«Solo Renzi poteva salvarci dall’austerità. Ora serve una mobilitazione di popolo»

Gustavo Piga, economista dell’Università di Roma Tor Vergata: «Alla fine dell’anno prossimo rischiamo che il fiscal compact finisca nei trattati europei. Renzi era l’unico che poteva evitarlo. Con un governo tecnico l’unica speranza sono manifestazioni che mobilitino le varie parti del Paese»

Signore Protesta

(TIZIANA FABI/AFP/Getty Images)

8 Dicembre Dic 2016 0813 08 dicembre 2016 8 Dicembre 2016 - 08:13
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Mobilitazione generale. Pacifica, senza violenze, ma compatta e continuata, per tutto il 2017: è l’unico modo per evitare che alla fine dell’anno che verrà il fiscal compact rientri nei trattati europei, finendo di essere un accordo intergovernativo revocabile. È quello che immagina Gustavo Piga, professore ordinario di Economia politica presso l'Università degli studi di Roma Tor Vergata, da anni impegnato in una battaglia contro l’austerità. Nel 2014 fu tra gli organizzatori di una raccolta di firme per un referendum che abrogasse l’adozione del fiscal compact. Negli ultimi mesi ha apprezzato l’attivismo di Renzi per ottenere margini di negoziazione maggiori in Europa, sebbene ritenga gli sforzi non sufficienti. Ora, spiega, le dimissioni di Renzi sono “una disgrazia”, perché “era l’unico in grado di condurre una battaglia a Bruxelles”. Il No al referendum, aggiunge, è un messaggio contro l’attuale politica economica europea, ma ha un effetto paradossale: rafforza nel breve termine il paradigma della stabilità e pure lo stesso Renzi. Ma nel medio periodo o si cambia o vinceranno le forze populiste.

Professore, intanto lei che interpretazione dà del voto di domenica?

A livello europeo, per chi crede al paradigma di breve periodo della stabilità, ci troviamo di fronte a un’Europa molto più stabile di prima. Non dimentichiamo che domenica ci sono stati due voti. In Austria abbiamo cancellato, almeno per un anno o due, il fantasma fascista che ci ricordava così tanto gli anni Trenta. Dopo la Brexit abbiamo imparato che ci dobbiamo responsabilizzare molto più di prima quando votiamo, che il nostro voto conta, che non possiamo vivere di rimpianti una volta che abbiamo deciso di non andare a votare.

E in Italia?

Anche il voto italiano va preso come un voto per il paradigma della stabilità. Lo vedo come da un lato un successo per Renzi e dall’altro un successo per il successo per il paradigma della stabilità.

Come, non è la vittoria della protesta?

Questo referendum è stato inteso, alla fine da entrambe le parti, non come un voto tecnico su questioni costituzionali ma come un voto sulla figura di Renzi. Allora: se una persona riesce a mobilitare così tante persone al voto e poi ottiene da queste persone un 40% di sostegno in un momento non di luna di miele di metà mandato, il più difficile per un governante, il risultato è più da valutare positivamente per il premier che negativamente.

Perché è una vittoria della stabilità?

Per i tifosi del paradigma della stabilità europea si è disinnescata una mina che per loro doveva essere rilevantissima: perché l’Italicum, pensato da Renzi quando si vedeva come l’unica alternativa a Berlusconi, era diventato un incubo per quelli del paradigma della stabilità. Era l’unico sistema elettorale possibile che avrebbe consegnato l’Italia al Movimento Cinque Stelle. Che poi ci piaccia o meno il Movimento Cinque Stelle è un altro discorso.

È l’allarme che prima del voto aveva lanciato l’Economist.

Esatto, era l’argomento dell’Economist e l’argomento, e questo mi diverte molto, di Berlusconi. Berlusconi che dice “Io voto no perché se vince il Sì vince Grillo” ha ragioni da vendere e il paradosso è che il Movimento Cinque Stelle si è opposto a questo regalo di Natale che gli era stato confezionato. Qualsiasi siano le motivazioni del M5s per averlo rifiutato, adesso ci troviamo con una legge pro-Grillo che verrà credo rapidamente abbandonata per un sistema molto più proporzionale che ovviamente gioca contro Grillo e a favore dei partiti moderati. Possiamo dire che rallenterà l’azione di governo, ma se rimane un governo moderato questo non può che far piacere ai fan del paradigma della stabilità.

«Il voto al referendum costituzionale va preso come un voto per il paradigma della stabilità. Lo vedo come da un lato un successo per Renzi e dall’altro un successo per il successo per il paradigma della stabilità»

Ma è stato un voto contro l’Europa?

Non credo come detto che sia stato un voto anti-Renzi per sé, per la persona, perché prendere il 40% correndo da solo è un bel risultato. Però evidentemente è stato un voto contro la politica economica. A questo punto, bisogna domandarsi: chi la fa la politica economica italiana? La fa Renzi o la fa l’Europa? Se la fa l’Europa è un voto anti-politiche economiche europee. Se la fa Renzi è un voto anti-politiche economiche di Renzi. La mia risposta è che il pasticcio terrificante italiano in cui ci troviamo richiama responsabilità sia di Renzi che dell’Europa.

È stato un voto degli esclusi, nel Sud in particolare.

È evidentissimo, guardare l’incredibile modalità di voto nel Meridione e nelle Isole. Il No in Sardegna è arrivato al 72. Che cosa è il Meridione d’Italia e d’Europa in questo momento? È stata ed è l’area economica più colpita dalla crisi e dove meno la politica economica è riuscita a trovare una risposta, lì dove tra l’altro era più urgente. Se lei va in giro per la Lombardia o per il Piemonte troverà regioni vibranti economicamente, che riescono a esportare molto grazie anche alle politiche monetarie di Draghi, un sistema che aveva soltanto bisogno di una ripresa mondiale per uscire dalla crisi. Invece quel territorio che più aveva bisogno di politiche specifiche, il Centro-Sud, versa in uno stato di crisi, di emorragia di giovani, di emorragia di lavoratori, di crescente potere della criminalità organizzata come ultimo bastione di sollievo, che non è tollerabile, e queste politiche economiche fallimentari su Centro e Meridione sono state chiaramente denunciate dal voto del referendum.

Per quanto tireranno un sospiro di sollievo i fautori della stabilità?

Per un anno o due. Anche in Austria, tra l’altro. Però se noi non risolviamo il nodo centrale delle politiche economiche a livello nazionale e a livello europeo, rischiamo di essere qui tra due anni a contare i rimasugli di un’Europa che fu. Questo sarebbe un danno epocale in un mondo globalizzato per i nostri figli.

Si stanno creando le condizioni per ripensare il fiscal compact?

Qui arrivavo: ci sono due grandi errori, che non possono essere scissi l’uno dall’altro. Uno sbaglia perché l’altro sbaglia. L’errore dell’Europa è di non consentire politiche economiche in appoggio della domanda interna tramite gli investimenti pubblici e la spesa pubblica. L’enorme errore di Renzi, la miopia di Renzi, è di non aver fatto l’unica riforma necessaria, altro che quella elettorale o il Jobs Act: quella della spending review.

Perché l’unica necessaria?

Perché non c’è modo di convincere l’Europa ad autorizzare l’Italia a spendere di più se non dimostra che sa spendere bene. E non c’è ragione di spendere di più se uno non sa spendere bene, perché questi sono soldi buttati al vento. È difficile convincere questa Europa così cretina e così ideologicizzata sulla irrilevanza del settore pubblico, il che è un gravissimo errore di visione di come funzionano le economie di mercato, se non riusciamo a convincere i tedeschi che sappiamo spendere bene.

L’ultima legge di Stabilità è fatta di cose buone ma anche di mance.

Renzi ha continuato a sottovalutare l’importanza della spending review anche recentemente con gli accordi un po’ a casaccio con i sindacati nella pubblica amministrazione. Ma anche l’Europa continua a sbagliare. Moscovici sta facendo delle aperture: ora chiede anche alla Germania di spendere di più e di tassare di meno. Ma continua a chiedere all’Italia di continuare nelle politiche di austerità. Si sta quindi facendo un cambiamento timido. Purtroppo il problema, come sempre, è che non c’è tempo. Più tempo passa, con la nostra timidezza, più le cose si incartano.

«Ci sono due grandi errori, che non possono essere scissi l’uno dall’altro. L’errore dell’Europa è di non consentire politiche economiche in appoggio della domanda interna tramite gli investimenti pubblici e la spesa pubblica. L’enorme errore di Renzi è di non aver fatto l’unica riforma necessaria: quella della spending review»

Non se ne esce?

L’occasione vera, chiunque la coglierà, è quella che si presenta a fine 2017, quando i Paesi dell’Unione europea dovranno decidere se inserire il fiscal compact dentro i trattati. Il fiscal compact in questo momento è un semplice accordo intergovernativo. Si era previsto che dopo cinque anni di funzionamento se ne sarebbero valutate l’operatività e lo si sarebbe eventualmente inserito nei trattati. Abbiamo visto il totale fallimento di queste politiche assurde legate al fiscal compact: hanno distrutto le aspettative, hanno bloccato gli investimenti pubblici ma anche privati, per il pessimismo che hanno generato nei Paesi più in difficoltà. Sarebbe fondamentale che iniziasse nel 2017 una campagna pan-europea, guidata dall’Italia, per la ricusazione del fiscal compact e la non firma da parte dell’Italia all’inserimento del fiscal compact nei trattati. Questo Renzi in campagna elettorale l’aveva chiaramente detto. Ma sa, la campagna elettorale è una cosa, poi dopo è un’altra. Contemporaneamente va fatta una enorme, vera, seria, spending review soprattutto su appalti e su stipendi della pubblica amministrazione, dove si possono generare tantissime risorse senza aumentare le tasse, per finanziare spesa pubblica per i talenti, per la gente brava, per la gente che soffre e per gli investimenti pubblici di cui hanno bisogno sia il territorio, sia le imprese per sostenere le proprie attività. Se queste due cose si possono fare allora forse nel 2018 parliamo di un’Europa diversa. Altrimenti nel 2018 probabilmente staremo a raccontare la fine di un progetto.

Come Italia nel 2018 e 2019 effettivamente le correzioni previste dal fiscal compact saranno ancora più stringenti che nel 2017. Sembra di capire dal suo discorso che se non si cambia, non sarà possibile avere una vera crescita.

Questa è la follia della flessibilità. Si ottiene per il 2017 una mancia, un obolo di flessibilità e al contempo si deve promettere urbi et orbi che nel 2018 e 2019 faremo due manovre da 20 miliardi di aumenti di tasse sui consumatori. Questo deve cessare, e questo è esclusivamente legato al fiscal compact. La battaglia è là. In questo caso l’Italia ha il coltello dalla parte del manico per la prima volta, perché se oppone la firma allora non c’è niente che si possa fare.

Però l’Italia avrà con ogni probabilità un governo tecnico. Che forza può avere un governo tecnico per fare questa battaglia?

Questo è il mio grande rimpianto. Credo che l’unica persona che avrebbe potuto portare a termine questa battaglia, malgrado sia stata a mio avviso assolutamente incompetente su questa battaglia nei passati anni, era Matteo Renzi. Era l’unico che aveva le capacità, se l’avesse voluto. Perché alla fine di battaglie vere contro l’austerità non ne ha combattuta una, o perlomeno se ha pensato di combatterla è stato guidato da una serie di consiglieri assolutamente incompetenti.

«L’unico modo per opporsi al fiscal compact nei trattati è che ci sia la sorpresa forte della mobilitazione generale, per una battaglia comune come sistema Paese, tra cittadini e partiti, contro quella firma»

In ogni caso, ora non c’è.

È questo che io rimpiango più di tutto: per fare questa battaglia abbiamo bisogno di un governo politico, ma io non vedo un governo politico rapidissimo, senza che prima si sia fatta una riforma elettorale. Un governo tecnico è una disgrazia in questo senso. L’unico modo per affrontare questo è che ci sia la sorpresa forte della mobilitazione generale, per una battaglia comune come sistema Paese, tra cittadini e partiti, contro quella firma. A mio avviso l’unico modo per riuscire ad arrivare a fine 2017, con un Paese che abbia la piena coscienza dell’importanza di questa battaglia, è che si mobilitino tutta una serie di forze sul territorio, per sostenere o per mettere pressione contro, perché potrebbe essere che il prossimo governo tecnico faccia un passo indietro rispetto a Renzi e data la debolezza diventi ancora più austero. Sarebbe un paradosso estremo.

Si immagina delle proteste come quelle fatte in Grecia e Portogallo all’epoca degli interventi della Troika?

Come quella che abbiamo fatto noi e che è fallita per il boicottaggio che Renzi ci ha fatto nel 2014, quando abbiamo ottenuto 350mila firme per il referendum contro il fiscal compact, ma non siamo riusciti ad arrivare a quota 500mila. Renzi poi si è mangiato le mani per l’errore tattico di non aver combattuto quando era al massimo dei sondaggi d’opinione una battaglia di quel tipo. Ora bisogna che si crei una pressione sociale dei cittadini molto forte, perché il governo tecnico senta questa pressione così tanto da essere portato a rappresentare l’istanza. Poi se c’è un governo politico, sarà stato eletto secondo me con un mandato chiaro sulla politica economica. Forse le cose saranno più semplici. Non diamo in ogni caso il messaggio sbagliato: deve essere un movimento pacifico, una rivoluzione pacifica in favore dell’Europa e della solidarietà.

Lunedì 5 dicembre l’Eurogruppo, in assenza di Padoan, ha avanzato la richiesta di una manovra correttiva addizionale valutabile in 5 miliardi di euro. È un avvertimento a che si cambi tono rispetto all’ultima fase della politica di Renzi?

Questo è uno dei frutti delle dimissioni di Renzi, perché l’unico che avrebbe potuto evitare questi 5 miliardi in questo momento sarebbe stato Renzi. È la prova della debolezza in Europa del governo tecnico che verrà e della continua, persistente stupidità europea. L’Europa non capisce che questo è un voto contro l’Europa. La mattina dopo dice: “mi hai votato contro? Non tengo conto di quello che mi hai detto democraticamente, ma faccio il contrario”. La miopia europea e il masochismo europeo non hanno fine.

«Il nome Troika ci deve terrorizzare. È l’antitesi del progetto europeo, che è nato sul concetto di democrazia. Se vogliamo cominciare la battaglia contro il fiscal compact, ripeto assieme alla battaglia per la spending review, è necessario rifiutare ogni contributo tecnico legato all’austerità e alla mancanza di democrazia»

Però su Mps ci sono segnali contrastanti. Da una parte il limite non rinviato del 31 dicembre per l’aumento di capitale. Dall’altra, in caso di fallimento dell’aumento di capitale, la possibilità di un bail-in leggero, in cui paghino solo gli investitori istituzionali e non le famiglie. È una notizia da valutare positivamente o qualcosa di comunque negativo visto l’effetto sulle altre banche?

È una cosa importante. Non dobbiamo in questo momento mettere benzina sul fuoco. Giocare con le banche sarebbe gravissimo. Questa posizione va accolta positivamente. È un’Europa sensibile alle questioni importanti soltanto quando si parla di settore finanziario, per le ripercussioni che vanno al di là delle frontiere, data l’interconnesione del sistema bancario. Quello che non si capisce è che anche non solo la banca e i denari sono interconnessi, ma anche l’umanità è interconnessa e se abbiamo un progetto europeo comune, di comune umanità, quando trattiamo male un cittadino greco o un cittadino italiano stiamo trattando male un cittadino europeo. Un anno dopo sarà il cittadino tedesco o finlandese, quando la sua economia sarà in crisi, che sarà trattato male. Tutto questo indebolisce la fibra del progetto europeo, che deve essere basato sulla solidarietà. Dovremmo mostrare la stessa velocità di reazione non soltanto verso le sofferenze bancarie ma anche rispetto alle sofferenze umane delle persone. A questo punto il sistema europeo riuscirebbe a reggere e a diventare un’unione monetaria coesa come lo è diventata nel tempo grazie alla solidarietà e alla pragmaticità quella statunitense.

Troika è un nome che ci deve terrorizzare?

Assolutamente sì, ci deve terrorizzare. È l’antitesi del progetto europeo, che è nato sul concetto di democrazia. Dobbiamo respingere la Troika. Non ho apprezzato nulla del mandato del professor Monti ma l’essere stato molto chiaro in un momento di grave difficoltà, anche bancaria, nel dire No alla Troika, è qualcosa che va riconosciuto a Monti, anche se poi il prezzo che abbiamo pagato è stato quello che l’austerità ce la siamo fatta in casa. Se vogliamo cominciare la battaglia contro il fiscal compact, ripeto assieme alla battaglia per la spending review, è necessario rifiutare ogni contributo tecnico legato all’austerità e alla mancanza di democrazia.

Una domanda al professore. Abbiamo avuto prima la Brexit, poi Trump. Siamo di fronti a grandi cambiamenti di paradigma nel pensiero economico che saranno ricordati anche in futuro?

Tutto questo nasce da un cocktail micidiale: abbiamo avuto un’apertura rispetto alla globalizzazione, più una nuova moneta unica continentale, più la più grave crisi recessiva dal 1930. Questo cocktail è fatto di una buona dose di sfortuna, ma anche di cattiva gestione. La globalizzazione ha creato delle tensioni forti sul tessuto più debole delle società e di questo tessuto va tenuto conto. Non tenerne conto genera dinamiche di crescita del populismo che mettono a rischio tutto: la parte buona della globalizzazione, la solidarietà e tutti gli aspetti di crescita connessi. Quindi assolutamente sì: il paradigma della globalizzazione va modificato, va gestito. La parola protezione deve tornare a diventare utile nel lessico dei politici moderati, non bisogna vergognarsi di dire che parte della politica deve essere legata a proteggere le persone più deboli dai grandi cambiamenti epocali, che vanno presi come un’opportunità ma soltanto se sapremo proteggere dal vento del cambiamento quelli che non sanno proteggersi da soli. Finché non capiremo questo la globalizzazione avrà più svantaggi che vantaggi e il modello di democrazia entrerà rapidamente in crisi. Se invece sapremo capire cosa sta succedendo nel mondo, potremo basare il modello del mercato sulla solidarietà, come è sempre stato nelle aree di mercato di successo. Penso agli Stati Uniti, a come si sono sviluppati dagli anni Trenta in poi su un modello di connubio di mercato e solidarietà durato fino agli anni Ottanta.

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