The Young Pope: il giovane papa di Sorrentino è Bergoglio allo specchio

La nuova serie del regista premio Oscar mette in scena un Papa che si nasconde e si nega ai fedeli. Ma anche un Papa mediatico e “aperto” come Bergoglio ha più di un lato in ombra

Pope

Jude Law in una scena della serie televisiva “The Young Pope” (2016)

22 Ottobre Ott 2016 0830 22 ottobre 2016 22 Ottobre 2016 - 08:30

Passano i giorni e il neoeletto Papa non si decide a pronunciare la sua prima omelia. Ha sognato di affacciarsi in Piazza San Pietro e di dire al mondo intero che, per secoli, in nome della fede, "abbiamo dimenticato di masturbarci, usare il preservativo, lasciare che i preti e gli omosessuali si sposassero: abbiamo dimenticato di essere felici". Poi si è svegliato, lavato ed ha quasi fischiettato ascoltando la radio: tonico, andante, sfidante, bellissimo. Americano. Ieri sera le prime due puntate di "The Young Pope", la prima serie tv firmata e diretta da Paolo Sorrentino, sono andate in onda su Sky (ne restano altre otto, poi arriverà anche la seconda stagione, sulla quale il regista è già all'opera) e chissà se a qualcuno è venuto in mente che il Pio XIII della fiction, in borghese Lenny Belardo, forma con Papa Francesco, l'amato Bergoglio arrivato dalla fine del mondo, uno spettacolare combinato disposto. Due uomini di Dio, uno vero e uno di fiction, che si nascondono in due modi opposti e complementari, uno esponendosi e l'altro ritraendosi, con un obiettivo unico: la rivoluzione reazionaria dell'origine, il ripristino della purezza.

Lenny canticchia; dubita; si definisce "una contraddizione, come Dio che è uno e trino"; fuma (persino nel palazzo apostolico e nel confessionale); non ha rughe; nomina come proprio Segretario particolare una donna, suor Mary, sua precettrice, vice mamma e vice papà (i genitori l'avevano abbandonato o erano morti - non è chiaro - quando lui era molto piccolo); gioca a biliardo; si rifiuta di far stampare la sua immagine sui gadget pietrificando Sofia Dubois, la responsabile marketing e comunicazione del Vaticano, corsa a strappargli qualche scatto spiegandogli che una fetta importante dell'economia dello Stato si regge sulla vendita di accendini, calendari e memorabilia con sopra il volto del Pontefice ("lei ha studiato ad Harvard, dove le hanno insegnato a decadere: qui, invece, proviamo ad elevarci"); argina, quasi fino al mobbing, il Cardinal Voiello, Segretario di Stato (forse la migliore, perché inattesa, interpretazione di Silvio Orlando) corrotto, traffichino, spudoratamente temporale.

Fino a quando, alla fine della seconda puntata, Lenny non tiene l'omelia che il mondo aspetta, non ci capacitiamo dello stridore tra la promessa riformatrice che la sua immagine, la sua età, l'America, le sigarette, la donna al suo fianco incarnano e il risvolto opposto del suo agire: fondamentalista, oscuro, respingente. "Se volete vedermi, non mi meritate", dice ai fedeli che, assiepati in migliaia in piazza San Pietro, gli domandano di mostrarsi, poiché è sera e lui ha disposto che nessuna luce gli illumini il volto. Si è presentato sul balcone dei Papi e anziché dire, come aveva sognato, "ci siamo dimenticati di essere felici", ha detto "vi siete dimenticati di Dio". Ha accusato tutti di essere schiavi della carne, dell'apparenza, delle foto, della tangibilità, della faciloneria, del godimento. Della vita. Ha detto che Dio va meritato, conquistato, che a lui si deve dedicare tutta la propria vita, altrimenti misera e irrilevante poiché solo Dio conta. E così le bandierine smettono di sventolare, i papa boys di cantare, la piazza di esultare. Niente American Dream, niente papato progressista, niente Chiesa per tutti: soffia un vento che sa di controriforma, Savonarola, Medioevo. E scoppia un temporale.

In conferenza stampa, Sorrentino ha dichiarato di aver voluto mostrare il lato debole e umano della Chiesa, la solitudine di un mondo ovattato dove il potere è gestito da "maschi che non fanno figli", un luogo d'amore dove nessuno ha mai amato e, soprattutto, di aver pensato a un Papa che fosse l'opposto dell'attuale. Lenny Belardo non è mai esistito, ma la sua storia è vera, perché "una storia, quando viene raccontata, è sempre vera". Così scrive Dino Baldi nel suo splendido "Vite efferate di Papi" (Quodlibet, 2015), introducendo la storia della papessa Giovanna, che non ha alcun fondamento storiografico, ma che molto ha condizionato la storia della Chiesa e che, ancora oggi, viene tramandata soprattutto dai cultori del sottobosco vaticano, spesso responsabili, come spiega lo stesso Baldi nella postfazione al libro, di calunnie che, nei secoli hanno finito col dipingere i Papi con efferatezza spesso di gran lunga superiore a quella di molti di loro, compresi quelli che non disdegnavano il demonio (come Silvestro II di Aurillac, che a lui si era venduto in cambio del sapere o Bonifacio VIII Caetani, che ne venerava una effigie pagana).

Sorrentino sa perfettamente quello che fa e sa pure che questo non significa possederne il significato: stavolta, forse, il significato del suo Papa, senza che se ne rendesse conto, glielo ha suggerito il nostro Papa.

Il Papa di Sorrentino, però, è vero in un altro senso ancora: è lo sliding doors di Bergoglio. Confortati da quel "Francesco", dalla periferia dalla quale arrivava, dai suoi modi gentili, da Twitter che ha spezzato le sue frasi, dal richiamo alla povertà, agli ultimi, abbiamo creato un Papa a nostra immagine e istanza. Volevamo un Papa gay friendly e così abbiamo trasformato la sua risposta - "chi sono io per giudicare?" - alla giornalista Ilze Scamparini, che gli aveva chiesto un parere sulla presunta lobby gay nella Chiesa, in una dichiarazione di apertura verso i matrimoni omosessuali. Francesco si era semplicemente rifatto a San Paolo di Tarso ("perché giudichi tuo fratello?", dalla lettera ai Romani). E sebbene Bergoglio abbia ripetuto diverse volte che l'ideologia gender minaccia il matrimonio, che la famiglia è sotto attacco, che si mira a distruggere la differenza sessuale perché "non si sa più confrontarsi con essa" (lo disse a Napoli, era il 22 marzo del 2015 e aveva incontrato i giovani della città sul Lungomare Caracciolo), appare ancora il papa che sta sbullonando, attualizzando, modernizzando il cattolicesimo.

Giuliano Ferrara ha scritto che "questo Papa piace troppo", lo ha accusato di "rappresentarsi il mondo come un cuoricino di bontà e misericordia" e di riscuotere un successo da box office senza effettivamente muovere un dito, senza pronunciare parole importanti sui temi fondamentali, rinunciando al "volto severo della dottrina" e simulando quell'accoglienza che è poi la ragione per la quale ci viene così facile fraintenderlo, farne una specie di pop star. Eppure, Papa Francesco aveva cominciato il suo pontificato con un'omelia ai cardinali durante la quale aveva detto chiaramente che "quando non si confessa Gesù Cristo, si confessa la modernità del diavolo". Al mondo disse che la Chiesa non doveva diventare una ONG. Su La Repubblica scrissero che era finito per sempre il Barocco. Esultammo perché trovammo finalmente incarnato il messaggio evangelico. Eppure, anche Belardo incarna il messaggio evangelico: ma poiché non coccola, poiché si fa invisibile, si sottrae, rimprovera, richiama al sudore e alla difficoltà della fede, sembra opposto a Bergoglio.

Sarà che un gesuita non mostra mai quello che pensa davvero, sarà che gli uffici stampa sono fatti per nascondere la notizia, come diceva Pinuccio Tatarella, ma se alle azioni dei Papi non si deve cercare un senso - Pio II - dixit, è interessante almeno immaginare che questo Belardo sia nato nella fantasia di Sorrentino non in opposizione alla realtà, ma sull'onda di una sua spinta, invisibile come ogni vero, immutabile, non scalfibile potere. Sorrentino sa perfettamente quello che fa e sa pure che questo non significa possederne il significato: stavolta, forse, il significato del suo Papa, senza che se ne rendesse conto, glielo ha suggerito il nostro Papa.

Potrebbe interessarti anche