Giovani sempre più poveri, anziani sempre meno: la questione generazionale esiste (e abbiamo le prove)

È esclusivamente tra gli anziani che nel 2015 la povertà è ulteriormente calata. A crescere maggiormente, nell’Italia della mini-ripresa, è stata la povertà dei giovani tra 18 e 34 anni. D’altra parte siamo un Paese che dedica il 27% della spesa sociale alle pensioni e solo il 2,8% alla famiglia

Anziani Danzanti

(Jeff J Mitchell/Getty Images)

28 Luglio Lug 2016 0800 28 luglio 2016 28 Luglio 2016 - 08:00
Messe Frankfurt

Di cosa parliamo quando parliamo di povertà (e ricchezza) in Italia? Di qualcosa che aumenta, certo: le ultime notizie dell’Istat sono chiare, sono state riprese da tutti i media, si è visto come la proporzione di poveri sia aumentata dal 6,8% al 7,6% in un anno, un anno che però è stato di crescita economica ed occupazionale, seppur flebili. È però allora necessario guardare dentro i dati, e chiedersi: chi più soffre nell’Italia della ripresa?

La povertà assoluta si calcola come la condizione di stare in un nucleo familiare che non raggiunge la cifra minima di spesa mensile necessaria alla sopravvivenza dignitosa, cifra che aumenta al crescere dei componenti della famiglia. Non ci si stupisce, quindi, che siano i minori quelli in condizioni di maggiore povertà, il 10,9 per cento.

Dati ISTAT

Sono i minori quelli in condizioni di maggiore povertà, il 10,9 per cento. Quello che però sgomenta è da un lato il fatto che a crescere maggiormente sia stata la povertà dei giovani tra 18 e 34 anni

Quello che però sgomenta è da un lato il fatto che a crescere maggiormente sia stata la povertà dei giovani tra 18 e 34 anni, quella generazione che è alla ricerca del primo lavoro e alla costruzione di una vita e di una carriera. E dall’altro l’enorme differenza tra la categoria dei minorenni e quella degli ultra 65-enni, tra cui la povertà assoluta è la metà. Non solo, è esclusivamente tra gli anziani che nel 2015 la povertà è ulteriormente calata.

Dati ISTAT

È esclusivamente tra gli anziani che nel 2015 la povertà è ulteriormente calata

E sono proprio coloro che ricercano lavoro i più interessati dalla povertà, ben il 18,3%, molto più degli operai, 11,7%, e di ogni tipo di dipendente. Tra i meno colpiti solo dirigenti, quadri e impiegati se la cavano meglio dei pensionati.

Bene gli autonomi, nel senso che sono meno poveri degli altri lavoratori, o meglio quelli che rimangono, visto che si tratta di una delle categorie che ha più sofferto rovesci occupazionali con la crisi economica.

Dati ISTAT

E non può essere ignorato un fatto fondamentale: anche qui la classifica di coloro che in un anno hanno maggiormente peggiorato la propria condizione coincide con quella di coloro che già erano i più poveri, come a dire “piove sul bagnato”, e così è tra i disoccupati che aumenta di più la proporzione di poveri, del 3,6%, +2% invece tra gli operai, mentre è -0,6% per i pensionati.

Dati ISTAT

La classifica di coloro che in un anno hanno maggiormente peggiorato la propria condizione coincide con quella di coloro che già erano i più poveri, come a dire “piove sul bagnato”

E se invece che in base all’età e alla condizione professionale analizzassimo dove la povertà colpisce di più in relazione alla composizione familiare?

Ancora una volta emerge come l’Italia non solo non sia un Paese per giovani, ma neanche per bambini: quelli messi peggio sono i nuclei con tre o più minori, e qui non si può non pensare per esempio agli immigrati.

Che vi sia una coppia o un solo genitore, ancora di più conta il numero dei figli: una coppia con tre figli ha il doppio delle probabilità di un generico monogenitore (quindi con uno o più figli) di essere povero, ma la differenza maggiore è con i nuclei in cui sia presente una persona di riferimento (p.r. nel grafico) ultra-65enne.

Dati ISTAT

Cosa succede? Questi dati sono tra i più espliciti degli ultimi tempi sul divario tra giovani e anziani nel nostro Paese, ma sarebbe ipocrita rimanere stupiti, quando già da diversi anni circolano grafici e numeri sul cambiamento strutturale che la distribuzione del reddito e della ricchezza che l’Italia ha subito in silenzio.

Sono stati gli ultra-65enni coloro che hanno subito meno la crisi, se misuriamo il reddito sulla base del livello del 1995.

Fonte: Quifinanza.it

E ancora di più spicca l’enorme gap nella ricchezza tra i nuclei con un “capofamiglia” anziano e quelli più giovani. Una ricchezza aumentata del 60% dal 1995 per i primi e calata per tutti gli altri, in particolar modo per le famiglie giovani.

Fonte: Quifinanza.it

E questo in un Paese in cui con la crisi una piccola rendita ha aumentato la propria importanza rispetto al lavoro. Potremmo dire che dietro ci sono anche le inevitabili conseguenze dei cambiamenti demografici: l’aumento della durata della vita ha accresciuto il numero di famiglie con anziani e il ricambio generazionale, con la trasmissione della ricchezza ai figli, è molto rallentato.

Tuttavia è sui redditi che possiamo trovare meno alibi: i decenni in cui il mantra è stato quello di richiedere politiche per “i lavoratori e i pensionati” concentrandosi sui redditi già esistenti, non potevano non avere conseguenze.

Un Paese che dedica il 27% della propria spesa sociale alle pensioni (secondo posto europeo dopo la Grecia), solo il 2,8% alla famiglia (tra gli ultimi, la Danimarca, prima, spende l’8,6%), il 2,4% per il ricollocamento contro il 6,5% dell’Irlanda, poi non può scandalizzarsi di nulla.

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