«Il referendum potrebbe essere il primo passo per l’uscita dell’Italia dall’euro»

Parla Christopher Probyn, capo economista di State Street Global Advisors: «La vittoria del No sarebbe l’inizio di un processo che potrebbe portare a un nuovo referendum, sull’uscita dall’euro. Nell’immediato ci sarebbe una fuga verso titoli più sicuri. Ma è tutta l’Eurozona che deve cambiare»

Azioni Italiane

(GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images)

2 Dicembre Dic 2016 1331 02 dicembre 2016 2 Dicembre 2016 - 13:31
WebSim News

Il referendum costituzionale potrebbe essere il primo passo per l’Italeave, l’uscita dell’Italia dall’euro? Ne è convinto Christopher Probyn, il capo economista a livello globale di State Street Global Advisors. A Milano per presentare le previsioni della società per l’economia mondiale nel 2017, non getta acqua sul fuoco degli allarmi arrivati negli ultimi giorni dalla stampa anglosassone. Anzi, non esita a parlare di «un grande pericolo» di «reazioni molto negative» da parte dei mercati in caso di una vittoria del No, data in vantaggio negli ultimi sondaggi pubblici. Il motivo sarebbe l’instabilità politica immediata, ma soprattutto la reazione a catena che si metterebbe in moto: «la mia aspettativa è negativa nel caso in cui assieme con il referendum ci siano le dimissioni del premier, la vittoria di un partito euro-scettico come il Movimento 5 Stelle e l’indizione di un nuovo referendum, questa volta per l’uscita dall’euro - ha detto durante un incontro con la stampa - . Perché vista la situazione economica in Italia quali sarebbero le chance di convincere le persone a restare nell’euro? Io penso che l’euro sia il principale responsabile dei problemi italiani. Non è difficile capire che è più facile essere un politico sulle posizioni del No». E questo perché «l’euro vi sta uccidendo». Per Probyn vanno sommati vari fattori: una rivolta popolare che continua nel mondo occidentale, dalla Brexit all’elezione di Trump, e motivi più specifici del caso italiano. Soprattutto il “cronico andamento insoddisfacente” dell’economia italiana, a cui seguirebbe l’intenzione di reagire con un voto di protesta al di là del merito delle proposte di riforma. Si può essere d’accordo o no con l’analisi, ma bisogna prendere atto della posizione del capo economista di una società che fornisce servizi di investment management e ha 2.300 miliardi di dollari di asset gestiti. La sua sorella maggiore, State Street Global Services, anch’essa con sede a Boston, è una banca depositaria con 28.000 miliardi di dollari di asset sotto custodia e amministrazione (il 40% di tutti i fondi comuni amministrati negli Usa).

Partiamo dalla situazione italiana. Tutti i sondaggi danno il No in vantaggio. Abbiamo imparato a essere diffidenti sui sondaggi, ma la domanda è d’obbligo. Che cosa si aspetta che accada, in caso di vittoria del No?

Mi aspetto che i mercati rispondano negativamente, perché potrebbe essere l’inizio di un processo che porterà a un referendum sulla permanenza dell’Italia nell’euro. Non sappiamo con sicurezza come questo processo andrà a finire. Se ci fosse un voto Sì, ci sarebbe una continuità. Con la vittoria del No ci sarebbe un “flight to quality”, uno spostamento verso titoli più sicuri.

Ma vi aspettate una reazione negativa anche sui titoli di Stato, che sono sotto l’ombrello del Qe, oppure solo delle azioni?

Mi aspetto un rally dei bond tedeschi. Probabilmente un sell-off (svendita) di bond italiani e un sell-off di azioni italiane. Penso che ci potrebbe essere qualche preoccupazione. (Nel caso di una uscita dall’euro) ci sarebbero dei debiti che rimarrebbero in euro e degli asset che sarebbero convertiti in lire, il che sarebbe un disastro per il valore molto minore della lira.

Nel breve termine, in caso di vittoria del No, cosa vi aspettate che faccia il presidente della Repubblica italiano? Se ci fosse un nuovo governo in tempi brevi, i mercati si calmerebbero subito, come è stato nel caso di Trump?

Non so cosa dovrebbe fare il presidente. Dovrà provare a formare un nuovo governo o indire elezioni. Ma è limitato in quel che può fare e le persone pensano che questo può essere parte del processo che porterà l’Italia a lasciare l’euro.

Cosa succederebbe invece se vincesse il Sì?

Ci potrebbe essere un rally, con i bond e le azioni italiane che salirebbero di valore, perché sarebbe la situazione sarebbe percepita come di continuità, senza un potenziale di distruzione. Le cose però non sarebbero perfette in Italia. La vostra economia è ferma. Ma almeno non ci sarebbe un grande elemento di incertezza.

La scorsa settimana l’Ft ha scritto che otto banche italiane sono a rischio fallimento se dovesse vincere il No. È una valutazione corretta?

Non conosco le banche italiane abbastanza da fare un commento. Ma sappiamo che le banche italiane hanno crediti deteriorati nei loro book. Non so quante riserve abbiano a loro copertura. Ci rendiamo conto che c’è una vulnerabilità delle banche, che sarebbero colpite dalla prospettiva di un’economia italiana minacciata dall’incertezza, da performance economiche danneggiate e dal calo del valore degli asset.

Christopher Probyn, capo economista a livello globale di State Street Global Advisors

«La mia aspettativa è negativa nel caso in cui assieme con il referendum ci siano le dimissioni del premier, la vittoria di un partito euro-scettico come il Movimento 5 Stelle e l’indizione di un nuovo referendum, questa volta per l’uscita dall’euro. Perché, vista la situazione economica in Italia, quali sarebbero le chance di convincere le persone a restare nell’euro?»

Allarghiamo l’orizzonte. Negli Usa si parla già di Trumplation, un aumento di inflazione dovuto ai lavori pubblici e ai probabili dazi. Si dovrebbe accompagnare a un aumento dei tassi di interesse da parte della Fed già da dicembre. Ci sarà un movimento al rialzo dell’inflazione e dei tassi anche in Europa?

In qualche misura, i tassi in Europa rifletteranno quel che accade ai tassi negli Usa. Nel mercato dei bond ci sarà qualche arbitraggio. Comunque ci saranno anche differenze. Perché negli Stati Uniti ci saranno stimoli fiscali. In Europa non ci saranno molti stimoli fiscali e la Bce probabilmente continuerà a comprare titoli ed estenderà il proprio programma di acquisto di asset (il Quantitative easing, ndr).

Quanto dovrebbe durare il Qe della Bce, la cui scadenza è prevista nel marzo 2017?

Almeno altri sei mesi, quindi almeno fino a settembre.

Lei ha un giudizio molto duro sull’euro, per le differenze di competitività che vanno allargandosi tra i Paesi. Secondo lei c’è anche un pericolo per la sopravvivenza dell’euro?

Sì, penso che tutto quello che avete fatto finora ha un problema terribile: finora ve la siete solo cavata alla bell’e meglio. Potete cavarvela alla bell’e meglio per un po’, poi dovrete prendere una decisione. O vi unite di più: cioè tutti pagate le tasse a Bruxelles e poi Bruxelles ridistribuisce le tasse in giro per l’Europa. O vi dividete.

«Nell’eurozona potete cavarvela alla bell’e meglio per un po’, poi dovrete prendere una decisione. O vi unite di più: cioè tutti pagate le tasse a Bruxelles e poi Bruxelles ridistribuisce le tasse in giro per l’Europa. O vi dividete»

Passiamo agli Stati Uniti. Come valuta la nomina di Steven Mnuchin, un banchiere ex Goldman Sachs, come segretario al Tesoro?

Non è evento inusuale. Abbiamo avuto altre volte ex banchieri di Goldman Sachs come segretari al Tesoro. Il ragazzo ovviamente conosce la finanza. Farà quello che gli chiederanno Trump e lo speaker del Congresso Paul Ryan, cioè di abbassare le tasse sulle aziende e sulle persone fisiche. Abbassare le tasse alle aziende non sarà la gran cosache sembra, perché la tassazione effettiva è già più bassa del 35 per cento e portarla al 15% non sarà un taglio grande come appare. Ma abbassare la tassazione sulle persone potrebbe essere un grande cambiamento, specialmente se si accompagnerà all’abrogazione dell’Obamacare, parte della quale è finanziata da forme di tassazione del reddito che prima non c’erano.

Trump ha annunciato che cancellerà lo Dodd Frank Act, la legge che regola la finanza statunitense. È una mossa necessaria? Quali effetti avrà?

Il Dodd Frank Act ha due parti: una di legislazione e una regolamentare. La legislazione indica per esempio le agenzie che dovranno dettare le regole su determinate tematiche. Mi aspetto che non cambino la legislazione ma alcune regole. I banchieri chiedono norme meno stringenti: dicono che le regole sul rischio li stanno veramente danneggiando, perché colpiscono la profittabilità e rendono necessario accantonare troppo capitale per un dato livello di passività. Non penso ci sarà un’abrogazione totale del Dodd Frank Act, ma potrebbero abrogare alcune parti. Come quella che riguarda la Consumer Protection Agency, che è molto impopolare. Potrebbero ridurne il raggio d’azione e le dimensioni.

Non ancora eletto, Trump ha convinto un’azienda di condizionatori, la Carrier, a non spostare parte della produzione in Messico. Quanto è realistica la promessa di Trump di riportare il lavoro nel manifatturiero negli Usa, compresa l’industria del carbone?

A mio parere sarà molto difficile se non impossibile riportare indietro il lavoro nelle miniere di carbone, per esempio in West Virginia. In economia, il cambiamento economico è chiamato distruzione creativa. Una volta in Massachusetts facevano scarpe, ora non le fa nessuno. Né credo che rivedremo più miniere di carbone in West Virginia.

È più preoccupato per la rottura degli accordi commerciali degli Usa, come il Tpp e il Ttip, oppure fiducioso sul fatto che Trump troverà accordi migliori?

Per un po’ questi accordi saranno in un vicolo cieco. Sono stati talmente tanto al centro della campagna elettorale di Trump che li metterà da parte. Io penso che non realizzerà il muro con il Messico né altre promesse, ma il Tpp e il Ttip saranno accantonati.

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