Negli ultimi 15 anni sono morti nel Mediterraneo oltre 30mila migranti. La maggior parte resta ancora senza un nome

Solo nei primi mesi del 2017 ci sono stati oltre 500 morti. Il riconoscimento è una questione di civiltà e di sicurezza, ma spesso i corpi restano senza identità. In assenza di specifiche risorse, e in un vuoto legislativo, l’Italia ha creato un progetto per dare un nome alle vittime

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17 Marzo Mar 2017 1136 17 marzo 2017 17 Marzo 2017 - 11:36

Negli ultimi quindici anni oltre 30mila persone sono morte cercando di attraversare il Mediterraneo. Vittime in gran parte sconosciute. Il 60 per cento di loro resta senza nome e senza un’identità. È un aspetto poco conosciuto, eppure particolarmente diffuso, delle drammatiche migrazioni verso l’Europa. Intanto il fenomeno prosegue senza sosta. Nel 2015 sono decedute in mare, cercando di raggiungere i Paesi europei, 3.771 persone. Stando ai dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, l’anno seguente il numero è cresciuto fino a 5.022. All’inizio di marzo il bollettino di quest’anno aveva già raggiunto 521 morti. «Nel 2016 ha perso la vita una persona ogni 88 che hanno tentato la traversata - si legge in una mozione presentata questi giorni a Montecitorio - mentre nel 2015 era una ogni 269».

Annegati senza nome. Senza essere identificati né riconosciuti. A pagarne le conseguenze sono le famiglie, anzitutto. Dall’altra parte del Mediterraneo i parenti non possono riavere i corpi dei congiunti e dar loro sepoltura. Altre volte rimangono per sempre in attesa di notizie, senza conoscere il destino dei propri cari partiti per l’Europa. È una questione che attiene la dignità della persona, ma ha anche rilevanti conseguenze burocratiche. «Dare un’identità certa alle persone morte annegate è fondamentale per fornire le necessarie tutele giuridiche ai congiunti e ai parenti dei deceduti», si legge nel documento presentato dal gruppo Democrazia solidale - Centro democratico. Ad esempio in tema di eredità, ma non solo. Non è raro il caso di orfani rimasti soli che, senza la dichiarazione di morte dei genitori, non possono chiedere il ricongiungimento con i parenti che già vivono in Europa. Ma il riconoscimento delle vittime è fondamentale anche per questioni di sicurezza. Identificare i migranti scomparsi nel mare può aiutare le istituzioni europee a ricostruire rotte e percorsi migratori, conoscere l’origine delle migrazioni e «i meccanismi di sfruttamento e degli scafisti». Oltre a evitare l’uso dei documenti e dell’identità delle vittime da parte di altre persone, «magari con finalità criminali o terroristiche».

Nel 2015 sono decedute in mare 3.771 persone, cercando di raggiungere i Paesi europei. Stando ai dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, l’anno seguente il numero è cresciuto fino a 5.022. All’inizio di marzo il bollettino di quest’anno aveva già raggiunto 521 morti

Eppure troppo spesso le operazioni di identificazioni sono lasciate all’iniziativa di singoli. Manca la consapevolezza del necessario lavoro di riconoscimento delle vittime. E il vuoto giuridico in materia non aiuta a fare chiarezza. «Alcune procure delle città titolari delle inchieste sui naufragi - si legge nella mozione a prima firma Milena Santerini - affermano la necessità del recupero delle salme come atto dovuto per i familiari delle vittime, mentre altre procure, non essendovi obbligo legale, ritengono che l’identificazione non sia utile alle indagini». Ma sono anni che le principali istituzioni internazionali, dalla Croce Rossa all’Unhcr, denunciano la questione.

Pur in assenza di specifiche risorse, l’Italia è in prima fila nell’impegno per il riconoscimento dei migranti morti nel Mediterraneo. Come riconosce il documento parlamentare, il nostro Paese ha messo in campo attività e metodologie scientifiche d’avanguardia per l’identificazione delle vittime. Il modello di intervento è coordinato dal commissario straordinario del governo per le persone scomparse, figura istituita ormai dieci anni fa presso il ministero dell’Interno e con competenza, tra le altre cose, sui cadaveri sconosciuti dei migranti. È un impegno che vede la partecipazione di diverse istituzioni: dalla Guardia costiera alla Croce rossa militare. Senza dimenticare il coinvolgimento di diverse università italiane, dove gioca un ruolo di primo piano il laboratorio di antropologia e odontologia forense dell’università di Milano - Labanof.

«Alcune procure delle città titolari delle inchieste sui naufragi affermano la necessità del recupero delle salme come atto dovuto per i familiari delle vittime, mentre altre procure, non essendovi obbligo legale, ritengono che l’identificazione non sia utile alle indagini»

Il progetto è nato nel settembre di tre anni fa, quando è stato sottoscritto uno specifico protocollo d’intesa per il riconoscimento dei morti nei naufragi del 3 e 11 ottobre 2013. Particolarmente drammatica la prima vicenda, quando un peschereccio libico che trasportava oltre 500 migranti di origine africana si era inabissato a poche miglia da Lampedusa portando con sé 368 vittime, in gran parte provenienti dall’Eritrea. Il risultato di quell’impegno, oggi, è un modello per la raccolta dei dati e l’identificazione delle vittime esportabile in tutta Europa. Utile anche nella prospettiva di creare una banca dati europea dei migranti scomparsi. E il principale esempio del suo funzionamento riguarda il riconoscimento delle vittime del naufragio avvenuto il 18 aprile 2015. Forse la più grave tragedia del Mediterraneo, costata la vita ad almeno 800 persone rimaste intrappolate in un barcone affondato nel Canale di Sicilia. Vittime sconosciute, a cui spetta almeno la dignità di un nome.

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