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«Abbiamo non vinto». Da Togliatti a Bersani, i politici italiani non sanno perdere

Il libro “Bisogna saper perdere” di Filippo Maria Battaglia e Paolo Volterra racconta come i politici nostrani, dal 1945 a oggi, non sanno fare i conti con il fallimento. Dal “successo marginale” ad “abbiamo non vinto”

Bersani

(Getty Images/GABRIEL BOUYS)

8 Ottobre Ott 2016 0828 08 ottobre 2016 8 Ottobre 2016 - 08:28

Quello che tutti si chiedono è: cosa accadrà il 5 dicembre, se Matteo Renzi dovesse perdere il referendum costituzionale? Cioè se vincesse il no? Se ammettesse la sconfitta e uscisse di scena, nella storia della politica italiana sarebbe una grossa novità. Come raccontano Filippo Maria Battaglia e Paolo Volterra nel libro Bisogna saper perdere (Bollati Boringhieri), in Italia – più spesso che altrove – i politici non sanno fare i conti con il fallimento.

Da Umberto II a Mario Segni, da Parri a De Gasperi, fino a Craxi, Berlusconi e Renzi. Ieri come oggi, c’è chi grida al colpo di Stato, chi parla di brogli e congiure, chi ostacola la propria successione, ma anche chi ostenta distacco ma alla fine prova a mantenere comunque il controllo. Un certo gergo è rimasto intatto negli anni, dalla prima alla seconda repubblica, un «armamentario di frasi» che annacquano le differenze tra chi vince e chi perde: la «sostanziale tenuta», il «successo marginale», la «piccola flessione» fino al mirabolante «abbiamo non vinto».

Siamo nel 1945. L’Italia è appena uscita dalla guerra e già si grida al colpo di Stato. Ferruccio Parri è alla guida del governo. Quando deve lasciare il suo posto ad Alcide De Gasperi, perché l’unanimità nella coalizione viene a mancare, invoca il colpo di Stato e parla del pericolo di un ritorno del fascismo. Non solo. Dopo gli scarsissimi risultati ottenuti alle elezioni per la costituente del 2 giugno, commenta così: «Nonostante la Liberazione, l’Italia è rimasta, in larga parte, lo stesso Paese fascista dei venti anni precedenti». Insomma, se ha perso la colpa è di qualcun altro.

Qualche anno più tardi, Palmiro Tagliatti, davanti ai risultati delle politiche del 1948, sostiene che le elezioni non sono state libere e democratiche e che «coercizione, inganno e frode» hanno oppresso la volontà popolare. Il Fronte democratico popolare non ha vinto, eppure – dice – i risultati dei comunisti sono la prova «di un innegabile e notevole rafforzamento della nostra influenza tra le masse popolari». È vero, abbiamo perso, ammette Togliatti, ma fino a un certo punto: siamo comunque arrivati prima dei socialisti.

L’emblema della “non sconfitta” diventerà poi Ciriaco De Mita, ex segretario della Dc, dal 2014 reinventatosi sindaco di Nusco. «Ho perso quasi sempre», ha ricordato spesso con un po’ di civetteria. Senza diementicare che, perdendo e non andando via, ha governato un partito (e un Paese) per quasi un decennio. D’altronde, diceva, «perdere può anche voler dire non vincere al momento giusto».

Perdere può anche voler dire non vincere al momento giusto

Ciriaco De Mita

Persino l’abbottonatissimo Mario Monti, davanti allo sgretolamento di Scelta civica, non ammette un’uscita di scena da sconfitto. «Senza di me», dice, «Berlusconi sarebbe diventato presidente della Repubblica o del Consiglio. Senza di noi, il corso della storia italiana sarebbe stato leggermente diverso».

E davanti a una “non vittoria” vale sempre la pena riprovarci. Per cui, a eccezione di De Gasperi, che ha governato ininterrottamente attraverso per governi, gli altri presidenti del Consiglio italiani più longevi hanno “occupato” Palazzo Chigi in modo intermittente. Anche a distanza di uno o più decenni. I poco più di nove anni di governo Berlusconi si sono sviluppati ad esempio lungo 17 anni e sei diverse campagne elettorali. All’estero, invece, i ritorni si contano sulle dita di una mano. Di solito, dopo l’esperienza di governo e una sconfitta elettorale, i leader politici si ritirano.

Da parte mia voglio rassicurarvi: non ho sofferto a lasciare a Palazzo Chigi, non sono un uomo di potere, la mia stella polare è il disinteresse. Anzi, ora volo su aerei più belli di quelli di Stato

Silvio Berlusconi

Nel libro di Battaglia e Volterra si trova anche una “confessione inedita” di Silvio Berlusconi, costruita dagli autori a partire dalle frasi che l’ex Cavaliere ha pronunciato durante la sua attività politica. «Contro di me c’è stato una specie di concerto, di unione di tutte le forze: le grandi industrie, i grandi giornali e tutte le forze della sinistra, Quirinale e Corte Costituzionale compresi. Per non par- lare delle scuole, degli insegnanti, dei sindacati», si legge. «I governi fondati sul processo penale invece che sulle elezioni democratiche si sono viste in questo secolo solo nei paesi dell’Est euro- peo, a Cuba e nella Corea del Nord. Sono loro l’anomalia, le toghe rosse». Ancora: «Ho tentato di fare la riforma della giustizia ma i vari Fini, Follini, Casini non me l’hanno permesso. Hanno bloccato la nostra attività con la richiesta di continue verifiche, mi hanno fatto perdere per pure ragioni personali. Se non mi avessero messo il bastone fra le ruote! Alla base di tutto c’è che non hanno creduto nella vittoria». E per finire: «Da parte mia voglio rassicurarvi: non ho sofferto a lasciare a Palazzo Chigi, non sono un uomo di potere, la mia stella polare è il disinteresse. Anzi, ora volo su aerei più belli di quelli di Stato».

E le cose a sinistra non vanno diversamente. Quando Federico Pizzarotti, M5s, vince a Parma, Pier Luigi Bersani dice: «Ci sono Comuni come Parma e Comacchio dove noi abbiamo ‘non vinto’ perché vorrei ricordare che Parma e Comacchio erano governati dal centro-destra». La sconfitta proprio non si può digerire. Parlando del suo avversario interno al partito Bersani dice: «Renzi sta governando comodamente con i voti che ho preso io». Beccandosi la replica di Renzi: «Io quando ho perso le primarie sono rimasto a sostenere chi le aveva vinte. Nella vita, bisogna saper perdere e la regola vale anche per la politica».

Ci sono Comuni come Parma e Comacchio dove noi abbiamo ‘non vinto’ perché vorrei ricordare che Parma e Comacchio erano governati dal centro-destra

Pier Luigi Bersani

Vedremo ora come si comporterà Renzi. L’attuale presidente del Consiglio ha garantito che quello a Palazzo Chigi sarà il suo ultimo incarico pubblico. «Non sono un politico vecchia maniera che resta attaccato alla poltrona», ha più volte detto, aggiungendo che, comunque andranno le cose, riterrà conclusa la sua esperienza politica nel 2023, nove anni dopo l’inizio del suo primo governo. L’annuncio non è inedito. Ma se si passasse dall’annuncio ai fatti, questa sarebbe una grossa novità per la politica italiana.

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