Abolire i voucher? Un errore madornale

Non ha senso rinunciarvi in toto, come chiede la minoranza PD o la Cgil: basterebbe impedire il loro uso da parte di enti pubblici e imprese: alcune tra queste ultime nel 2015 hanno speso per voucher oltre mezzo milione di euro ciascuna, anziché fare contratti

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28 Dicembre Dic 2016 0823 28 dicembre 2016 28 Dicembre 2016 - 08:23
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I voucher non sono un contratto di lavoro, ma possono inquadrare un rapporto - occasionale - di lavoro. Perché nelle ultime settimane se ne parla tanto? Perché le persone pagate a voucher sono aumentate a dismisura: oggi riguardano circa il 2-4% di coloro che lavorano in Italia. Sopratutto giovani: su 1 milione e 400mila percettori di voucher nel 2015, oltre un quarto aveva meno di 25 anni. E pur essendo una modalità legale (pensata apposta, anzi, per far emergere il lavoro nero), i voucher si prestano a molti abusi: basti pensare che i principali datori di lavoro non sono le famiglie – o comunque i “privati” – bensì le imprese, in particolare quelle del settore alberghiero e della ristorazione.

La Cgil chiede addirittura l'abolizione di questo strumento, attraverso uno dei tre referendum che ha appena depositato alla Corte Costituzionale. Roberto Speranza, ex capogruppo del Partito democratico alla Camera, ha posto un ultimatum al ministro Poletti dicendo che o li cancella o la sua corrente tenterà di sfiduciarlo.

Dunque i voucher sono il male assoluto, se la sinistra PD e il maggior sindacato italiano ne chiedono l'abrogazione?

No. I voucher non sono altro che uno strumento, e di per sé ogni strumento è neutro. La sua minore o maggiore efficacia, la probabilità che se ne faccia un uso distorto, dipende dal quadro normativo costruito per l'utilizzo di quello strumento.

Si può paragonare la crescita e l'abuso dei voucher avvenuto in Italia negli ultimi anni con la crescita e l'abuso degli stage. In entrambi i casi si tratta di strumenti nati con un fine positivo - nel caso degli stage, permettere ai giovani di fare esperienze formative sul campo ed essere più appetibili sul mondo del lavoro; nel caso dei voucher, far emergere il lavoro nero legato alle prestazioni occasionali - ma poi sfuggiti al controllo e divenuti troppo spesso una iattura per le persone più fragili.

Ciò accade perché entrambi si basano su normative troppo deboli, che non tutelano dalle distorsioni, soprattutto considerando che la difesa dal rischio di abuso è affidata a strutture completamente inadeguate: gli ispettorati del lavoro, che hanno un numero di addetti insufficiente e priorità ben diverse dal vegliare sugli stagisti e sui lavoratori a voucher.

In particolare, i voucher non sono affatto stati istituiti attraverso il Jobs Act, come una certa retorica vorrebbe far passare - forse per alimentare il malcontento nei confronti dell'ex premier Renzi, o forse per ignoranza. Esistono da anni: il problema è che ne è stato progressivamente ampliato il raggio di azione e, in un contesto in cui altre forme contrattuali - per esempio il cocopro - sono state meglio regolamentate e/o smantellate, essi (insieme agli stage) sono rimasti a mò di valvola di sfogo per le imprese.

Ora il governo, sopratutto per la pressione del referendum Cgil, promette di correre ai ripari. In un'intervista pubblicata ieri sul Corriere della Sera il presidente della neonata Agenzia nazionale per il lavoro, il giuslavorista Maurizio Del Conte, ammette esplicitamente la necessità di correttivi.

Ma attenzione. Molto più che ridurre l'ammontare massimo percepibile attraverso voucher, bisogna assicurarsi che questo strumento torni nel suo alveo naturale. Essere usato da privati cittadini per pagare prestazioni occasionali - le ripetizioni di matematica, la babysitter, il giardiniere. Mentre adesso i lavori domestici rappresentano solamente il 4,2% del volume dei voucher.

Ma attenzione. Molto più che ridurre l'ammontare massimo percepibile attraverso voucher, bisogna assicurarsi che questo strumento torni nel suo alveo naturale. Essere usato da privati cittadini per pagare prestazioni occasionali - le ripetizioni di matematica, la babysitter, il giardiniere. Mentre adesso i lavori domestici rappresentano solamente il 4,2% del volume dei voucher.

Basta con le grandi imprese che comprano voucher a pacchi: nel 2015 vi sono state 34 aziende, nella maggior parte operanti nel commercio, che in un solo anno hanno comprato voucher per un valore superiore a mezzo milione di euro ciascuna. Mezzo milione di euro! Davvero non avrebbero potuto, anziché tutti quei voucher, fare alcuni contratti di lavoro veri e propri? E basta con l'utilizzo dei voucher da parte degli enti pubblici: lo stesso Del Conte ha stigmatizzato la recente scelta del Comune di Napoli di promuovere un piano di manutenzione del proprio patrimonio pagando a voucher. Un ente pubblico deve dare il buon esempio, inquadrando e contrattualizzando correttamente i suoi collaboratori.

Chiudere completamente la strada all'utilizzo dei voucher da parte delle imprese - che già hanno il contratto di lavoro stagionale, il contratto a chiamata… - mi pare l'unica strada per riportare questo strumento sui binari giusti, senza dovervi rinunciare in toto.

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