L'indignazione della Marzano contro Walter Siti è solo una dichiarazione d'ignoranza

La scrittrice e giornalista di Repubblica Michela Marzano ha attaccato con una violenta recensione l'ultimo romanzo di Walter Siti, intitolato "Bruciare tutto", colpevole, secondo Marzano, di raccontare il male da troppo vicino

Seymour Hoffman The Doubt
14 Aprile Apr 2017 1102 14 aprile 2017 14 Aprile 2017 - 11:02

Non sono razzista, ho un sacco di amici neri, però...

Non sono omofobico, sapessi quanti amici omossessuali che ho. Però...

O ancora: ma certamente che si deve poter ridere di tutto, e infatti #JesuisCharlie senza se e senza ma. Però...

Ecco, basta un "Però", una semplice congiunzione avversativa messa al punto giusto per trasformare, proprio malgrado, chiunque nel contrario di quello che si è sempre dichiarato.

«Uno scrittore deve poter parlare di tutto», scrive Michela Marzano su Repubblica a proposito dell'ultimo romanzo di Walter Siti, Bruciare tutto. Lo scrive appena prima di piazzare il suo personale però: «Anzi, talvolta ha persino il dovere di farlo. La letteratura ha d'altronde le spalle larghe, e può sopportare quasi qualsiasi peso. Quasi».

In quella congiunzione avversativa — che nel caso della recensione di Marzano è sostituita dal pari grado avverbio “quasi” — c'è un gigantesco problema interpretativo e di rapporto con il mondo. Nel discorso di Michela Marzano, infatti, in quel limitare il tutto, in quel suo paradossale e contraddittorio presupporre l'infinito soltanto per dargli un limite, c'è tutta la più pelosa indignazione piccolo borghese di chi non riesce a distinguere la realtà dalla sua rappresentazione, la forma dal contenuto, e, nei casi più gravi, l'opera dal suo autore.

Quale sarebbe la colpa di Siti per Michela Marzano? Il fatto che lo scrittore si sia messo nei panni di un prete pedofilo, che abbia raccontato il male da troppo vicino, o forse anche soltanto che abbia avuto il coraggio di parlarne. Marzano si indigna per la presenza di frasi come «Se vuoi fartelo succhiare ricorda che ci sono degli shampoo alla fragola, al lampone e al cioccolato». E non ha nessuna remora nel descriverle queste frasi come “orrore”. «Questo orrore c'è nel libro. E se possibile anche peggio: ci sono le visite sui siti clandestini del deep web e vengono riportati commenti disumani come quello di un pedofilo sulla foto del piccolo Aylan morto riverso sulla spiaggia».

Se nel 2017, su un quotidiano che si dice liberale, leggiamo un attacco così violento a un libro soltanto per il suo contenuto, un attacco che parte dalla più completa non comprensione di che cosa sia un oggetto narrativo — una finzione, una rappresentazione che sta alla realtà esattamente come la pipa di Magritte sta a quella che si fumava il nonno e che è ancora sporca dell'ultima carica in chissà quale cassetto — allora vuol dire che abbiamo un problema. Molto, molto grande. Un problema di cecità (in altre parole: di ignoranza) rispetto a oggetti culturali che hanno un loro statuto e una loro forza. Una loro precisa "verità", che non coincide affatto con le cose raccontate, semmai col modo in cui queste vengono raccontate. Il resto è lettura strumentale, che ignora la forma in favore del contenuto in modo più o meno becero e ignorante. E ricorda, come processo di pensiero, le stroncature che il compagno Zdanov, ministro della cultura di Stalin, ammanniva sulla Pravda, giudicando dell'ortodossia dei libri.

Il fatto è che la letteratura può e deve parlare di tutto. Senza se e senza ma. Mettere dopo questa frase qualsiasi tipo di avversativa significa, come fa Marzano, confondere realtà e finzione, e quindi scivolare verso un ancora più assurdo capitombolo: confondere l'autore reale con l'autore implicito. In breve: non capire niente (o non voler capire niente) di cosa sia un romanzo.

L'autore implicito è uno dei principî base della narrazione. È la funzione che permette a Kafka di non essere preso per uno scarafaggio, a Ian Fleming di non essere ricercato da tutti i servizi di controspionaggio del mondo, a Nabokov di scrivere Lolita senza essere arrestato, a Jonhatan Littel di non essere preso per nazista o a Stephen King di non essere stato ancora incarcerato per Creazione Morbosa.

Circa un anno fa, durante un'intervista per il suo ultimo libro, Andrea Tarabbia, uno dei migliori raccontatori del male che abbiamo in Italia, mi disse che aveva fatto fatica a piazzare a un editore quella sua ultima fatica. Si trattava di un romanzo in prima persona che si metteva nei panni del più mostruoso serial killer della storia dell'Unione Sovietica, Andrej Cikatilo. Alcune case editrici glielo aveva rifiutato adducendo la stessa motivazione che fa rigettare a Marzano il libro di Siti: è troppo osceno, è troppo violento, si spinge troppo in là nella descrizione del male, tanto in là da rischiare di assolverlo.

Varrà la pena di ripeterlo: pensare una cosa del genere di un libro è non aver capito né come funziona la letteratura, né come va il mondo. Raccontare il male (da Eschilo a Sciascia fino alla serie televisiva Narcos, o a Gomorra) è piuttosto l'antidoto al male che non il suo veicolo di spargimento nel mondo. E indignarsi per uno scrittore che scrive: «Se vuoi fartelo succhiare ricorda che ci sono degli shampoo alla fragola, al lampone e al cioccolato», è più simile al gesto della nonna che si copriva gli occhi davanti ai baci al cinema piuttosto che alla difesa di qualsivoglia valore.

«È troppo comodo per uno scrittore», conclude Marzano toccando le altissime vette della supercazzola, «utilizzare la narrazione e nascondersi dietro la licenza del creare». Eh già, troppo comodo per uno scrittore fare lo scrittore. Che vada a lavorare, no? E la Marzano?

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