Caso Alatri, ecco perché il macello di Emanuele è un rituale di sangue in piena regola

L'antropologia e la psicologia spiegano le dinamiche sociali attorno al linciaggio. Per compattare il gruppo e acquisire potere è sempre necessaria una vittima. Non inorridiamo, anche la società in cui viviamo funziona così

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31 Marzo Mar 2017 0830 31 marzo 2017 31 Marzo 2017 - 08:30

Del delitto di Alatri abbiamo capito tutto e non sappiamo nulla, o viceversa. Non brancoliamo nel buio, ma in una luce che ci acceca. D’accordo, il branco che si raduna e uccide, oppure il gruppo di balordi violenti che hanno tentato -goffamente- di passare a un nuovo livello di organizzazione delinquenziale attraverso un atto dimostrativo e fondativo. Ma c’è altro.

Da quanto ne è scritto sui giornali finora, sembra ormai sempre più probabile che la vittima, Emanuele Morganti, sia stata perfettamente innocente. Pare che nella sequenza caotica delle provocazioni e colluttazioni successive non abbia mai attaccato per primo e, perfino quando aggredito, si sia sempre limitato a difendersi. Dapprima provocato e sgomitato al bancone del locale da un avventore troppo irruente, si limitava a protestare in un diverbio che tutto sommato poteva esaurirsi li e rimanere irrilevante.
La sicurezza del locale però interviene, in teoria a ragione: in questi luoghi gonfi di alcol e peggio, nessun contrasto può essere trascurato. Qui però si presenta il primo passaggio inquietante della sequenza: Emanuele è improvvisamente giudicato dai buttafuori come unico responsabile del diverbio e –a quanto pare- è già nel locale duramente picchiato.

E ancora non è accaduto nulla. Emanuele è poi portato fuori e qui incontriamo una delle testimonianze oculari più terrificanti. Qualcuno che era fuori dal locale vede questo strano spettacolo: una calca di gente che esce dal Mirò, il locale dove tutto è iniziato. In testa c'è Emanuele, portato di peso -già animale portato al macello- con la maglia strappata e con un po' di sangue che gli esce dalla bocca.
È un’orda di giovani belve ma è anche una processione, qualcosa che sta immediatamente al di qua di una cerimonia ma che già la prelude. Chi era lì ha potuto assistere al materializzarsi concreto della trasformazione della violenza bestiale in sacralità terrificante.

Gli omicidi di Emanuele vogliono diventare dei boss. E per fare questo, e in questo i due balordi tradiscono una sapienza terrorizzante, non basta organizzazione. Occorre anche affiliazione, fedeltà, fondazione. Occorre un atto fondativo che leghi un gruppo nel giuramento di sangue. Sangue vero, però, non simbolico

Poi il secondo passaggio. Fuori dal locale, Emanuele si rivolge ai buttafuori e protesta ancora, protesta la sua innocenza: perché è lui a essere espulso dal locale, lui che è l’innocente e la vittima del diverbio? Meglio farebbe Emanuele a tacere, a dileguarsi, a non protestare. I sofismi della violenza mefistofelica hanno già iniziato il loro percorso falsamente razionale e già la saggezza ipocrita di chi dice che si litiga sempre in due è in agguato. Meglio sarebbe stato sparire in quel momento fuggire. E invece Emanuele parla, protesta e si prepara a morire.

Arriva il terzo passaggio, di tutti il più terribile, forse perfino più dell’omicidio. Passano di lì i due fratellastri ora incarcerati. Essi finora sono del tutto estranei alla vicenda, non erano nemmeno dentro il locale. I due vedono la colluttazione e intervengono con gratuita violenza: a quanto pare, si avvicinano e prendono a schiaffi improvvisamente e del tutto a freddo Emanuele. Non si sa bene perché, oppure lo sappiamo benissimo. I giornali hanno descritto due giovani individui abituati allo spaccio e al consumo di stupefacenti e facili all’uso della violenza. Non si tratta però solo di due balordi. I due giovani hanno idee, progetti, velleità. Non si accontentano della loro marginale delinquenza, aspirano a creare un banda organizzata, una banda capace di assumere il controllo delle attività malavitose del territorio di Alatri, a cominciare dallo spaccio di droga.

Insomma, vogliono diventare dei boss. E per fare questo, e in questo i due balordi tradiscono una sapienza terrorizzante, non basta organizzazione. Occorre anche affiliazione, fedeltà, fondazione.
Occorre un atto fondativo che leghi un gruppo nel giuramento di sangue. Sangue vero, però, non simbolico. I fratelli fanno sul serio. E forse i due vedono in questa colluttazione in corso fuori dal Mirò un’occasione. Decidono forse in quel momento di portare la colluttazione a un altro livello, di trasformarla da rissa a linciaggio. Linciaggio di un innocente, che, ironia della sorte, si chiama Emanuele, il nome del servo sofferente evocato da Isaia, la prefigurazione di Gesù Cristo intravista nella Bibbia ebraica. E allora anche gli schiaffi a Emanuele assumono un altro significato. Anche con Cristo portato a giudizio si iniziò con uno schiaffo.

Oppure sono stati i buttafuori a decidere di passare a questo livello. Non sappiamo ancora tutto. Forse erano i buttafuori gli aspiranti fondatori di una banda, o tutti insieme, i fratellastri e i buttafuori. Ce lo diranno le indagini. Fatto sta che nella piazza scatta un pestaggio che ormai è un linciaggio di una vittima che deve morire. Altri testimoni oculari raccontano storie che sono visioni, flash rapidissimi sempre più raggelanti. La fuga di Emanuele tra le auto parcheggiate, l’attacco dalle spalle, il balenare lucente di un tubo metallico o di una chiave a stella per sbullonare le ruote usata per massacrare definitivamente Emanuele. E in tutto questo, la notizia recente dell’autopsia che Emanuele si è sempre solo difeso, senza attaccare. Sul suo corpo non ci sono segni di un attacco attivo da parte sua, non ci sono escoriazioni sulle nocche del suo pugno. E ancora più inquietante che tra i picchiatori ci sia stato anche il padre di un dei fratellastri, a confermare la natura di sangue tribale della banda dei picchiatori. E così via.

Non è ancora finita. C’è ancora un passaggio che aggiunge alla vicenda altro sapore primitivo. Pare che a un certo punto Emanuele sia riuscito a dileguarsi dal branco. Rimasto solo, però, torna indietro a incontrare la morte. Perché fa questo? Perché lui era andato in quel locale in compagnia della sua ragazza, e ora, pur sfuggito al caos dello scontro, si chiede dove sia lei. Torna indietro quindi per proteggere la sua donna, o almeno per trovarla, averne notizie. Ma così facendo va incontro al peggio. Riagganciato dal branco, inizia il pestaggio, quello ultimo e mortale. Emanuele infine perde i sensi e cade a terra, e il pestaggio continua. Ancora non è chiaro se tutto sia rimasto confuso fino alla fine, se la morte sia avvenuta per un colpo accidentale alla testa di Emanuele che cadeva contro un’auto o per un colpo di grazia volontariamente perpetrato con questo misterioso attrezzo metallico, il tubo o la chiave a stella.

La visione di sant’Agostino per cui l’organizzazione umana, anche quando si copre di gloria, nasconde sempre una banda di delinquenti all’origine (Agostino si riferiva alla fondazione di Roma) ad Alatri assume una forma terrifica

Inutile rivangare ancora una volta le teorie sul capro espiatorio o sul massacro sacrale o di Dioniso e Cristo e così via. Altrove c’è già molto materiale sulla violenza giovanile, su quel che si può fare e sulla perdita di valori o sulla ricerca sanguinaria di valori.
Questa di Alatri rimane una storia terribile di violenza di gruppo, a metà tra l’orda che cerca l’estasi nel sangue pur di dimenticare la fatica del vivere e la banda che anela velleitariamente a promuoversi a organizzazione tramite un atto fondativo che vorrebbe essere sacrale. Piacerebbe scrivere “goffamente sacrale” ma questa tragedia rimane una tragedia, non è una farsa. Il bisogno di riunirsi, di affiliarsi, di sentirsi un gruppo può generare mostri, così come anche la solitudine però, la mancanza di riferimenti, a quanto pare. L’aggirarsi in questa storia di personaggi indecifrabili, questi due fratellastri di Alatri che sembrano la versione degradata di altri fratelli imbrattati dal sangue all’origine di qualcosa, di una qualche società, da Caino e Abele a Romolo e Remo, sembrano dirci che non solo non riusciamo ancora a superare la ricerca del sangue per riuscire a convivere, ma che lo facciamo sempre peggio, in maniera sempre più caotica e insensata.

La visione di sant’Agostino per cui l’organizzazione umana, anche quando si copre di gloria, nasconde sempre una banda di delinquenti all’origine (Agostino si riferiva alla fondazione di Roma) ad Alatri assume una forma terrifica. Nel giorni in cui il Regno Unito esce dall’Unione Europea tutto questo ci avverte in maniera sempre più significativa di quanto sia difficile convivere solo su basi razionali. Ma l’alternativa non può essere il sangue di Remo o di Dioniso. Dopo Cristo, se fai questo, fai la fine di Caino, non diventi Romolo. E questo –se può consolare- accadrà ai picchiatori di Alatri: avranno su di loro il segno di Caino. Ma non finisce bene. Il finale surreale di questa tragedia, con il dettaglio definitivamente disorientante dell’animalista balordo che gioisce su Facebook per la morte del “cacciatore” Emanuele, è solo un ulteriore segno di questi tempi caotici e feroci.

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