I colloqui tra Stati Uniti e Iran previsti per oggi in Svizzera sono stati rinviati a tempo indeterminato, aumentando l’incertezza sull’attuazione dell’accordo che dovrebbe mettere fine alla guerra tra i due paesi. Il ministero degli Esteri svizzero ha confermato che l’incontro non si terrà, poche ore dopo che la Casa Bianca aveva annunciato che il vicepresidente statunitense JD Vance non sarebbe partito per guidare la delegazione americana.
La riunione avrebbe dovuto aprire la fase tecnica dell’attuazione dell’accordo in 14 punti firmato da Washington e Teheran. Era prevista al Bürgenstock, resort sulle montagne svizzere vicino a Obbürgen, due giorni dopo la firma del memorandum d’intesa da parte del presidente statunitense Donald Trump e del presidente iraniano Masoud Pezeshkian. L’intesa ha prorogato di almeno sessanta giorni un cessate il fuoco fragile e ha aperto una finestra negoziale sul programma nucleare iraniano, sulla riapertura dello Stretto di Hormuz e sulle condizioni di una tregua più stabile.
Il rinvio è arrivato dopo una giornata di indicazioni contraddittorie. Vance aveva detto in conferenza stampa alla Casa Bianca che il suo «piano è andare in Svizzera», ma aveva aggiunto di non sapere «esattamente quando». Aveva anche detto che Washington si aspettava l’avvio dei colloqui tecnici nel fine settimana, precisando però che il programma poteva cambiare. Nella serata di ieri, la Casa Bianca ha poi confermato che la partenza era sospesa. Secondo i resoconti dei media statunitensi, collaboratori del vicepresidente e giornalisti erano già alla base di Andrews, vicino a Washington, in attesa della partenza, mentre funzionari e personale di supporto erano stati inviati in Svizzera per preparare l’arrivo della delegazione.
L’annullamento dei colloqui complica una fase diplomatica già fragile. L’accordo concede alle parti sessanta giorni per definire un’intesa sul programma nucleare iraniano, salvo eventuale proroga concordata. Prevede anche misure economiche favorevoli all’Iran, tra cui alleggerimenti delle sanzioni, lo sblocco di beni per decine di miliardi di dollari, deroghe statunitensi per l’esportazione di petrolio iraniano e un fondo per la ricostruzione da 300 miliardi di dollari. L’amministrazione Trump sostiene però che il fondo non sarà finanziato con denaro statunitense.
Proprio questi punti hanno suscitato critiche negli Stati Uniti, anche tra alcuni alleati repubblicani di Trump, secondo cui Washington avrebbe concesso troppo a Teheran. Vance ha difeso l’intesa sostenendo che le concessioni economiche dipenderanno dal rispetto degli impegni da parte iraniana. «Man mano che aumenteranno il loro buon comportamento, potremo aumentare il sollievo economico», ha detto. «Se ridurranno il loro buon comportamento, potremo interromperlo».
Trump aveva presentato la guerra come necessaria per distruggere il programma nucleare iraniano, impedire all’Iran di colpire i paesi vicini, ridurre il sostegno di Teheran ai gruppi armati alleati nella regione e favorire un cambiamento politico interno. Il memorandum firmato con l’Iran non realizza in modo immediato questi obiettivi. Teheran ha ribadito la sua posizione storica, cioè che non intende ottenere o sviluppare armi nucleari, e ha accettato l’abbassamento sul posto del livello di arricchimento delle sue scorte di uranio altamente arricchito, insieme a ispezioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica nell’ambito del Trattato di non proliferazione.
Il capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha avvertito che Teheran non tollererà violazioni dell’intesa o richieste giudicate eccessive da parte americana. «In caso di malafede, violazione dell’accordo e richieste eccessive dall’altra parte, non avremo esitazioni a dare una risposta schiacciante al nemico», ha detto. Ha aggiunto che gli Stati Uniti sono già stati «schiaffeggiati» durante la guerra e che, se vorranno riprendere quella strada, riceveranno «uno schiaffo ancora più duro».