Quesiti linguistici

La Crusca: si può dire anche “medica” e “medichessa”

Se alcune parole declinate al femminile sono già state sdoganate, su altre c’è ancora qualche perplessità. Come nel caso di medici, direttori e piloti. Risponde l’Accademia della Crusca

Medico Jeanevrard
25 Febbraio Feb 2017 0830 25 febbraio 2017 25 Febbraio 2017 - 08:30

Tratto dall’Accademia della Crusca

Le forme femminili riferite a ruoli istituzionali o professioni che stanno entrando nell’uso comune sulla scia dei progressi in campo lavorativo, professionale e istituzionale compiuti dalle donne sono perlopiù termini “trasparenti” per quanto riguarda la loro struttura morfologica perché seguono le più comuni modalità di formazione dei nomi:

(a) base che porta il significato + desinenza, come in ministr-a (cfr. maestr-a). Quando la desinenza è -e il termine femminile è uguale a quello maschile ma prende l’articolo femminile, es. la vigile.

(b) base che porta il significato + suffisso + desinenza come consigl-ier-a (cfr. panett-ier-a).

Esistono però anche termini la cui formazione è meno trasparente e che possono generare qualche esitazione a usarli. Vediamo qualche esempio. I termini maschili testimone, pasticciere e scultore, nonostante abbiano tutti la desinenza -e, hanno una struttura morfologica diversa: testimon-e ha una struttura di tipo (a) mentre pasticc-ier-e e scul-tor-e hanno una struttura di tipo (b). Per questo le forme femminili corrispondenti sono testimone, pasticciera e scultrice. Altre parole presentano una forma in -a identica per il maschile e il femminile singolare, che fa pensare a una struttura di tipo (a): è il caso di fiorista (il fiorista, la fiorista). In realtà la struttura è di tipo (b) perché contiene il suffisso greco, invariabile, -ista. La struttura di questo termine è dunque fior-ista e non *fiorist-a, e infatti non esiste la forma maschile *fioristo! La ricca morfologia dell’italiano è dunque responsabile delle comprensibili incertezze che suscitano alcune nuove forme femminili nei parlanti. Vediamo qui alcune forme femminili che ci sono state indicate come “problematiche” perché, rispettivamente, non erano state mai o solo scarsamente usate in passato (medica), oppure sono in concorrenza con altre più conosciute (poeta e direttora) o pongono dubbi riguardo alla loro declinazione plurale (pilota). Vediamo nel dettaglio questi casi.

Medica è “accettabile”? E dire medichessa “è possibile”?

In entrambi i casi la risposta è affermativa perché entrambe le forme sono attestate nella letteratura fin dai primi secoli: e ciò non deve sorprendere perché si hanno numerosi esempi di donne che esercitavano l’arte medica a partire dalle Mulieres Salernitanae, le Dame della Scuola Medica di Salerno dell’XI secolo, capeggiate da Trotula del Ruggiero. La forma medica è lemmatizzata nel Dizionario universale critico-enciclopedico della lingua italiana dell’abate Francesco D’Alberti di Villanuova (1797-1805) e nel Dizionario della lingua italiana di Niccolò Tommaseo e Bernardo Bellini come “s.f. di medico” con il significato di “Donna che esercita la medicina o ha una certa pratica nella cura delle malattie o che si dedica a curare una persona malata o ferita”. Se ne hanno esempi in Boccaccio, Il Corbaccio (“Sole che le ’ndovine, le lisciatrici, le mediche e i frugatori, che loro piacciono, le fanno, non cortesi, ma prodighe”); nel Tasso, La Gerusalemme liberata (“Tu chi sei, medica mia pietosa?”); nei Panegirici di Emanuele Tesauro (“mille personaggi diversi di mendica e medica, di matrona e di madre, di padrona e di ancella, di prefica e di sepellitrice”); nell'Angelica di Pietro Metastasio (“La medica cortese / non volle ch’altra mano al fianco infermo / s’accostasse giammai”).

Anche la forma medichessa, che in D’Alberti è glossata con “s.f. di medico, ed è nome per lo più detto per ischerzo” con un rimando alla forma medicatrice, compare in varie opere: nella Fiera di Michelangelo Buonarroti il Giovane (“Questa donna mi pare una di quelle / donne saccenti che noi troviam spesso / per queste e quelle cose / far delle medichesse e delle faccendiere”); nelle Annotazioni sopra la Fiera di Anton Maria Salvini (“Dipintoressa, pittrice, dipignitrice, medichessa, dottoressa e simili, sono nomi detti per ischerzo”); nel Trionfo della morte di D’Annunzio, (“La signora seduta accanto a te era Margherita Traube Boll, una medichessa celebre”); in Il diavolo a Pontelungo di Bacchelli, (“– Sono studentessa di medicina. – E brava – esclamò Salzano – brava la medichessa”). A partire dalla seconda metà dell’Ottocento medica è praticamente scomparso dall’italiano scritto (il corpus DiaCORIS non ne fornisce esempi). Medichessa viene difeso dal grammatico Raffaello Fornaciari nella sua Sintassi (1881) ma è attestato raramente e quasi sempre è usato ironicamente, come risultava già dal passo di Salvini visto sopra. Rispetto a medica, infine, medichessa sembra conservare tutt’oggi una connotazione legata ad attività e pratiche proprie dell’arte medica del passato ma che oggi sono assenti dalla professione, quali quelle di sacerdotessa guaritrice, di creatura dotata di poteri magici e di capacità divinatorie.

Tutto ciò, unito alla disponibilità del termine formato semplicemente con base lessicale e desinenza (medic-a) che rende non necessaria la forma con il suffisso –essa, foneticamente più pesante, induce a suggerire l’uso della forma medica rispetto a medichessa. E infatti è questa la forma (sostenuta anche dalla condanna delle forme in –essa espressa da Alma Sabatini nel suo lavoro Il sessismo nella lingua italiana 1987!) che, nonostante qualche esitazione, comincia ad affacciarsi anche nel linguaggio della stampa: si veda il titolo La medica ti cura meglio di un articolo comparso nel blog di "Repubblica" Il fattore X, di Letizia Gabaglio ed Elisa Manacorda il 20.12.2016.

È opportuno usare poeta anziché poetessa? E direttora anziché direttrice?

Le forme poeta in riferimento a una donna e direttora si sono affiancate alle più note poetessa e direttrice a partire dalle proposte di Alma Sabatini (v. sopra). L’introduzione di poeta al posto di poetessa si lega alla richiesta della studiosa di evitare le forme in –essa sostituendole con forme senza suffisso: avvocata, dottora, professora, studente, ecc. anziché avvocatessa, dottoressa, professoressa, studentessa. Queste forme senza suffisso tuttavia, con l’eccezione di avvocata, non hanno avuto successo. Ma ciò non deve sorprendere perché, come regola generale, tra due forme prevale generalmente quella di più antica attestazione e quindi più nota e diffusa. L’italiano, lungo tutta la sua storia, testimonia l’uso del solo termine poetessa (mentre poeta è riservato solo all’uomo) per la donna che si dedica all’arte poetica, almeno fino dal Quattrocento: “Or se di voi pur, donne, alcuna avesse / di compor fantasia, / da queste poetesse / sarete messe per la buona via” (Canti Carnascialeschi I, 467).

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