Referendum sul Jobs Act, il pericolo del ko per Renzi & co.

La riforma sul lavoro è stata uno dei cavalli di battaglia dell’ex premier. L’11 gennaio la Consulta si pronuncerà sul referendum promosso dalla Cgil. E le aziende stanno già pensando come licenziare quelli assunti senza articolo 18

Renzi Jobsact

(Getty Images/Franco Origlia/Stringer)

15 Dicembre Dic 2016 0950 15 dicembre 2016 15 Dicembre 2016 - 09:50

È la spada di Damocle che pende sulla testa di Matteo Renzi, segretario del Pd. Quella che potrebbe dargli il colpo di grazia. Dopo la vittoria del no al referendum costituzionale, dietro l’angolo lo aspetta il referendum abrogativo promosso dalla Cgil contro il Jobs Act, cavallo di battaglia del governo Renzi contro il sindacato di Susanna Camusso. L’ex premier aveva addirittura annunciato una “rivoluzione copernicana”. Il problema è che, abolito l’articolo 18, la rivoluzione non s’è vista. Anzi, tra gennaio e agosto i licenziamenti sono aumentati di quasi il 30 per cento. E Cinque stelle, Lega e pezzi della destra e della sinistra potrebbero replicare il fronte del No del referendum costituzionale, trasformandosi in fronte del Sì e incanalando ancora lo scontento, questa volta su un tema che tocca tutti, soprattutto i giovani, cioè il lavoro. Tant’è che qualche azienda, anche grande, che con gli sgravi contributivi ha assunto a tempo indeterminato, davanti all’ipotesi di un ritorno dell’articolo 18, sta già pensando di licenziare i neo assunti, procedendo poi ad altre assunzioni a tempo determinato. Qualche telefonata con richieste di questo tipo è arrivata negli studi legali che si occupano di diritto del lavoro.

Il 9 dicembre scorso il referendum promosso dalla Cgil ha ricevuto il via libera dall’ufficio centrale per il referendum della Cassazione. E ora l’11 gennaio si aspetta l’ok definitivo della Corte costituzionale, sul quale ci sarebbero pochi dubbi. Poi il governo avrà sei mesi di tempo per stabilire la data in cui si andrà alle urne. Che dovrebbe essere tra metà aprile e metà giugno, a meno che non si vada a votare prima per le politiche. In quel caso la consultazione verrebbe rimandata di un anno per evitare la sovrapposizione delle campagne elettorali.

Per il Pd le possibilità per non essere spazzato via sono due: andare a votare prima, come ha chiesto il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, rimandando il referendum; o intervenire prima sul Jobs Act, a partire dai voucher, come chiede la sinistra Pd. Se il Parlamento modificasse le leggi interessate prima del referendum, la consultazione verrebbe annullata. Ma milioni di contrattualizzati con il tutele crescenti da marzo 2015 resterebbero in un limbo.

I tre quesiti referendari promossi dalla Cgil chiedono: la cancellazione dei voucher (abrogazione articoli 48, 49 e 50 del Jobs Act), il cui numero è esploso negli ultimi anni, rappresentando secondo il sindacato “la nuova frontiera del precariato”; la reintroduzione della piena responsabilità solidale di appaltatore e appaltante in caso di violazioni contro il lavoratore (si chiede l’abrogazione di una modifica introdotta dalla legge Fornero); la reintroduzione dell’articolo 18, con una nuova tutela reintegratoria nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo per le aziende sopra i cinque dipendenti (quindi completa abrogazione del decreto legge 23 del 2015, quello che ha introdotto le tutele crescenti). Per ciascun quesito la Cgil ha raccolto oltre un milione di firme (3,3 milioni in totale).

Diverse aziende, che con gli sgravi contributivi avevano assunto a tempo indeterminato, davanti all’ipotesi di un ritorno dell’articolo 18, stanno già pensando di licenziare i neo assunti, riassumendoli a tempo determinato

È vero che il referendum è abrogativo e ha bisogno del quorum. Ma il 69,5% di affluenza dell’ultima tornata referendaria lascia presagire che la partecipazione sarà alta. Soprattutto tra più giovani, tra i quali il tasso di disoccupazione è sceso al 36,4%, mentre però cala anche il tasso di occupazione (-0,4% a ottobre tra i 25-34 anni; -0,1% tra 35-49 anni) e aumentano quelli che un lavoro non ce l’hanno e non lo cercano neanche più. Sono i cosiddetti inattivi, cresciuti dello 0,8% a ottobre nella fascia 25-34 anni, quella di ingresso nel mondo del lavoro. Anche perché, a parità di bonus per le assunzioni, come tanti avevano previsto, i datori di lavoro hanno preferito lavoratori più esperti anziché i giovani ancora da formare. L’occupazione cresce non a caso solo tra gli over 50, e degli oltre 4,5 milioni di poveri totali il 46,6 per cento è sotto la soglia dei 35 anni. E se è vero che sono soprattutto i giovani che al referendum costituzionale hanno votato No, con questi numeri il sospetto che siano pronti a bocciare anche il Jobs Act c’è.

Nonostante i tweet compiaciuti dell’ex presidente del Consiglio a ogni pubblicazione dei dati, e il rimpallo di numeri tra ministero del Lavoro e Inps, le cifre rivelano in realtà la persistenza di un grande disagio lavorativo. La rivoluzione annunciata non c’è stata. E a fare registrare qualche segno più tra i contratti a tempo indeterminato non è stato certo il Jobs Act, ma gli sgravi contributivi previsti nelle leggi di stabilità (18 miliardi fino al 2017) per le nuove assunzioni. Tant’è che non appena il “doping” degli sgravi è stato ridotto, anche le assunzioni e le trasformazioni dei contratti precari in contratti a tempo indeterminato sono calate (- 395mila tra gennaio e agosto 2016). E parallelamente sono esplosi i voucher: tra gennaio e agosto ne sono stati venduti 96,6 milioni, con un incremento del 36 per cento. Tra i maggiori utilizzatori c’è proprio la pubblica amministrazione, comuni in testa.

E senza articolo 18, sono aumentati pure i licenziamenti. I dati Inps dicono che quelli disciplinari e simili, resi più facili dalla riforma del lavoro, nei primi otto mesi sono aumentati del 28,3 per cento. Rivelando dall’altra parte la vera lacuna del Jobs Act: l’assenza di tutele. Senza l’Anpal (Agenzia nazionale per le politiche attive) funzionante, il Jobs Act di fatto è azzoppato. L’idea originaria renziana era di togliere le tutele dell’articolo 18 al contratto a tempo indeterminato, compensandole con una riorganizzazione delle politiche attive. La cosiddetta tutela fuori dal posto di lavoro di matrice scandinava. Il che ancora non è avvenuto. E senza sgravi, ora come ora, chi viene licenziato ad aspettarli trova il deserto, non di certo le tutele danesi. Di questo Renzi e il Pd devono aver paura. Sul lavoro non si scherza. E gli italiani lo sanno. Soprattutto i più giovani, soprattutto quelli del Sud.

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