Letture

“Ho molti amici gay”, bestiario dell’omofobia in politica

L’ultimo libro di Filippo Maria Battaglia raccoglie le uscite dei politici italiani sugli omosessuali, da Rutelli che tolse il patrocinio del Comune di Roma al World Pride al «meglio fascista che frocio» di Alessandra Mussolini. Ci sono pure Massimo D’Alema e Beppe Grillo

Vladimir Luxuria

Vladimir Luxuria

15 Aprile Apr 2017 0830 15 aprile 2017 15 Aprile 2017 - 08:30

Per i comunisti, gli omosessuali non esistevano. I democristiani chiedevano di sottoporli «a vigilanza». E in piena campagna elettorale, riferendosi a Vladimir Luxuria, prima parlamentare transgender della storia d’Italia, Alessandra Mussolini grida: «Meglio fascista che frocio!». Ho molti amici gay (Bollati Boringhieri), l’ultimo libro di Filippo Maria Battaglia, è un bestiario dell’omofobia in politica dal dopoguerra a oggi. Da Togliatti a Giovanardi, passando per Grillo e Bersani. Un prezioso bignami di dichiarazioni ed episodi che dimostrano che se a destra le cose vanno male, a sinistra forse vanno pure peggio. Se i più espliciti sono i leghisti («qui rischiamo di diventare un popolo di ricchioni», sono le parole del sempre elegante Roberto Calderoli), tra i democratici cambia la forma ma non la sostanza. «Penso che la coppia omosessuale abbia diritto di vivere la propria vita senza persecuzioni e discriminazioni ma che non possa essere considerata una famiglia». Chi l’ha detto? Massimo D’Alema, anno del signore 1995, a Famiglia Cristiana.

Gli «amori capovolti» (espressione nata dal libro Roma capovolta di Giò Stajano, tra i primi a fare coming out) in Italia sono rimasti quasi sempre al buio. Anche in politica. Non basta nemmeno il Sessantotto a far cambiare rotta. Per il primo consigliere comunale dichiaratamente omosessuale bisogna aspettare il 1985. Paolo Hutter viene eletto a Milano come indipendente. Nello stesso anno Nichi Vendola è il primo politico gay a debuttare nella dirigenza comunista della Fgci (Federazione giovanile comunista italiana). «È stato forse più facile dichiarare la mia omosessualità ai preti che al partito», ricorderà qualche anno dopo. Quel partito che aveva persino bandito i libri di Jean-Paul Sartre, definito come «un degenerato lacchè dell’imperialismo». D’altronde il lider maximo Fidel Castro commentava così: «Se gli tira il culo, problemi loro».

La paura della degenerazione della società fondata sulla famiglia attraversa tutti i partiti politici italiani. Da destra, Gianfranco Fini, leader di Alleanza nazionale, nel 1998 confessa a Maurizio Costanzo che «un maestro dichiaratamente omosessuale» non può insegnare. Due anni dopo, Giancarlo Lombardi, già ministro dell’Istruzione nel governo Dini, spiega che «gli omosessuali non possono far parte di un’organizzazione come quella dei boy scout. Per il loro bene, i nostri figli non possono essere affidati ai gay».

Nel 2000, nelle stesse settimane del Giubileo a Roma si tiene il World Pride. Porporati e moderati sostengono che si deve rinviare. Il presidente del Consiglio Giuliano Amato dice che la manifestazione è «inopportuna nell’anno del Giubileo e che sarebbe meglio farla in un anno diverso». Il Pride alla fine non viene cancellato, raccogliendo circa mezzo milione di partecipanti. Qualche settimana prima però il Comune di Roma guidato da Francesco Rutelli ritira il patrocinio e diffida gli organizzatori dall’uso del logo capitolino.

Dal cinema al teatro alla tv, l’omosessualità va tenuta nascosta. Senza dover andare così indietro fino alla censura degli spettacoli di Paolo Poli, basta ricordare come nel 2007 il film I segreti di Brokeback Mountain viene trasmesso in seconda serata su Rai2 con il taglio di alcune scene di sesso tra i due protagonisti.

«È meglio che un bambino cresca in Africa piuttosto che con due uomini o due donne». Chi l’ha detto?

Senza dimenticare il lungo e tortuoso percorso che ha portato all’approvazione della legge Cirinnà. Negli anni Novanta, mentre diversi Paesi nel Nord Europa danno il via libera ai matrimoni dello stesso sesso, da noi decine di progetti di legge sulle unioni di fatto vengono accolte con indifferenza e imbarazzo. Dai Pacs ai Dico, dai Cus ai Didore. Durante il Family Day del 2007, Silvio Berlusconi dice che «basta già il Codice civile». Pier Luigi Bersani nel 2009 manifesta «forti perplessità» per quello che definisce «un tema delicatissimo». E la frase più dura è firmata dalla madre del ddl sui Dico, Rosy Bindi, e risale a 2007. Per rassicurare i cattolici sulla sua proposta, si lancia in un paragone che sfiora il razzismo: «È meglio che un bambino cresca in Africa piuttosto che con due uomini o due donne».

Il ddl sulle unioni civili diventerà legge solo nel 2016, ma senza stepchild adoption, cioè la possibilità di adottare il figlio del partner. L’allora ministro dell’Interno e leader di Ncd Angelino Alfano esulta: «Abbiamo impedito una rivoluzione contronatura e antropologica». L’obiettivo è mettere dei limiti. Premesso sempre che «ho molti amici gay» e che «non ho nulla contro i gay», una sfilza di deputati e senatori ritiene che gli omosessuali non debbano avere certi diritti o accedere a certi servizi.

Poi c’è tutta quella “scuola di pensiero” politica che guarda agli omosessuali come una lobby. Da Rocco Buttiglione che se la prende con la lobby gay per la sua mancata nomina a commissario europeo a Romano La Russa, fratello di Ignazio, che accusa la setta gay di voler imporre la teoria del gender. Non solo. Essere omosessuale diventa anche un insulto tra avversari politici. Il «meglio fascista che frocio» di Alessandra Mussolini riferito a Vladimir Luxuria viene accompagnato dall’appellativo “signor Guadagno”. Quando Luxuria entra in una toilette di Montecitorio, non fa in tempo a chiudere la porta che una imbizzarrita Elisabetta Gardini del Pdl sbotta: «Ma allora è vero che Guadagno usa il bagno delle donne!», generando un intenso dibattito politico sul tema. Anche Beppe Grillo è cascato più volte nell’insulto omofobo. Nel 2011 dal palco di Bologna, si riferisce a Vendola chiamandolo «busone». Qualche anno dopo ritwitta un commento sulla pensione dell’ex governatore che dice “Noi ci rompiamo il culo fino a forse 63 anni di operato mentre c’è chi si gode a farsi rompere il culo”. Salvo poi cancellare tutto.

Fino alle uscite obsolete di parlamentari che occupano ancora un posto nel nostro Parlamento sulla omosessualità come malattia da curare. Paola Binetti, ad esempio. «Fino agli anni Ottanta nei principali testi scientifici mondiali l’omosessualità era classificata come patologia», dice, «poi la lobby degli omosessuali è riuscita a farla cancellare. Ma le evidenze cliniche dimostrano il contrario». Senza dimenticare prima di precisare che ha anche molti amici gay. O forse no.

Potrebbe interessarti anche