Futuro del lavoro

I robot non ci sostituiranno (perché i nostri stipendi saranno sempre più bassi)

Albert Wenger, vc americano: più delle macchine che sostituiscono gli umani, dovremmo preoccuparci delle macchine che lasciano agli umani solo lavoro a basso costo. Le soluzioni che arrivano dal mondo della tecnologia

Robot Sean Gallup
6 Maggio Mag 2017 0830 06 maggio 2017 6 Maggio 2017 - 08:30
Tendenze Online

Non solo sociologi ed economisti. Negli Stati Uniti, dove l’automazione viaggia a velocità più spedita rispetto all’Europa, anche molti di quelli che investono e fanno soldi con robot, software e intelligenza artificiale si stanno interrogando su che cosa accadrà in un mondo non troppo lontano, quando le macchine faranno gran parte del lavoro umano. Proponendo soluzioni diverse, da un reddito universale di base a specifiche assicurazioni per i lavoratori “sostituiti”.

Nel corso di un panel sul futuro del lavoro tenuto alla NYU Stern School of Business a fine aprile, è intervenuto Albert Wenger, partner dello Union Square Ventures, fondo di venture capital che ha investito in imprese come Twitter e Tumblr. Secondo Wenger – come racconta Quartz – gli uomini continueranno ad avere un vantaggio competitivo rispetto a robot e algoritmi. Quale? Verranno pagati sempre meno. «Penso che la piena automazione sia una grande chimera», ha detto. «Quello che sta accadendo a molti lavori è che le competenze richieste per svolgerli sono sempre più basse». Diversamente da quanto si dice, secondo Wenger a rischio non è solo il lavoro poco qualificato ma anche quello più specializzato.

Wenger ha fatto l’esempio dei tassisti londinesi. Tradizionalmente, per ricevere la licenza dovevano superare un test, che comprendeva la conoscenza delle 25mila strade di Londra. Ora, «tutto quello di cui hai bisogno per fare l’autista è un dispositivo in cui inserire le coordinate. O meglio, il cliente lo fa già per te e ti dice dove andare». Questo per spiegare come applicazioni tipo Uber non hanno tanto sostituito i tassisti, ma hanno fatto sì che anche lavoratori meno qualificati potessero fare lo stesso lavoro (almeno finché le auto senza conducente sostituiranno pure loro).

L’equazione è questa: mentre la tecnologia crea nuovi posti di lavoro qualificati, come i programmatori necessari a sviluppare applicazioni come Uber, nello stesso tempo rende meno qualificati altri lavori come i tassisti. Per queste ultime occupazioni, i salari sono destinati a calare. Ecco perché gli umani saranno ancora competitivi rispetto ai robot, dice Wenger: se un lavoratore umano ha bisogno di minori competenze perché c’è una macchina che fa parte del lavoro al posto suo, probabilmente sarà più conveniente e più economico assumere un umano anziché acquistare una tecnologia che potrebbe sostituirlo del tutto. «Non hai bisogno della piena automazione perché hai già lavoro umano a basso costo che affianca le macchine», ha spiegato Wenger. Mettendo in guardia i politici: «L’impatto sociale di questo meccanismo mostrerà le sue conseguenze molto più velocemente di quanto possa fare l’idea vaga della piena automazione». In altre parole: più delle macchine che sostituiscono gli umani, dovremmo preoccuparci delle macchine che sostituiscono i posti di lavoro qualificati, lasciando a disposizione degli umani solo lavoro a basso costo.

Più delle macchine che sostituiscono gli umani, dovremmo preoccuparci delle macchine che sostituiscono i posti di lavoro qualificati, lasciando a disposizione degli umani solo lavoro poco qualificato e a basso costo

Le soluzioni arrivano (anche) da chi investe sui robot

Aspettare con le mani in tasca che tutto questo accada non è proprio nello spirito americano. Le ricerche sui costi e l’impatto dell’introduzione di un reddito universale di base sono finanziate negli States anche da venture capitalist come Wenger. Né si può chiedere a un saldatore di diventare improvvisamente uno sviluppatore di app o un ingegnere informatico. «Se perdi il tuo lavoro, non hai i soldi per investire nella riqualificazione», ha spiegato Matt Ocko, altro vc esperto negli investimenti in intelligenza artificiale e Big Data. «Non puoi andare al Mit mentre i tuoi figli muoiono di fame».

Se molti grandi nomi dell’industria tecnologica americana minimizzano sui possibili impatti sociali dell’automazione, altri come Ocko e Wenger si stanno invece ponendo il problema, proponendo soluzioni diverse. Da nuovi tipi di “assicurazione anti-robot” alla formazione professionale per preparare i lavoratori a un mondo popolato dai robot, fino al tanto discusso reddito universale di base che garantirebbe a tutti i cittadini un salario anche in assenza di lavoro.

Ma la discussione è ancora molto aperta. Secondo Ocko, il reddito universale di base potrebbe togliere senso alla quotidianità. Per questo motivo propone l’introduzione di un credito d’imposta che permetta ai lavoratori espulsi dalle macchine di possedere quegli stessi robot. Da Bill Gates invece è arrivata la proposta di tassare le aziende che usano i robot. C’è anche chi suggerisce l’introduzione di un’assicurazione che possa garantire un introito a chi perde il lavoro per colpa delle macchine. L’industria privata potrebbe contribuire a un fondo del genere, evitando di ricorrere a uno strumento costoso come il reddito universale di base. Ma in tanti puntano anche a una formazione continua dei lavoratori, in modo da renderli adatti a lavori più specializzati quando le macchine prenderanno il loro posto.

Anche l’Europa si è posta il problema, valutando la possibilità di tassare i robot per creare un fondo di solidarietà per i disoccupati, ma il Parlamento ha bocciato la proposta. Le ricette in campo sono tante. Ora qualcuno dovrà cominciare a sceglierne qualcuna.

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