Riso amaro, le importazioni dalla Cambogia fanno sparire uno dei nostri prodotti d’eccellenza

Lo coltiviamo dal 1400. Il riso italiano fa parte della nostra storia, ma è anche cultura ed economia (4.200 aziende e 1 miliardo di fatturato). Ora le importazioni selvagge dell’Oriente mettono in crisi il settore. In 7 anni sono cresciute del 4.400%. Mentre i prezzi crollano, le risaie spariscono

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27 Maggio Mag 2017 0830 27 maggio 2017 27 Maggio 2017 - 08:30

Arborio e carnaroli. Poi vialone nano, San’Andrea, Roma. Sono solo alcune delle varietà tipiche del nostro riso, eccellenza italiana riconosciuta in tutto il mondo. Abbiamo iniziato a coltivarlo nel 1400 e ormai siamo diventati maestri. È un prodotto nazionale. Circa il 90 per cento dei 235mila ettari coltivati si trova tra Lombardia e Piemonte, in particolare nelle province di Pavia, Novara, Vercelli e Milano. Ma ci sono realtà importanti anche in Veneto, vicino Verona. Qualche migliaio di ettari in Sardegna, dalle parti di Oristano. Ci sono risaie persino in Calabria e Toscana. Chicchi pregiati. In tutto il paese 4.265 aziende risicole e 100 industrie risiere conquistano un fatturato annuo di un miliardo di euro. In Europa nessuno è come noi. Un settore dal valore storico e sociale importantissimo: oggi la filiera dà lavoro ad almeno 10mila famiglie.

Eppure da qualche anno il settore è in crisi. L’aumento esponenziale delle importazioni di riso dai paesi asiatici ha fatto crollare i prezzi di mercato. Alcuni dati rendono bene l’idea: dal 2009 allo scorso anno le importazioni di risone dai Paesi africani, dei Caraibi e del Pacifico sono aumentati del 5.650 per cento. Nello stesso periodo le importazioni di riso lavorato dai Paesi meno avanzati (PMA) è aumentato del 4.400 per cento. Per un totale di 1 milione 300mila tonnellate di riso importato, pari al 70 per cento della produzione europea. I problemi, raccontano gli agricoltori, arrivano soprattutto da Myanmar e Cambogia. Due realtà che da diversi anni possono esportare il proprio prodotto in Europa senza dazi (grazie a un programma economico istituito per aiutare la crescita dei paesi in via di sviluppo).

Arborio e carnaroli. Poi vialone nano, San’Andrea, Roma. Sono solo alcune delle varietà tipiche del nostro riso, eccellenza italiana riconosciuta in tutto il mondo. Eppure da qualche anno il settore è in crisi. L’aumento esponenziale delle importazioni dai paesi asiatici ha fatto crollare i prezzi di mercato. E le risaie italiane iniziano a sparire

Il risultato è sotto gli occhi di tutti gli agricoltori. L’aumento delle importazioni ha creato un ingestibile squilibrio di mercato. Ormai i prezzi di vendita sono al di sotto dei costi di produzione. «Parliamo delle varietà adatte per il risotto, la nostra eccellenza» racconta Giovanni Daghetta, risicoltore e presidente della Confederazione italiana agricoltori della Lombardia. «Lo scorso anno potevamo vendere il prodotto grezzo a 70 euro al quintale. Adesso siamo scesi a 30 euro». Meno della metà. «Il riso tondo, adatto per le minestre? Un anno fa si vendeva a 35 euro al quintale, siamo arrivati a 20 euro». Intanto i chicchi dell’estremo oriente continuano a invadere le nostre tavole. «Fino a dieci anni fa in Italia arrivavano 5-6mila tonnellate di riso. Lo scorso anno ne abbiamo importate 386mila tonnellate».

Il problema è evidente. Dal punto di vista culturale, economico, occupazionale, persino ambientale. Come si legge in una risoluzione presentata dal deputato Pd Massimo Fiorio in commissione Agricoltura, infatti, «l’abbandono dei terreni coltivati compromette l’ecosistema e l’equilibrio idrogeologico». Come se non bastasse, si rischiano conseguenze anche dal punto di vista sanitario. In alcuni prodotti di origine asiatica è stata rilevata la presenza di fitofarmaci e prodotti chimici non autorizzati. A lanciare l’allarme è una risoluzione già approvata dalla Camera dei deputati tre anni fa. «Il sistema di allerta rapido per alimenti e mangimi (RASFF) - istituito in ambito europeo per la notifica in tempo reale dei rischi diretti o indiretti per la salute pubblica connessi al consumo di alimenti o mangimi - ha registrato nel primo semestre del 2014 quasi una notifica a settimana per riso e prodotti derivati di provenienza asiatica per la presenza di pesticidi non autorizzati o che superano i limiti ammessi di residui e assenza di certificazioni sanitarie». In realtà, raccontano gli esperti, il problema riguarda quasi sempre particolari tipologie di riso. Soprattutto il basmati in arrivo da India e Pakistan. Un prodotto importante, tanto che negli ultimi sette anni le importazioni in Europa sono cresciute del 97 per cento. Ma non un concorrente diretto delle nostre coltivazioni, dato che in Italia non può essere prodotto.

Ormai i prezzi di vendita sono al di sotto dei costi di produzione. «Parliamo delle varietà adatte per il risotto, la nostra eccellenza. Lo scorso anno potevamo vendere il prodotto grezzo a 70 euro al quintale. Adesso siamo scesi a 30 euro. Meno della metà»

Come intervenire per risolvere la questione? I rappresentanti del settore propongono due soluzioni. La prima è la più importante, potenzialmente in grado di salvare le produzioni italiane. Come previsto dal regolamento Ue n.978/2012, raccontano, è arrivato il momento di attivare la clausola di salvaguardia nei confronti delle importazioni dai paesi meno avanzati. In poche parole si tratta di ripristinare i normali dazi della tariffa doganale. Una soluzione già prevista nelle norme comunitarie, qualora uno dei prodotti originari dei paesi beneficiari di particolari tutele «sia importato a volumi o a prezzi tali da causare gravi difficoltà ai produttori dell’Unione europea di prodotti simili o direttamente concorrenti». Il risultato sarebbe immediato. «Ma dobbiamo sbrigarci ad applicare questi dazi prima che le nostre aziende falliscano», spiega Daghetti. «Anche perché una volta che i posti di lavoro saranno persi, sarà troppo tardi per intervenire».

Nel frattempo c’è chi pensa a un’altra misura. L’introduzione anche per il riso della normativa sull’indicazione in etichetta dell’origine dei prodotti agroalimentari. Una indicazione obbligatoria che spieghi ai consumatori in maniera chiara e trasparente la provenienza del prodotto (come già avviene per i latticini). Così ognuno potrà decidere consapevolmente se acquistare e consumare riso coltivato in Cambogia. «Tuttavia questo tipo di intervento potrà dare dei risultati solo nel lungo periodo» spiega Daghetti. Prima bisogna adottare il provvedimento, poi è necessario sensibilizzare i consumatori. «I primi effetti arriveranno tra una decina anni, ma difficilmente saremo in grado di sopportare questa situazione così a lungo». Intanto, senza clamore, l’Italia rischia di dover rinunciare a uno dei suoi prodotti d’eccellenza. Tra Lombardia e Piemonte anno dopo anno si riducono gli ettari di risaie. «Questo è un lavoro che faccio da una vita, con passione» racconta il presidente lombardo della Cia. «Ma se continuiamo così, dovrò abbandonarlo e iniziare a coltivare qualcos’altro».

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