Irlanda, il Pil più pazzo del mondo

Economisti di tutto il mondo si stanno schierando contro il dato della crescita del Pil nell’isola: +26% nel 2015, in buona parte grazie al trasferimento delle sedi fiscali di multinazionali in Irlanda dopo fusioni. Sarebbe uno scherzo, se non avesse impatti sul rapporto deficit/Pil regolato dall’Ue

Irlanda Tifoso

Un giovanissimo tifoso irlandese durante la partita Italia-Irlanda a Euro 2016, a Lille (Mike Hewitt/Getty Images)

21 Luglio Lug 2016 1528 21 luglio 2016 21 Luglio 2016 - 15:28

La Tigre Celtica è tornata, ma non è il caso di farsi prendere la mano. Quel +7,8% di crescita del Pil che era stato previsto per il 2015 sarebbe stato più che sufficiente a mostrare la crescita di un Paese che ha saputo sfruttare al meglio gli aiuti e i programmi di intervento della ex Troika (Bce, Commissione Ue, Fondo monetario Internazionale).

Il Central Statistics Office il 12 luglio ha invece certificato un +26,3% di crescita per lo stesso anno. Non ci sarebbe stato alcun errore da parte del Cso, che avrebbe semplicemente applicato gli standard internazionali. Questo non è bastato a placare i dubbi e le polemiche. “Economia da Leprechaun” (il famoso folletto del folklore irlandese) ha ironizzato il premio Nobel per l’economia ed editorialista del New York Times, Paul Krugman, che su Twitter si è chiesto perché così tanti elementi fossero stati inseriti nel conteggio del Pil e aggiunto che il dato “non ha senso”. Non è stato certo l’unico critico. “It’s complete bullshit”, ha scritto il solitamente compassato Economist, riferendo il commento di un economista dell’Università di Dublinom Colm McCarthy. «Ci metteremmo a ridere se gli stessi numeri arrivassero dalla Cina», ha commentato Jim Power al Financial Review, mentre sul Wall Street Journal David Cullinane, esponente del partito Sinn Fein (gli eredi del braccio politico dell’Ira, ndr) ha detto che una tale stima mostra che «non c‘è credibilità sui dati sui conti pubblici». Si potrebbe andare avanti, ma basta riprendere le tre domande e le relative risposte chesi è si posta Cnbc: «Il Paese ha prodotto il 26% di beni in più? No. I cittadini hanno goduto di redditi superiori del 26%? No. Il Paese è stato più produttivo del 26%? No».

Da dove nasce, allora, lo strabiliante +26,2 per cento, mentre l’Unione europea si fermava al +2 per cento? Dal fatto che nel 2015 moltissime multinazionali, soprattutto statunitensi hanno spostato la propria residenza fiscale nel Paese. Come la Medtronic, che ha trasferito la sede centrale a Dublino dopo la fusione con l’irlandese Covidien. In un solo anno lo stock di capitale nel Paese è passato da 700 a 1.000 miliardi di euro, dando una spinta al livello di investimenti misurato. Nell’inversione fiscale il trucco consiste nel fatto che siamo di fronte a grandi società che si fondono con società più piccole con residenza in Paesi con tasse minori. A fronte di tale fusione, trasferiscono la sede nella sede della società minore. Medtronic ha potuto spostare la residenza in Irlanda dopo una fusione, muovendo anche asset per 43 miliardi di dollari (solo virtualmente, perché i posti di lavoro non hanno visto spostamenti corrispondenti). Perché questi movimenti sono avvenuti proprio nel 2015? Perché le corporation temevano che ci sarebbero state delle restrizioni alle operazioni di "tax inversion” (inversione fiscale), dopo le invocazioni del presidente Usa Barack Obama al Congresso a legiferare contro il fenomeno e le iniziative prese dall’Ocse per ridurre tali arbitraggi fiscali. Sono state previdenti: la super-fusione tra Allergan, grande azienda farmaceutica con base a Dublino, e il colosso Pfizer (la maggiore società al mondo nel settore) è saltata lo scorso aprile proprio per il giro di vite del Tesoro Usa sulle “inversion”.

Da dove nasce lo strabiliante +26,2 per cento, mentre l’Unione europea si fermava al +2 per cento? Dal fatto che nel 2015 moltissime multinazionali, soprattutto statunitensi hanno spostato la propria residenza fiscale nel Paese. Prima che arrivasse il giro di vite chiesto dal presidente Usa Obama

Tutto questo sarebbe solo un gioco contabile di poco conto, se non fosse che il dato ha ripercussioni sul rapporto debito/Pil e il rapporto deficit/Pil, entrambi molto importanti, soprattutto il secondo, ai sensi del Patto di Stabilità e Crescita europeo. Il Paese potrebbe, quindi, fare più investimenti pubblici per stimolare la ripresa senza andare incontro, presumibilmente, a sanzioni. Un vero smacco verso chi parla di rispetto delle regole in Europa e soprattutto verso chi fa sacrifici per rispettare tali regole. Il governo (di minoranza) non ha dato per ora segnali di voler aprire i cordoni della borsa ma, nota l’Economist, potrebbe esserne tentato di rimangiarsi le promesse per guadagnare amici in Parlamento. Il governatore della Banca centrale irlandese, Philip Lane, ha detto che preferisce considerare al Pil (Gdp in inglese) il Gnp, cioè il Gross National Product. Che, va detto, è comunque cresciuto del 18,7%, mentre lo scorso anno i consumi interni sono saliti del 4,5 per cento.

L’Irlanda durante la crisi finanziaria ha rischiato di rompersi l’osso del collo ma si è ritrovata con un sistema bancario risanato e ha spinto la ripresa con una politica liberista sul fronte fiscale. Rimane un esempio di quanto i salvataggi delle banche siano difficili da gestire ma anche di come una bad bank con contributi pubblici sarebbe stato uno strumento utile per un sistema come quello italiano

Ecco, da questi dati più realistici bisognerebbe partire per parlare di Irlanda e del suo percorso di crescita. Nel 2008 il Paese fu investito da una bolla immobiliare che trascinò verso il baratro il settore bancario. Gli strumenti autoctoni per salvare le banche attraverso bail out si dimostrarono insufficienti, iniziò una catena di fallimenti di banche pericolosa (e dimissioni da parte di dirigenti delle banche e regolatori). Poi arrivarono gli 85 miliardi portata dalla Troika che, quando si tratta di intervenire sui sistemi bancari, come in Spagna e appunto in Irlanda, ha dimostrato di essere più efficace di quando c’è da mettere mano al sistema fiscale, come in Grecia o Portogallo.

L’Irlanda ha rischiato di rompersi l’osso del collo ma si è ritrovata con un sistema bancario risanato e ha spinto la ripresa con una politica fortemente liberista sul fronte fiscale. Rimane un esempio di quanto i salvataggi delle banche siano difficili da gestire ma anche di come una bad bank con contributi pubblici (nel caso in questione di Europa e Fmi) sarebbe stato uno strumento utile per un sistema come quello italiano. Che all’epoca veniva descritto come sano e che oggi occupa la copertina dell’Economist come minaccia all’intero sistema dell’euro.

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