Il generale Roberto Vannacci e il suo armamentario di fascisterie aggiornate a questi tempi impazziti è certamente un problema per il paese, ma lo è anche per Giorgia Meloni.
La presidente del Consiglio sa che se tenesse fuori il generale dalla sua coalizione di centrodestra perderebbe le elezioni del prossimo anno, in particolare se dovesse passare la sua nuova legge elettorale che assegna il premio di maggioranza alla coalizione che raggiunge più o meno (i dettagli sono ancora in discussione) il 42 per cento dei voti.
Meloni sa anche che, al contrario, se facesse entrare Vannacci nella coalizione lo legittimerebbe agli occhi dell’elettorato di centrodestra, lo farebbe volare fino al quindici per cento e lo incoronerebbe padrone assoluto del prossimo governo.
Giorgia Meloni non ha soluzioni buone a disposizione, e da qui alle elezioni sarà macerata dai dubbi e dalle pressioni degli alleati per scegliere la prima o la seconda strada, per lei entrambe pessime.
Eppure una terza strada ci sarebbe: chiamiamola la mossa del cavallo di Meloni, ovvero un ribaltamento del campo di gioco che richiederebbe però una dose di coraggio e di spregiudicatezza non banale.
La mossa del cavallo di Meloni è questa: adottare una legge elettorale proporzionale pura, come quella concepita dall’Assemblea Costituente nel 1946, usata per la prima volta alle elezioni repubblicane del 1948 e poi ininterrottamente fino al 1992.
Non è un tecnicismo, ma una rivoluzione politica in grado di scardinare i due impresentabili e inadeguati schieramenti politici. Un voto che grazie alla legge elettorale proporzionale libera i partiti dall’obbligo di formare coalizioni costituite prima delle elezioni avrebbe tre effetti certi. Il primo è quello fisiologico di moderare il quadro politico, al contrario di quanto è avvenuto negli ultimi trent’anni a causa dei tentativi sempre più scombinati di adottare sistemi maggioritari di ogni varietà e specie.
Il secondo effetto è quello di riportare la ricerca della maggioranza di governo, cioè la politica, dentro il suo luogo deputato, cioè il Parlamento, come del resto è prescritto dalla Costituzione.
Il terzo effetto di un sistema elettorale proporzionale per eleggere i parlamentari è il più interessante per Meloni, perché per prassi il presidente della Repubblica affida l’incarico di formare il governo al leader del primo partito, ovvero a Giorgia Meloni, la quale avrebbe quindi la facoltà di cercare una maggioranza di governo intorno a un serio programma europeista e liberale insieme con gli alleati di Forza Italia, con la parte governativa della Lega che fa capo a Giancarlo Giorgetti e a Luca Zaia e non ama abbracciare le mucche e baciare le caciotte, con i centristi di ogni natura, e anche con la parte responsabile del Partito Democratico che già in altri momenti ha governato con la destra nei governi Monti, Letta e Draghi.
Un governo Meloni nato in Parlamento dopo le elezioni politiche sarebbe una soluzione civile e sensata, simile alle esperienze delle grandi coalizioni tedesche, delle coabitazioni francesi e delle maggioranze multicolori tipiche dei paesi nordici.
Grazie a questa mossa del cavallo – peraltro coerente con la recente consapevolezza che della destra estremista internazionale, da Trump a Netanyahu a Orbán, non ci si può fidare – Meloni avrebbe la possibilità di dimostrare di essere una statista di rango europeo, e non un’estremista frettolosamente ripulita al solo scopo di essere ammessa nei consessi internazionali e poi incapace di resistere all’impresentabile richiamo della foresta.
La legge elettorale del 1948 per svuotare Vannacci e gli altri estremismi non è (ancora) un’ipotesi politica su cui si discute seriamente, anche perché Meloni nasce come leader populista del “con me, mai inciuci”, ma così come ha cambiato idea su tante cose – da Putin alle accise, fino a Trump – non è sacrilego rifletterci nemmeno a Palazzo Chigi, e probabilmente Giorgia Meloni ci sta pensando davvero, imbrigliata com’è tra l’ipotesi di perdere le elezioni e quella di consegnarsi a Vannacci.