Due anni di Renzi: l’occupazione è cresciuta, ma non per i giovani e le donne

I dati registrano il fatidico segno più: cifre molto basse rispetto alla media europea ma, in sostanza positive. Se si guarda però in profondo, si nota che la crescita vale solo per alcune fasce e per alcuni tipi di lavoratori, che non sono né giovani né donne

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10 Novembre Nov 2016 1420 10 novembre 2016 10 Novembre 2016 - 14:20
Messe Frankfurt

«I dati Istat di oggi dicono che siamo a più 656mila occupati dall’inizio del nostro Governo. C’è un’Italia che continua a lavorare, giorno dopo giorno, senza scadere nella lamentazione». Sono le parole del premier Matteo Renzi di solo pochi giorni fa, quando andò in visita ad alcune importanti aziende che stanno investendo ed assumendo.

Ormai anche lui – non solo l’opposizione – sta cercando di creare un’atmosfera da fine legislatura, quella in cui si fa un bilancio degli anni di governo. È l’effetto del referendum, che il presidente del Consiglio è tornato a concepire come un giudizio sulla sua esperienza a Palazzo Chigi.

E allora cosa è accaduto veramente in questi 2 anni e 8 mesi circa di governo Renzi, in particolare all’economia del nostro Paese?

Il Pil è tornato effettivamente con il “segno più”: dopo il deludente 2014, che non ha visto come sperato l’inizio della vera ripresa, nel 2015 le cose sono migliorate. Se calcolato rispetto al corrispondente trimestre dell’anno precedente, il Pil ha finalmente sfiorato una crescita dell’1% a fine anno e all’inizio del 2016.

Tutto bene? Non proprio. In base all’ultimo dato disponibile, quello del secondo trimestre 2016, c’è stato un rallentamento: a livello tendenziale il Pil è salito dello 0,7%, e rispetto al trimestre precedente c’è stata una crescita zero. Il 2016 in generale ha segnato un’interruzione della serie positiva iniziata nel 2015, ed è sfumata quell’accelerazione che ci avrebbe portato sopra l’1% di crescita, e che ora appare una chimera.

Il prodotto dell’industria in senso stretto (senza le costruzioni) in particolare ha visto una brusca frenata. Nel secondo trimestre 2016 ha subito il peggiore crollo dall’inizio del 2013, con un calo del 0,8%, che si è tradotto in una diminuzione dell’incremento anno su anno dal 1,9% al 0,7%.

Luci e ombre quindi. È l’inizio di una ripresa che, però, quest’anno sta subendo una doccia fredda inaspettata, mentre lo scudo monetario di Draghi, il QE (Quantitative Easing), è ancora in vigore e il resto d’Europa continua a crescere ad altri ritmi.

Il quadro purtroppo non cambia anche se si guarda al segmento più importante dell’economia: quello del lavoro. È vero, come dice Matteo Renzi, che da febbraio 2014 ci sono circa 656 mila occupati in più:

La maggiore accelerazione è avvenuta tra maggio e agosto 2015, con 240 mila posti aggiuntivi in soli tre mesi. Il problema è che subito dopo si è fermato tutto, per riprendere a camminare tra febbraio e giugno di quest’anno, un balzo che ci ha portato vicino ai dati di oggi, visto che negli ultimi mesi non vi sono stati molti progressi.

È vero, poi, che la gran parte di questa nuova occupazione consiste in posti a tempo indeterminato, circa il 74%:

Il tasso d’occupazione è cresciuto del 2%, dal 55,5% al 57,5%: rimane decisamente più basso di quello medio europeo, ma è innegabilmente un progresso. Le ombre però si allungano quando approfondiamo lo sguardo. Innanzitutto, questo 2% è una media tra la performance maschile, che ha segnato un + 2,5%, e una femminile – che si è fermata al +1,4%: l’occupazione delle donne, la più bassa d’Europa, a meno del 50%, è salita meno di quella degli uomini. In sostanza il gap invece di chiudersi si è allargato.

La ragione non è difficile a immaginarsi, e tutto si capisce quando si esaminano le cifre degli occupati per fasce d’età: dal febbraio 2014 ci sono quasi 300mila posti di lavoro in meno tra gli under 50. Questa è la triste realtà: se il totale finale è in positivo di 656mila è solo grazie ai 950mila ultra-50enni in più al lavoro. In gran parte uomini, poi. E da qui anche la differenza di genere.

Non è un fatto nuovo, se ne parla da tempo, ma stupisce la persistenza e la dimensione del fenomeno. Gli occupati più anziani sono aumentati in particolare nell’ultimo anno in modo quasi lineare. A perdere di più sono stati coloro che sono tra i 35 e i 49 anni, -282mila posti, e i 25-34enni, -70mila.

È vero che c’è un calo demografico in atto in particolare in queste fasce: a conferma, il tasso di occupazione, cioè la proporzione dei lavoratori sul numero di persone in questi segmenti di età, è impercettibilmente salito, di uno zero virgola.

Tuttavia, come lo stesso Renzi sottolinea, per la percezione contano i valori assoluti, soprattutto quando si proviene da un periodo di crisi e, demografia o meno, erano tantissimi i posti da recuperare rispetto al periodo pre-recessione.

Una piccola luce giunge dalla fascia dei 15-24enni: 57mila posti in più in questi 2 anni e 8 mesi. Erano 82mila in aprile. Comincia a farsi sentire il ridimensionamento della decontribuzione che presto sarà quasi completamente cancellata?

Quello che appare probabile è che è vero quello che molti commentatori hanno affermato rispondendo a Matteo Renzi: più che il Jobs Act poté la riforma Fornero. A meno di pensare che in prospettiva i consumi dei 60enni facciano crescere più di quelli dei 30enni, non sono buone notizie per il futuro della nostra economia.

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