Anna Falcone: «Il Pd è antistorico. In Italia serve una nuova Sinistra»

Parla la vicepresidente del comitato per il No al referendum: «Tra pochi giorni ci incontreremo a Roma per decidere la strada da prendere». La battaglia in nome della Costituzione va avanti. «Il nostro impegno è solo all’inizio, io non mi tirerò indietro»

Anna Falcone
16 Gennaio Gen 2017 1230 16 gennaio 2017 16 Gennaio 2017 - 12:30

Tra pochi giorni, a un mese e mezzo dalla grande vittoria elettorale, i comitati per il No al referendum costituzionale si ritroveranno a Roma. «C’è una forte volontà di portare avanti un impegno collettivo» racconta Anna Falcone, avvocato, vicepresidente del comitato e volto noto della campagna referendaria. Non è tanto la nascita di un nuovo partito, assicura, ma di un altro modo di fare politica. «In Italia si sente forte l’esigenza di una nuova sinistra». Il Partito democratico, da solo, non basta. «È sempre più il partito del leader, blindato dai fedelissimi e lontano dalla domanda di equità e giustizia sociale dei cittadini». Un soggetto “antistorico”, spiega. «Un interlocutore poco credibile». La politica italiana sta per assistere alla nascita di una nuova protagonista? Anna Falcone mette le mani avanti: «Di autoinvestiture ne abbiamo già viste troppe. Ma il nostro impegno è solo all’inizio, io non mi tirerò indietro»

Il 21 gennaio è in programma un appuntamento importante. È stata convocata a Roma un’assemblea nazionale in cui si confronteranno i protagonisti del comitato per il No alla riforma costituzionale. Cosa accadrà? È la nascita di un nuovo soggetto politico?
Questa campagna referendaria ha avuto come protagonisti principali i cittadini. Il risultato va imputato a loro e alla grande mobilitazione territoriale che abbiamo registrato in tutto il Paese. Il 21 gennaio i comitati territoriali si ritroveranno a Roma per decidere insieme la strada da intraprendere. C’è una forte volontà di portare avanti un impegno collettivo per continuare a vigilare sul rispetto della Costituzione e, in prospettiva, contribuire all’attuazione delle sue parti ancora inattuate, a partire dal diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione, alla piena partecipazione politica. Ma questo non vuol dire fondare un nuovo partito politico, ma pretendere un nuovo modo di fare politica. È il modello della democrazia partecipativa, in cui i cittadini siano autori e protagonisti delle scelte che incidono sulle loro vite, non burattini nelle mani di chi esercita il potere economico, prima ancora che politico, e ne tira le fila.

Dopo la vittoria del 4 dicembre si passa dalla difesa della Costituzione all’azione politica?
Dare attuazione alla Costituzione è un’azione politica, la più alta a cui dovrebbe mirare la nostra democrazia in tutte le sue articolazioni: istituzioni, partiti, movimenti, associazioni ecc. Noi intendiamo riportare l’attenzione dei cittadini e della politica su quel programma democratico condiviso che è già scritto nella Costituzione e aspetta ancora di essere attuato e implementato. Del resto, il messaggio che è uscito dalle urne è molto chiaro: la Costituzione è il bene comune in cui si riconosce la stragrande maggioranza degli italiani e da lì bisogna ripartire.

È possibile immaginare anche un impegno in vista del referendum sul Jobs Act?
Il diritto al lavoro è forse il primo e il più gravemente tradito fra i diritti costituzionali. La Corte costituzionale ha depotenziato la portata dei prossimi referendum dichiarando inammissibile il quesito sull’art. 18: il governo ne è sollevato. Aspetto di leggere le motivazioni, ma ritengo un grave errore, almeno dal punto di vista politico, non consentire ai cittadini di pronunciarsi sull’aspetto più controverso del Job Act, una vera “contro-riforma” che ha tradito le aspettative di tanti, soprattutto nell’elettorato di centrosinistra. Vorrà dire che ciò che non si potrà fare con il referendum, si farà con la proposta di una nuova strategia per il lavoro e lo sviluppo del Paese. Il modello di democrazia partecipativa a cui ci ispiriamo e l’ambizione di attuare finalmente la Costituzione, impone che ci sia da parte nostra un impegno di proposta e non solo mobilitazioni di protesta. Ci impegneremo sui referendum residui, ma, se ce ne sarà la possibilità, lavoreremo anche a questo.

«Il Pd è un partito nato male e finito peggio. Non è un caso che abbia perso tanti iscritti in pochissimo tempo e si avvii sempre di più ad essere il partito del leader, blindato dai suoi fedelissimi e lontano dalla domanda di equità e giustizia sociale che promana dai cittadini. Si è voluto che fosse così: un partito “minimo” e facilmente manovrabile. In definitiva, un soggetto antistorico in un momento in cui i cittadini chiedono più spazi, più voce, più potere decisionale»

A chi dovrebbe rivolgersi questa realtà? Quali sono gli argomenti e le battaglie da portare avanti?
A tutti i cittadini italiani e, in particolare, a quanti hanno visto negli ultimi anni, diminuire drasticamente i propri diritti ed aumentare esponenzialmente le aree di privilegio di pochi a danno dei molti. L’Italia è un Paese che ha fame di equità e giustizia, in tutte le sue accezioni, un Paese bloccato in cui chi ha talento è una minaccia, chi si piega una risorsa. Bisogna invertire questo assurdo paradosso, dando prospettive a chi abbia voglia di fare e talento da spendere e garanzie a chi versi in condizioni di disagio, perché non si sprechi una sola vita, non si calpesti la dignità di una sola persona. Non ci sono formule magiche, insisto: a partire dal lavoro e passando per la salute, l’istruzione, lo sviluppo sostenibile, la valorizzazione delle risorse naturali e culturali, l’equità fiscale, la rapidità e l’efficienza del sistema giudiziario, si tratta solo di essere coerenti e conseguenti con quanto emerge prepotentemente dalle richieste dei cittadini e, guarda caso, è già scritto in Costituzione.

Secondo lei in Italia c’è effettivamente spazio per una nuova forza politica di Sinistra?
Non tanto per una nuova forza politica, quanto per un nuovo modo di fare politica. In tal senso si sente forte l’esigenza di una nuova Sinistra, realmente rappresentativa delle ragioni dell’equità sociale e del lavoro, in tutte le sue declinazioni. Oggi il conflitto sociale non è più fra lavoratori di diverse categorie e livello sociale, ma fra chi vorrebbe vivere onestamente e liberamente del suo lavoro e chi vive al di sopra di ogni lavoro, speculando sul lavoro degli altri e trattando i posti di lavoro come una merce o una variabile al ribasso su cui scommettere in borsa. Altrettanto per l’equità sociale, la cui fame è diventata un cancro per la democrazia e, se non soddisfatta con una proposta politica all’altezza, rischia di alimentare derive populiste e antidemocratiche. In tal senso, la qualità dei programmi deve andare di pari passo con la qualità della classe politica, troppe volte deludente, se non impresentabile e non all’altezza delle sfide del Paese.

Eppure nella cosiddetta area di centrosinistra le sigle non mancano, a partire dal Pd. Sconfitto al referendum, Matteo Renzi è ancora il segretario. Il suo partito, peraltro, rimane al governo con il nuovo presidente del Consiglio Gentiloni.
Il Pd è un partito nato male – con una fusione a freddo fra anime molto distanti fra loro – e finito peggio. Non è un caso che abbia perso tanti iscritti in pochissimo tempo e si avvii sempre di più ad essere il partito del leader, blindato dai suoi fedelissimi e lontano dalla domanda di equità e giustizia sociale che promana dai cittadini. Si è voluto che fosse così: un partito “minimo” e facilmente manovrabile. In definitiva, un soggetto antistorico in un momento in cui i cittadini chiedono più spazi, più voce, più potere decisionale. Per questo non lo ritengo, per come è ora, un interlocutore credibile per un programma di attuazione della Costituzione.

«Ci rivolgiamo a tutti i cittadini italiani e, in particolare, a quanti hanno visto negli ultimi anni diminuire drasticamente i propri diritti. L’Italia è un Paese che ha fame di equità e giustizia, in tutte le sue accezioni, un Paese bloccato in cui chi ha talento è una minaccia, chi si piega una risorsa. Bisogna invertire questo assurdo paradosso, dando prospettive a chi abbia voglia di fare e talento da spendere e garanzie a chi versi in condizioni di disagio»

E invece la minoranza Pd può diventare un vostro interlocutore? Con loro avete condiviso la battaglia referendaria.
È la minoranza Pd che deve scegliere da che parte stare in questa nuova fase. Continuare a fare la stampella interna di un partito che non rappresenta più gli ideali e gli obiettivi che si era dato nel suo stesso statuto è incoerente, se non suicida.

Alla fine di gennaio nascerà anche il progetto di Giuliano Pisapia. Un “campo progressista”, forse guidato dalla presidente della Camera Laura Boldrini, pronto a dialogare con il Pd. Qual è la sua opinione a riguardo? È un’iniziativa che la convince?
Ciò che rende convincenti le operazioni politiche sono i programmi e le persone che si impegnano a realizzarli. Sarebbe auspicabile per tutti poter lavorare a una larga alleanza fra le forze di centro sinistra, ma, al momento non vedo né gli uomini, né i programmi, né il centrosinistra. Le operazioni a freddo non convincono più nessuno, ed è bene che sia così. Soprattutto se l’obiettivo è sostenere un partito, come il Pd, i cui programmi sono da tempo ascrivibili più al centrodestra che al centrosinistra. I partiti nascono per rappresentare persone, diritti, interessi di una parte sociale di un Paese, non come scendiletto di qualcuno. Se l’operazione è questa, allora, anche qui, siamo fuori dalla storia e lontani da quello che chiedono i cittadini.

La Sinistra: in Italia le sigle non mancano. A febbraio partirà l’esperienza di Sinistra Italiana. Senza dimenticare realtà radicate come Rifondazione. È un mondo con cui si possono trovare delle convergenze? Non ci sono troppe “offerte politiche” all’interno dello stesso campo?
Si devono trovare, ma si deve trovare più di ogni altra cosa, il coraggio di fare una nuova politica e non solo nuovi partiti. Non ci si riconosce più nelle sigle, ma nella rispondenza dei programmi alle esigenze del Paese e nella credibilità delle persone che li rappresentano e li portano avanti. Anche qui: le fusioni a freddo o le sommatorie fra vecchi soggetti politici per creare volatili alleanze elettorali non servono e sono, anzi, controproducenti. L’Italia è e continua ad essere orfana di un grande soggetto politico che si faccia portatore dei diritti sociali, delle istanze di equità e dei diritti di partecipazione politica dei cittadini, ora più che mai.

Lei è un avvocato cassazionista, è stata vicepresidente del comitato per il No ed è diventata protagonista della campagna referendaria. Nella nuova fase è pronta a offrire di nuovo un contributo? Insomma, è arrivato il momento di diventare leader?
In democrazia i leaders li scelgono i cittadini. Di tromboni e di autoinvestiture ne abbiamo viste troppe e ne siamo tutti disgustati. Io sono al servizio di una battaglia democratica la cui forza non viene dal carisma di uno, ma dalla mobilitazione di tanti che hanno dato vita nei territori a più di 700 Comitati per il No e contribuito in maniera decisiva alla vittoria referendaria. Saranno loro a decidere in che modo e in che forma utilizzare risorse e contributi di ognuno di noi. Per me è stato un onore, e continua ad esserlo, poter lavorare accanto a donne e uomini di raro valore e passione civile. Il nostro impegno è solo all’inizio: per quello che potrà essere il mio contributo, non mi tirerò indietro.

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