Fermi tutti: il vero capolavoro di Urbano Cairo è il Torino

Plusvalenze milionarie, debiti finanziari azzerati, contenimento dei costi e rosa sempre più competitiva: il proprietario dei granata ha preso il club dal fallimento e dopo le difficoltà iniziali ha trovato la strada giusta. Eppure lo chiamano con disprezzo "braccino"...

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Valerio Pennicino/Getty Images

8 Settembre Set 2016 1000 08 settembre 2016 8 Settembre 2016 - 10:00
Messe Frankfurt

L’ultimo colpaccio è stato quello di Joe Hart, portiere titolare della nazionale inglese agli ultimi Mondiali ed Europei, arrivato in prestito per un anno: lo stipendio è a carico per la maggior parte del Manchester City dei ricchi sceicchi. E mentre si risparmiava da una parte, dall’altra si cominciava a far posto in cassa ai 5 milioni del prestito (stavolta oneroso) che il Napoli ha versato per avere Maksimovic, la cui cessione definitiva potrebbe portare benefici per almeno 17 milioni di euro. E anche per quest’anno, il Torino potrà godere dell’autosufficienza economica: in un calcio dove il deficit complessivo della Serie A lo scorso anno è stato di 365 milioni di euro, Cairo ha chiuso il bilancio 2015 con un avanzo di 9 milioni. Il tutto senza indebolire il parco giocatori.

Non male. Eppure, se siete frequentatori di twitter, potreste prima o poi imbattervi nell’hashtag #cairobraccino, che altri non è che quello creato dalla frangia di tifosi granata convinta che il proprietario del Torino sia poco propenso a mettere le mani al portafogli. Forse è più comodo questo hashtag, che #cairotieneapostoicontidelclubintempidicrisi. Già, perché al netto delle grandi operazioni che lo hanno visto protagonista negli ultimi anni, tra La7 e Rcs, il vero capolavoro di Urbano Cairo resta il Torino Football Club.

Il Toro è una nobile del nostro calcio e Cairo l’ha rilevato nel suo momento di massima difficoltà, cioè dopo il primo fallimento in oltre 90 anni di storia, Grande Torino compreso. Sono passati molti anni dall’ultimo scudetto, quello vinto con Pulici e Graziani in attacco. Poi le fiammate di inizio anni Novanta con Emiliano Mondonico in panchina. Il ritorno in Europa fino alla finale di Uefa, poi la quinta Coppa Italia della sua storia. Quindi, il baratro. Il club finisce in B nel 2003: la stagione successiva il club torna in A, ma fallisce per un corposo debito con l’erario che le casse (vuote) non possono più coprire, a causa delle gestioni passate che ne hanno sfasciato i bilanci. Una cordata di imprenditori locali con capitali però limitati interviene formando un nuovo club, il Torino Fc, che possa partecipare alla massima serie al posto di quello fallito acquisendone i titoli sportivi (grazie al Lodo Petrucci). Urbano Cairo viene annunciato come nuovo acquirente del club. A finanziare il lodo con 180mila c’è anche l’imprenditore laziale Luca Giovannone, che grazie a una scrittura privata vanta il 51% delle azioni granata e che si rifiuta di vendere. I tifosi lo assediano e dopo una lunga trattativa che vede coinvolto anche il sindaco Sergio Chiamparino, Cairo acquista il club e ne diventa presidente.

L’evoluzione dei bilanci granata dice che Cairo è passato dal gestire un passivo 14 milioni nel 2011 ad un attivo di 9,5 nel giro di quattro anni fiscali.

Ma la storia da sola non basta. E allora, ecco i numeri. L’inizio per Cairo è stato difficilissimo, complice due retrocessioni in B. Tutto è di fatto cambiato, dopo i primi anni di assestamento, con l’arrivo dell’attuale ct della nazionale italiana Gianpiero Ventura come tecnico e l’ultima promozione in A. E non è un caso che i bilanci del club dal 2011/12 (anno del ritorno nella massima serie) ad oggi siano rivelatori del piccolo grande capolavoro di Cairo. Grazie ad una parolina magica: plusvalenza. Scoprire giocatori e valutarli, riscoprirli e rivalutarli, cederli per fare cassa e mantenere di fatto il club autogestito dal punto di vista economico in un contesto come quello della Serie A, dove a comandare sono ancora i diritti tv.

L’evoluzione dei bilanci granata dice che Cairo è passato dal gestire un passivo 14 milioni nel 2011 ad un attivo di 9,5 nel giro di quattro anni fiscali. La retrocessione in B costa al club in termini di ricavi, soprattutto da broadcasting: nel 2011, anno della B, la tv porta nelle casse del Toro 0,5 milioni di euro. Cairo lo sa e capisce che si deve puntare sul rafforzamento della rosa e sulla sua rivalutazione (proseguendo un lavoro già iniziato nel tempo, come perfettamente sottolineato da Calcio&Finanza). Per farlo, si affida alla coppia Ventura-Petrachi, con il secondo a fare da direttore sportivo. Il club cambia così dai 5 milioni di plusvalenze del 2011 ai 13 milioni di due anni dopo, la maggior parte coperti da una sola operazione: a luglio del 2013 il club vende alla Juventus il prodotto del vivaio Angelo Ogbonna alla Juventus per 12 milioni di euro. Di fatto è una plusvalenza secca, perché il difensore centrale è stato allevato in casa.

Lo stesso anno al club arrivano Ciro Immobile, riscattato dal Genoa per 2,5 milioni di euro e Nikola Maksimovic, in prestito per 500mila euro dalla Stella Rossa. L’anno prima, voluto fortemente da Ventura, si veste di granata Alessio Cerci, preso dalla Fiorentina per 6,75 milioni di euro. Con lui c’è Matteo Darmian, ex vivaio Milan, che viene pagato 1,8 milioni al Palermo. Immobile viene preso a metà con Juventus e diventa capocannoniere del campionato. Cerci entra nel giro della Nazionale e nel suo ruolo è tra i migliori: in due stagioni segna 21 reti in 72 gare, alcune delle quali spettacolari come quella contro il Genoa nel finale. Darmian finisce convocato assieme ai compagni al Mondiale brasiliano. I primi due vengono ceduti nell’estate 2014: Immobile per 18,5 milioni al Borussia Dortmund (dopo il riscatto di tutto il carlettino dalla Juve per 8 milioni), Cerci all’Atletico Madrid per 15 milioni. Risultato: le plusvalenze schizzano oltre i 30 milioni: 31,8.

Nel bilancio al 31 dicembre di due anni fa va segnalato un altro fattore importante: la posizione finanziaria netta del club è in attivo per 11,2 milioni di euro. Che è il dato che a Cairo interessa di più, come sottolinea lui stesso, nel commentare i conti della scorsa annata, al quotidiano MilanoFinanza: "La pfn è quell'indice che ti dice se un'azienda è sana, sta andando bene o no. Le società con debiti sono problematiche, soprattutto nel mondo del calcio". E il Toro a livello di debiti può dirsi messo bene. L’indebitamento finanziario del 2014 è pari a 0: vuol dire che il club non ha pendenze verso finanziatori come le banche. Un risultato confermato anche il 31 dicembre del 2015, anno in cui Cairo riesce a chiudere il consuntivo granata in attivo per il terzo giro consecutivo in attivo: dal -14 del 2011 si è arrivati a + 1 nel 2013, + 10,5 nel 2014 e + 9,5 nel 2015. Un risultato che certo dipende anche dai diritti tv (45 milioni nell’ultimo anno) ma che è affiancato come visto dalle plusvalenze generate dal mercato (Darmian nel frattempo è andato allo United, permettendo al club di raggranellare altri 17 milioni in plusvalenze), dai premi Uefa per la partecipazione all’Europa League lo scorso anno (6,5 milioni).

Fonte Bilancio Torino Football Club al 31 dicembre 2015

Il futuro del club è più roseo che granata, almeno a livello finanziario. Cairo il “braccino” non si è risparmiato, mettendo a segno già lo scorso anno alcuni colpi di mercato a prezzi tutto sommato contenuti, ma che promettono altre plusvalenze in vista: Belotti dal Palermo per 8 milioni è già nel giro della Nazionale di Ventura, Baselli e Zappacosta dall’Atalanta per 6 e 4 milioni considerati il futuro del club azzurro. Nel frattempo, il club ha già ceduto Glik al Monaco con Maksimovic e Bruno Peres che se riscattati possono portare le plusvalenze a livelli del 2013. Un dato utile, considerato che il monte ingaggi salirà: la rosa è stata puntellata anche quest’anno con Ljaic (8 milioni), De Silvestri e Valdifiori (3,5 milioni). Se arriverà l’Europa, ci saranno nuovi premi in cassa. Altrimenti, si andrà con le plusvalenze. Gli daranno del braccino, ma Cairo terrà ancora i bilanci sani.

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