Dopo il referendum

Zingales: ”Ora solo lo Stato o la Troika possono salvare le banche italiane”

Parla l’economista dell’università Chicago Booth: «Renzi ha rinviato la patata bollente. Il nuovo governo dovrà affrontare la debolezza delle banche italiane con l’iniezione di capitali pubblici. Anche con l’intervento del Fondo Salva Stati. Sempre meglio che finire come la rana bollita»

Uomini Mps

(GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images)

6 Dicembre Dic 2016 0822 06 dicembre 2016 6 Dicembre 2016 - 08:22

I problemi delle banche italiane sono tutti sul tavolo e il prossimo governo dovrebbe avere una priorità: avviare un piano di iniezione di capitale pubblico negli istituti di credito. È la proposta che Luigi Zingales, economista all’Università Chicago Booth, aveva avanzato la scorsa estate e che torna in auge, anche e a maggior ragione con la prospettiva di un esecutivo tecnico. Questo intervento potrà avvenire anche con il sostegno dell’Esm - altrimenti detto Fondo Salva Stati - quel che rimane, di europeo, della celebre Troika. Con conseguenze disastrose come in Grecia? Per Zingales ha più senso guardare alla Spagna, dove l’economia è ripartita.

Professore, nel day after del referendum ci aspettavamo una bufera in Borsa. È stata invece una giornata relativamente calma, con cali forti nel settore bancario ma senza panico. È un po’ uno scenario da occhio del ciclone, con la tempesta che potrebbe tornare presto. Quanto può durare questa situazione di attendismo dei mercati?

I mercati reagiscono quando ci sono novità. L’unica novità di ieri (lunedì 5) è stata il margine di vittoria del No. Ma è stata una sorpresa relativa, perché i sondaggi anche nelle precedenti elezioni hanno sbagliato in direzione pro-establishment, non in senso contrario. Da quello che so gli operatori si erano preparati, alleggerendosi, facendo hedging. La mancata reazione della Borsa è dovuta a questo. Ciononostante, non è una buona notizia per il settore bancario italiano, come si è visto in Borsa.

Qual è il profilo migliore del prossimo presidente del Consiglio? Un tecnico come Pier Carlo Padoan o una figura istituzionale come il presidente del Senato Piero Grasso?

Dipende dall’obiettivo: se la priorità è sistemare le banche c’è bisogno di un tecnico che abbia credibilità a Francoforte e che capisca di banche. Se invece si vuole fare altro serve un altro profilo.

Oggi tutti gli occhi sono sulle banche, a partire da Mps. Lunedì 5 dicembre il consorzio delle banche garanti ha preso 3-4 giorni di tempo in attesa degli sviluppi politici e il fondo sovrano qatariota Qia, che potrebbe mettere un miliardo, è stato alla finestra. È una mossa che va vista positivamente, visto che si parlava di un’uscita immediata in caso di No al referendum?

Nessuno si vuole prendere la responsabilità di dire un secco No. E i qatarioti vogliono vedere cosa succede. Se un domani ci sarà Padoan a garantire un deal particolare, potranno averne un ritorno. Non hanno alcun interesse a dire No ora. Hanno interesse ad aspettare. Il problema è che la Bce vuole non solo la realizzazione ma addirittura il pagamento dell’aumento di capitale entro il 31 dicembre. Good luck, con il Natale di mezzo. Già raccogliere 5 miliardi non è facile partendo il 5 dicembre. Partendo il 10 o il 15 mi sembra un’iniziativa al di sopra delle capacità anche di Jp Morgan e Mediobanca.

Non ci potrebbe essere uno slittamento dei termini concesso dalla Bce, come avvenuto per la vendita delle quattro popolari?

Tutto è possibile, però bisognerebbe ottenere questo slittamento. Questo significherebbe che anche i termini per l’aumento di Unicredit potrebbero essere rimandati.

«Il problema di Mps è che la Bce vuole non solo la realizzazione ma anche il pagamento dell’aumento di capitale entro il 31 dicembre. Good luck, con il Natale di mezzo»

Per Mps si parla di un piano B e cioè la conversione obbligatoria delle obbligazioni in azioni. È realistico che ci si arrivi, stante la situazione politica e della banca?

Sì.

E che conseguenze potrebbe avere?

Io vedrei relativamente bene una conversione forzata di tutti i bond subordinati, con un fondo per proteggere i detentori individuali che sono stati fregati. Il grosso vantaggio è che in questo momento di crisi e di confusione parecchi investitori individuali hanno venduto. A questo punto lo Stato non dovrebbe rimborsare chi ha comprato sul mercato. Rimborserebbe solo i venditori individuali che hanno detenuto obbligazioni da allora fino a oggi. Questi si sono ridotti: alla fine dei due miliardi di euro originari si tratterà di meno di un miliardo. Se poi non rimborsasse il 100% ma l’80% si tratterebbe di 800 milioni. Mi sembra che non sia una brutta soluzione.

Sarebbe di fatto un bail-in.

Sì, nella sua forma più leggera. Ma secondo me il problema non è tanto questo.

E qual è?

Se l’unico problema al mondo fosse Montepaschi, questa sarebbe la soluzione ideale. Il problema è che se si applica un bail-in di questo tipo a Montepaschi, Unicredit va in seria difficoltà. Un consigliere di amministrazione di Unicredit ha scritto sul Corriere della Sera, senza qualificarsi come tale, che è necessario che lo Stato intervenga nelle banche. Mi sembra strano che lo faccia. E mi domando: è un segno di disperazione?

Lunedì 5 dicembre Unicredit ha dato la notizia dell’avanzamento della vendita di Pioneer per tre miliardi. Sta cercando di smarcarsi da Mps. Ci sta riuscendo?

Bisognerebbe essere nei mercati per saperlo. Certamente è stata una mossa intelligente. Sapevano della probabile vittoria del No e per controbilanciare l’effetto negativo hanno dato una notizia positiva. E infatti Unicredit è scesa in Borsa meno delle altre banche.

«Vedrei bene una conversione forzata di tutti i bond subordinati di Mps, con un fondo per proteggere i detentori individuali rimasti fregati. Ma se passasse questo “bail-in light” gli operatori che finanziano tutte le altre banche sul mercato obbligazionario comincerebbero a spaventarsi. Non si avrebbe più un mercato obbligazionario e le altre banche sarebbero a rischio»

Le partite delle altre banche restano sul tavolo, in particolare quella delle due venete. Il problema se passa il “bail-in light” è che lo Stato deve mettere sul tavolo diversi miliardi per rimborsare gli investitori individuali?

No, non è questo il punto. Il punto è che se passa il bail-in light gli operatori istituzionali che finanziano tutte le altre banche sul mercato obbligazionario cominciano a spaventarsi. Le altre banche sono a rischio perché si comincia a non avere un mercato obbligazionario: vale per le banche venete, per Unicredit eccetera. Si comincia con una e non si sa dove si finisce. Questo film l’ho visto con le banche americane.

Quindi non riescono più a finanziarsi, è questo il punto.

Esattamente. E lo Stato deve intervenire una alla volta, diventa complicato.

La sentenza del Consiglio di Stato sulla riforma delle banche popolari non aiuta.

Certamente, perché crea confusione. Anche se, pur non essendo un giurista, penso che la posizione del Consiglio di Stato non sia così assurda. Il diritto di recesso è un diritto fondamentale degli azionisti. Eliminarlo con la giustificazione della stabilità mi sembra un po’ grave.

L’effetto potrebbe essere però quello di bloccare il processo di fusione che si è prodotto fin qui solo in un caso, quello tra Bpm e Banco Popolare.

Certamente l’effetto può essere negativo. Questo non vuol dire che la decisione sia sbagliata dal punto di vista giuridico o economico.

«Il prossimo governo dovrà correggere la rotta. Sulle banche il governo Renzi ha giocato a rimpiattino, cercando di posticipare il momento in cui doveva prendere la decisione»

Il governo che verrà dovrà essere in continuità con il precedente sul tema delle banche o dovrà correggere la rotta?

Dovrà correggere la rotta. Sulle banche il governo Renzi ha giocato a rimpiattino, cercando di posticipare il momento in cui doveva prendere la decisione. Paradossalmente a Renzi è andata bene, nel senso che la patata bollente l’ha passata al governo successivo.

Una cosa che il prossimo governo dovrebbe fare sulle banche?

Io a giugno avevo fatto la proposta di un “Tarp” all’italiana, con delle restrizioni molto specifiche, inclusa una commissione d’inchiesta, la famosa commissione d’inchiesta che Renzi ci aveva promesso e non ci ha mai dato.

Quindi un ingresso del governo in tutte le banche?

Del governo o dell’Esm (il meccanismo europeo di stabilità, ndr). Non è tanto quello il problema. Il problema è come si mettono dentro questi soldi e a che condizioni. Io le vedrei come delle forme di equity molto senior (con priorità di rimborso, ndr), con obbligo di rimborso nel giro di un anno e imposte a tutti. Anche alle banche solide o che si dicono solide, come Intesa. In questo modo si capitalizzerebbe il sistema massicciamente. La banca solida si comprerebbe queste azioni a un prezzo prefissato entro un anno senza grossi problemi. In quelle banche che invece non riuscirebbero a mettere del capitale per ricomprarsele, le azioni sarebbero eliminate e questa immissione di capitale diventerebbe capitale azionario.

Ieri l’Eurogruppo ha chiesto una manovra aggiuntiva da 5 miliardi, se le indiscrezioni sono corrette, sebbene non immediata. Il nuovo governo dovrà tenere una posizione muscolare con Bruxelles come ha fatto il governo Renzi nella sua seconda parte?

Io sono sempre stato dell’idea che ci dovrebbe essere un approccio diverso all’Europa. L’approccio muscolare sulla flessibilità non mi sembra la cosa giusta da farsi. Che però l’Europa dovrebbe contribuire in maniera più massiccia al pagamento della difesa della frontiera, rispetto all’entrata dei migranti, è sacrosanto. Il fatto che dovremmo introdurre della politica fiscale europea pure. Il governo dovrebbe battersi per questo. Certo un governo, non balneare ma comunque elettorale, non ha la credibilità per farlo. Io mi aspetto un esecutivo abbastanza supino all’Europa perché non ha la possibilità di fare altro.

«Non sono un amante della Troika, ci sono inevitabilmente dei rischi a portarci a casa l’Esm o la Troika, però ci sono dei rischi ancora più grandi a non averla e a continuare così. Il rischio è quello della rana bollita»

Nelle ultime settimane molti analisti, soprattutto anglosassoni, hanno evocato l’uscita dell’Italia dall’Euro, in un orizzonte di 2-3 anni come conseguenza della futura elezione dei Cinque Stelle e del referendum sull’Euro. Lei in passato aveva parlato della necessità due monete per l’Europa, in cui l’Italia avrebbe dovuto appartenere alla moneta più debole. Che riflessioni le vengono dopo questa tornata elettorale e a fronte di una possibile vittoria dei Cinque Stelle?

Innanzitutto che c’è il rischio che questo evento succeda per disperazione, non per scelta. In uno scenario catastrofico, che non è probabile ma non è impossibile, in cui l’Europa non ci aiuta a intervenire sulle banche, in cui si diffonde il panico, a un certo punto per salvare le banche si bloccano i movimenti di capitale e si devono finanziare gli istituti di credito: in una situazione difficile il modo più tranquillo per farlo è stampando moneta propria. La possibilità che questo succeda per disperazione non è zero. Detto questo, il modo del referendum mi è sempre sembrato estremamente pericoloso, perché non si arriva con le banche intatte alla fine del referendum. Io ho scritto un libro (Europa o no, Rizzoli, ndr) due anni fa in cui sostenevo che per diventare fattibile l’Europa avrebbe dovuto fare dei cambiamenti in tempi rapidi. Il tempo è passato e i cambiamenti sono stati minimali. Oggi come oggi è abbastanza chiaro che l’euro non è sostenibile per noi in queste condizioni. O l’Europa cambia o prima o poi (la disgregazione dell’euro) succederà per disperazione.

Prima che si arrivi a scenari così pesanti c’è la possibilità di un intervento dell’Esm, a cui ha accennato prima. Anche in una situazione di governo tecnico valgono le considerazioni fatte in passato sul fatto che la Troika non deve farci paura?

Certo, a maggior ragione. Le nostre banche vanno sistemate, in due modi: migliorandone la governance e ricapitalizzandole. Qualsiasi meccanismo che raggiunga questi due obiettivi raggiunge un grosso risultato. La Spagna ha fatto questo ed è ripartita. Non sono un amante della Troika, ci sono inevitabilmente dei rischi a portarci a casa l’Esm o la Troika, però ci sono dei rischi ancora più grandi a non averla e a continuare così. Il rischio è quello di fare come la rana bollita.

Vale a dire?

Se metti una rana nell’acqua tiepida e cominci a scaldarla, lei non si rende mai conto del differenziare di temperatura e finisce bollita. Se invece la butti di colpo nell’acqua bollente, se ne accorge e salta fuori. Il grosso rischio dell’Italia è di finire come la rana bollita. Lentamente, anno dopo anno, perdiamo imprese e posti di lavoro, aumentiamo il debito, consumiamo i nostri risparmi. E poi cosa succede?

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