A Bruxelles non si deve chiedere flessibilità, ma una nuova politica economica

Sforare di un decimo percentuale è una toppa che non serve a nulla: l'Europa deve ricostruire da zero la propria politica economica, ammettendo il fallimento del neoliberismo

Getty Images 475306903

Elisabetta Villa/Getty Images

26 Ottobre Ott 2016 1024 26 ottobre 2016 26 Ottobre 2016 - 10:24
Messe Frankfurt

Scriveva Arthur Miller che “un’era si può considerare chiusa quando le sue illusioni di base si esauriscono”. Che ne dicano i pasdaran di Bruxelles e Berlino, si sta sfatando sempre più il mito che i mercati, lasciati a se stessi, possano allocare le risorse nella maniera più efficiente. Si crede sempre meno che la finanza possa essere ancora la leva di uno sviluppo duraturo. Soprattutto, si sta arrivando a comprendere che il modello economico instaurato nei lontani anni ottanta - con la grande rivoluzione neoliberale di Ronald Reagan e Margaret Thatcher - non produce oramai che diseguaglianze e stagnazione. I redditi mediani, vale a dire i salari reali dell’80% della popolazione europea, non sono più cresciuti da allora, mentre la ricchezza non è stata concentrata in così poche mani dai tempi in cui ancora dava scandalo mostrare le gambe al Moulin Rouge.

I segnali arrivano da dove meno te l'aspetti. Il Financial Times parla di nuova era keynesiana. Il Fondo Monetario Internazionale si domanda se il neoliberismo non sia sopravvalutato. Theresa May, in Gran Bretagna, condanna la polarizzazione della ricchezza dovuta alle politiche di quantitative easing - le stesse che persegue la BCE, stampando denaro per oliare la roulette dei mercati - aprendo invece alla necessità di investimenti pubblici in deficit.

Gli europei hanno sperimentato sulla propria pelle l’ingiustizia di un sistema allo sbando. Le politiche di austerità e l’incapacità dell’eurozona di dotarsi di ambiziose politiche fiscali e di investimento hanno condannato il continente all’impoverimento, i giovani all'emigrazione. Le previsioni per i prossimi anni, secondo gli stessi bollettini della BCE, sono quelle di un perdurare di stagnazione e disoccupazione a due cifre.

È ora che tutto questo finisca. Ed è bene che sia finalmente anche il governo italiano a dirlo. Ma attenzione: non servirà a nulla andare a Bruxelles truccando i conti e chiedendo scampoli di flessibilità da giustificare con sedicenti spese extra per migranti, terremoti e invasioni marziane. Occorre avere il coraggio di dire le cose come stanno: la politica economica europea è fallimentare, controproducente e ideologica. E va cambiata.

Solo un deciso cambio di direzione ci salverà dal peggio. Ed è ora che anche il governo di un paese centrale come l'Italia - per nulla periferico nei rapporti di forza, non creiamoci facili alibi - lo reclami con forza. E quando necessario, con disobbedienza costruttiva

E’ per questo che non si rispetteranno in pieno le regole di bilancio, ma si rilancerà invece su un Summit straordinario per discutere seriamente di investimenti, surplus commerciali e crescita. Invece di declinare il litigio con la Commissione sugli zero-virgola, una lotta sterile utile esclusivamente a fini elettorali interni, è ora che Padoan rivendichi con forza la sua giusta proposta di un sussidio di disoccupazione unico europeo. Che si inizi a parlare di come andare oltre il quantitative easing. Direzionandolo, ad esempio, alla Banca Europea degli Investimenti per un piano straordinario di riconversione ecologica.

Certo, l’Italia della corruzione, della spesa pubblica clientelare e degli sprechi, ha scarsa credibilità per farsi paladina di un discorso di questo tipo. Francesco Cancellato fa bene a mettere in guardia dal refrain “cambiamo l’Europa per non cambiare l’Italia”. Ma non può questo essere un alibi per accettare il perseguirsi di un immobilismo avvelenato. E' vero, l’Italia ha un debito pubblico monstre che non diminuisce e mette il paese sotto la spada di Damocle dello spread. Ma non scenderà con la sola austerità, come gli ultimi anni ci hanno abbondantemente dimostrato.

Solo un deciso cambio di direzione ci salverà dal peggio. Ed è ora che anche il governo di un paese centrale come l'Italia - per nulla periferico nei rapporti di forza, non creiamoci facili alibi - lo reclami con forza. E quando necessario, con disobbedienza costruttiva.

Pochi giorni dopo la capitolazione di Syriza e la firma dell’ennesimo memorandum con la Troika, Donald Tusk, il Presidente del Consiglio europeo, disse candidamente che andava sradicata “l’illusione che si possa costruire un qualche tipo di alternativa all’attuale modello economico dell’UE.” Quell’illusione - comunque meno stravagante che immaginare si possa mantenere lo status quo - è oggi anche l’ultima spiaggia per salvare il progetto Europa dal naufragio.

Potrebbe interessarti anche