nord di Sirte dove hanno recentemente esteso il loro dominio alle città vicine. Da qui lanciano continui attacchi verso occidente puntando alle infrastrutture costiere ed ai campi di petrolio del sud. Il califfato è presente in vari insediamenti nel Fezzan, nella Cirenaica, nell’area di Bengasi. Era arrivato a conquistare anche Derna, perdendola dopo gli scontri con il consiglio locale dei Mujahidin.

Diverse sfumature di grigio (probabilmente più di cinquanta…) spettano ad altri gruppi jihadisti non affiliati all’ISIS, come Ansar al-Sharia, alle brigate di Abu-Salim, e ad altri gruppi che costituiscono consigli (Shura) locali, a Bengasi, Derna e Ajdabiyah.

I rapporti fra le centinaia di tribù indipendenti e queste tre macro-entità variano continuamente in funzione delle decisioni del capo di ciascuna; ma anche all’interno di ognuna non sono infrequenti rotture e ricomposizioni così come diserzioni e trasferimenti di nuclei familiari o di singoli combattenti.

I fattori etnici e tribali spiegano la frammentazione del Paese. Ciascuna delle centinaia di tribù ha le proprie ambizioni territoriali, militari e la propria visione dei precetti dell’Islam.

I Tobous hanno una concezione religiosa più liberale, sostengono il governo Tobruk nel sud scontrandosi spesso coi Tuareg nella ricca città petrolifera di Ubari e con le tribù arabe a Kufra.

I Tuareg puntano al controllo della Libia sudoccidentale. Tuttavia, sostengono la NGNC islamista soprattutto contro i Tobous.

I Berberi (o Amazigh) sono divisi: la maggior parte ha scelto di sostenere il NGNC mentre i berberi Zentan hanno scelto di sostenere il governo di Tobruk. Di conseguenza, anche l’area di Djebel Nefoussa è divisa tra i due governi, così come la strategica città di Ajdabiya, dove si fronteggiano le tribù Zwia e Maghariba.

L’elemento principale che accomuna i pezzi del puzzle di tutti i colori, è che tutti combattono per avere accesso alle risorse petrolifere e quindi al denaro necessario per mantenere eserciti e milizie. In un territorio dove le strutture statuali e amministrative non esistono, le uniche due istituzioni riconosciute da tutti e che conservano ancora la loro neutralità grazie alla propria funzione di ridistribuzione della ricchezza, sono la Central Bank of Libya e la National Oil Corporation (NOC).

La NOC mantiene la sua sede a Tripoli, destando quindi i sospetti del governo di Tobruk che sta cercando di realizzare una seconda NOC basata a Est. Possiede metà dei giacimenti del Paese e ne cogestisce diversi altri con compagnie petrolifere internazionali, ma non li controlla fisicamente. Questa responsabilità spetta alle PFG: una forza para-militare alleata con il governo di Tobruk e con la LNA ma che spesso sceglie autonomamente alleati e avversari.

L’ISIS ha attuato numerose scorribande in vari campi petroliferi negli ultimi mesi, uccidendo o sequestrando dipendenti ed esercitando un sempre più forte controllo nella zona Sirte – Ajdabiya. L’obiettivo è quello di indebolire le altre fazioni distruggendone la principale fonte di reddito piuttosto che conquistare e sfruttare in proprio le infrastrutture, come invece sta già facendo tra Siria e Iraq sfruttando la complicità turca.

La stessa tattica è in atto anche nel sud, dove Tuareg e Tobous sono in lotta per il controllo dei giacimenti petroliferi nella Ubari - Murzuq.

L’acqua è la seconda risorsa di un Paese in gran parte desertico. Due giganteschi fiumi artificiali - realizzati ai tempi di Gheddafi – permettono di pompare l’acqua nel deserto attraverso acquedotti. Uno a occidente, attraverso Misurata si collega con Tripoli; uno a oriente, attraverso Ajdabiya si collega con Bengasi. Si può quindi comprendere l'importanza di Ajdabiya, attraversata da oleodotti, gasdotti e anche da uno dei due grandi acquedotti. Per questo gli jihadisti esercitano una forte pressione su quest’area come su tutto il golfo della Sirte dove si trovano anche i principali terminali petroliferi.

Ma il controllo della cornice del puzzle è tutt’altro che secondario. I Tuareg non solo hanno accesso ai giacimenti di petrolio e di gas, ma occupano anche due strade strategiche: una arriva a Ghadames e quindi all'Algeria ed alla Tunisia, l’altra arriva in Algeria attraverso Ghat. Queste strade sono utilizzate per diverse forme di commercio, incluso il contrabbando di armi da e per il Sahel.

Anche i Tobous presidiano due strade importanti. Una raggiunge il Niger ed è ampiamente utilizzata per l’importazione di armi perché lungo la zona di confine si trovano due piccoli aeroporti non controllati. L'altra strada consente di raggiungere il Sudan da Kufra; viene utilizzata dai migranti dell'Africa orientale. Inoltre, i Tobous difendono e sfruttano la miniera d'oro in precedenza denominata "Bande d'Aozou" in una zona desertica al confine con il Ciad.

In Libia, l’assenza di un'autorità centrale, le storiche rivalità tribali e la lotta per il controllo delle risorse economiche hanno portato ad una situazione politica terribilmente complessa in cui due deboli governi cercano di ottenere riconoscimento all’interno ed all’estero, ma in realtà non controllano nulla. Infatti, il territorio è occupato da un puzzle di milizie armate ed eserciti privati, i cui capi offrono la loro fedeltà all’uno o all'altro governo (o ad ISIS), ma che non esitano a ribaltare la loro fedeltà a in funzione della situazione militare o delle opportunità economiche.

In questo territorio regredito all’epoca feudale, è evidente che qualsiasi intervento armato che giunga senza un ampio sostegno da parte delle fazioni belligeranti non avrà altro risultato che ottenere la coagulazione di tutte le tribù attorno a chi sarà in grado di presentarsi come l’autentico difensore del suolo libico dagli invasori stranieri. Il califfato non vede l’ora di poter rappresentare quel difensore.

Potrebbe interessarti anche