Tutti scappano da Roma, la Capitale è diventata provincia dell’impero

I romani volevano i bersaglieri e si sono trovati i ragionieri. Con questi amministratori la città non cambierà mai, e se lo farà ci vorranno decenni. Intanto la decadenza assorbe tutto e trasforma la Capitale in un borgo marginale

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VINCENZO PINTO / Afp

9 Febbraio Feb 2017 0829 09 febbraio 2017 9 Febbraio 2017 - 08:29

“Impreparata, inadeguata, circondata da una corte dei miracoli”. L’assessore Paolo Berdini non credeva certo di finire sui giornali, ma quando uno, in privato, si esprime così sui suoi compagni d’avventura, è evidente che si trova sull’orlo del divorzio.

La sua è solo l’ultima presa di distanza, l’ultima fuga da una città dove si trovano male tutti, non solo la corte avvelenata di Virginia Raggi. Se ne va Sky, chiude Almaviva, scappano quelli del progetto Torri, tornano le voci di un trasloco Mediaset dalla storica sede del Palatino, è in dubbio la costruzione del nuovo stadio. Cose che capitano all’improvviso, tutte insieme, senza un minimo comune denominatore, ma che trasmettono ai romani lo stesso messaggio: Roma sta perdendo gli ultimi brandelli di fascino e prestigio; “stare a Roma” non è più né un dovere né un piacere, solo una rogna di cui è meglio disfarsi.

Addio panem, ma addio pure circenses. Dopo le tristezze natalizie – l’albero comatoso, piazza Navona vuota – un altro luogo-icona della Roma tenera e leggera si arrende all’austerità pentastellata. È la piazza di Ponte Milvio, quella di Moccia e di Tre metri sopra il cielo, dalla quale sono spariti all’improvviso dehors e tavolini, tutti, persino le modeste e casuali sedie del bar-libreria Pallotta senza obbligo di consumazione. È un caso piccolo ma molto simbolico per chi in città ci vive. È il racconto di come si può trasformare la Capitale (in peggio) pur seguendo alla lettera le regole.

Roma sta perdendo gli ultimi brandelli di fascino e prestigio; “stare a Roma” non è più né un dovere né un piacere, solo una rogna di cui è meglio disfarsi

Sì, perché a Ponte Milvio sedie e tavoli sono scomparsi, perché il Municipio ha fatto il nuovo piano di occupabilità del suolo, e in attesa che i bar aggiornino le domande e gli uffici rispondano, invece di prorogare le vecchie autorizzazioni ha deciso di fare tabula rasa. In punta di diritto, nulla da eccepire. È un modo come un altro di agire, un modo di sicuro super-legale. E però, sicuri che migliori le cose togliere alla città anche lo sfizio di un aperitivo seduti? Lo stesso è stato fatto a Capocotta, il “mare gratis” dei romani, con i chioschi ritenuti fuori norma. Sigilli a tutto in attesa dei nuovi bandi, che però non sono mai arrivati, e tra pochi giorni, quando ricomincerà la stagione, si avrà una sola alternativa: pagare gli stabilimenti.

Star senza panem e senza circenses è senza dubbio una novità per Roma, dove il lavoro ha stentato sempre ma la qualità della vita, il divertimento o il relax con pochi spicci, interclassista e casuale, non è mai mancato. Si dirà: ma Mastro Titta lo hanno voluto loro, i romani, e a furor di popolo. Certo. Però immaginavano un Mastro Titta diverso, esecutore e boia dei grandi privilegi, dei grandi sprechi, della grande illegalità, non uno che levasse i tavolini al bar e la sdraio al mare ai cittadini qualsiasi. Né potevano immaginare che la sacrosanta invocazione delle regole diventasse ideologia dell’immobilismo, del non fare per non sbagliare, che è l’esatto contrario di ciò che si aspettavano dal nuovo sovrano: una sferzata di dinamismo e cambiamento, velocità e arditezza giovanile. Di Berdini, magari, i romani se ne fregano. Di Capocotta no, e nemmeno dell’asfissia che allontana dalla città imprese, progetti, cantieri.

I romani non potevano immaginare che la sacrosanta invocazione delle regole diventasse ideologia dell’immobilismo, del non fare per non sbagliare, che è l’esatto contrario di ciò che si aspettavano dal nuovo sovrano: una sferzata di dinamismo e cambiamento, velocità e arditezza giovanile

Un recentissimo sondaggio Swg dice che la metà degli elettori della Raggi non tornerebbero a votarla, e forse esagera. Ma senza dubbio, se c’è del vero in questo “pentimento” collettivo, più che le vicende giudiziarie e i molti pettegolezzi sulla Giunta, pesa l’inaspettata lentocrazia del Campidoglio e dei Municipi, del tutto fuori asse rispetto all’andamento garibaldino che il M5S mostrava quando era all’opposizione: quell’aria di sapere tutto, avere le ricette per tutto, le uova di Colombo sempre in tasca, pronte all’uso, che si parlasse di lavoro o corruzione, di appalti o sanità, di sport o di norme europee. La città voleva i bersaglieri, e invece sono arrivati i ragionieri: categoria benemerita, per carità, ma appresso a loro bisognerà aspettare il Tremila per veder risolto qualcosa.

A Ponte Milvio comunque non tutti sono rattristati. Gli ambulanti esultano: c’è più spazio per loro e i loro clienti. Né corrono rischi per l’immediato futuro: come è noto, il M5S difende l’attuale assetto delle licenze contro la loro rimessa a bando. E nel fiorire delle bancarelle sui marciapiedi, c’è l’ovvio destino della piazza, e forse di tutta la città. Un destino di periferia, di paese, coi vecchi seduti sul muretto, i giovani in branco sugli scooter, e i venditori di pentole che magnificano la loro merce – «Venite donne, oggi mi voglio rovinare» – e nel sottofondo il pensiero tipico di tutti i posti angusti, declinanti, provinciali: da qui, meglio scappare.

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