L'influenza del business del petrolio sulla guerra civile in Libia

National Oil Company, banca centrale e autorità per gli investimenti: sono questi gli attori con la maggiore influenza sul conflitto libico. E l'economia di guerra non fa altro che far aumentare i profitti dei miliziani e impoverire i cittadini

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PATRICK BAZ / AFP

27 Giugno Giu 2017 1133 27 giugno 2017 27 Giugno 2017 - 11:33

Un blackout elettrico che sui propaga per 1500 km in una delle aree più pericolose del pianeta può essere provocato da una azione di polizia per catturare ladri di carburante? Di solito no, ma in Libia ogni azione può provocare conseguenze inimmaginabili.
In gennaio, la National Oil Company - la compagnia di Stato che controlla il petrolio libico - ha accusato la milizia mercenaria che garantisce la sicurezza della raffineria di Zawiya di rubare carburante e di rivenderlo sul mercato clandestino. Zawiya, 30 km a ovest di Tripoli, è un hub di importanza strategica insieme alla vicina Mellitah perché lì convergono tutti gli oleodotti ed i gasdotti collegati con i campi petroliferi e a gas della Tripolitania e del Fezzan. Da lì il petrolio prende il largo sulle petroliere mentre il gas si immerge lungo il gasdotto Greenstream (gestito al 75% Eni, al 25% da NOC) che attraversa il Mediterraneo per uscire in superficie a Gela.
Per ritorsione, la milizia ha fatto chiudere la centrale termoelettrica adiacente facendo saltare quasi completamente la griglia elettrica e causando il più grande blackout che abbia vissuto la Libia negli ultimi sei anni. Il messaggio era chiaro: se le milizie mercenarie vedono minacciata la loro fonte di guadagno illegale, non esitano a scatenare ritorsioni e né la NOC né il governo sostenuto dall’ONU possono farci nulla.
Quando gli analisti cercano di individuare le cause dell’interminabile circolo vizioso instabilità-crisi-conflitto-tregua che affliggono la Libia, si concentrano spesso sui processi politici e trascurano il principale motore di questo ciclo: una economia di guerra basata sul petrolio. Questa rappresenta il maggior ostacolo che impedisce di uscire dal ciclo per raggiungere una pace stabile garantita da un governo riconosciuto.
La catena di eventi che ha portato al blackout record di cui parlavamo prima è giusto un esempio della complessa rete di tribù, fazioni e interessi che tiene insieme - ma al contempo prosciuga - le risorse del Paese. Un esempio che dimostra la debolezza delle istituzioni sia politiche che economiche; ma anche il pieno controllo che ciascuna milizia o tribù detiene all’interno del proprio territorio.
È chiaro che la debolezza del Paese ha conseguenze anche all’esterno: in questa terra di nessuno le organizzazioni terroristiche prosperano e possono contare su enormi territori entro i quali nascondersi ed addestrarsi. Ma possono facilmente mantenersi ed accumulare fortune col commercio di disperati verso l’Italia, col contrabbando di idrocarburi e di armi.
Per aiutare concretamente il Paese, occorre capire le origini della cronica crisi di autorità che affligge la Libia e - in particolare - occorre comprendere l’economia di guerra basata sul petrolio che alimenta l’instabilità.

Per aiutare concretamente il Paese, occorre capire le origini della cronica crisi di autorità che affligge la Libia e - in particolare - occorre comprendere l’economia di guerra basata sul petrolio che alimenta l’instabilità

La continua competizione fra le numerose fazioni rivali ha gravemente eroso la stessa credibilità delle istituzioni statali. Nessuno dei due principali governi antagonisti può dimostrare l’autorità di un mandato popolare né offrire reali servizi statali. Il Governo di Accordo Nazionale (GNA) ha il supporto dell’ONU e di buona parte della comunità internazionale, ma non è stato eletto né ratificato dalla Camera dei Rappresentanti, eletta nel 2014 e basata a Tobruk. Pertanto, la magistratura libica non ha riconosciuto il GNA. Intanto, il mandato della Camera dei Rappresentanti - sostenuta da Egitto ed Emirati Arabi - è scaduto. La Camera stessa ha votato per autoprorogarsi il mandato, ovviamente suscitando l‘ira del GNA. Ma chi detiene il vero potere non sono i due governi rivali ma la National Oil Company (che controlla pozzi e raffinerie e, quindi, la ricchezza del Paese), la Banca Centrale Libica (che controlla il tesoro) e l’Autorità per gli Investimenti Libici (che controlla la maggior parte dei contratti con l’estero).
I primi due di questi tre organismi hanno resistito ai tentativi di assimilazione da parte dei due governi o alla divisione in due tronconi mantenendosi in equilibrio fra entrambi i contendenti. La NOC ora è ai ferri corti con la GNA che cerca di esautorarla dal monopolio degli idrocarburi. La Banca Centrale Libica, intanto, riesce ancora ad assolvere alle sue funzioni pagando i salari dei dipendenti pubblici e fornendo sussidi energetici, ma si trova in disaccordo con la GNA su come contrastare l’inflazione e la sempre più ampia voragine che si è formata fra il tasso di scambio ufficiale dinaro libico contro dollaro e quello esistente sul mercato nero.
Invece, l’Autorità per gli Investimenti Libici rischia una frattura verticale causata dai due capi antagonisti: Abdulmajid Breish e Ali Mahmoud Hassan. Il 5 febbraio, Breish è entrato negli uffici di Tripoli con una sentenza della Corte che annullava l’incarico conferito dalla GNA ad Hassan. L’8 maggio Hassan è rientrato nel palazzo con una conferma della GNA ed infine è stato cacciato via di nuovo il 24 dello stesso mese da una sentenza d’appello della Corte Suprema Libica che annullava la conferma. Nelle ultime settimane la situazione è degenerata e ora è la milizia che controlla gli accessi a decidere quale delle due opposte fazioni può entrare nel palazzo.
In questo vuoto di potere, chi può arraffa quello che trova. Gruppi armati hanno occupato le infrastrutture petrolifere e formalmente si sono trasformati in milizie pagate per la protezione delle stesse. E non vanno per il sottile: l’anno scorso la banda guidata da Ibrahim Jadhran ha ottenuto 42 milioni di dollari dalla GNA per annullare il boicottaggio del petrolio fra Sirte e Bengasi. Il 23 aprile di quest’anno Sadiq el-Kebir, governatore della Banca Centrale, ha stimato che i boicottaggi da parte delle milizie avevano causato perdite superiori ai 160 milioni di dollari.
Ma oltre alla protezione in stile mafioso ci sono altre tecniche per spolpare quello che resta del Paese: all’inizio di quest’anno il Procuratore nazionale ha stimato che il furto e il contrabbando del carburante hanno provocato perdite complessive pari a 3,5 miliardi di dollari.
La tecnica classica consiste nel furto di carburante, nel suo successivo contrabbando in nazioni vicine e, da qui, nel suo accesso alla rete dei canali ufficiali. Ma ora, nella totale incapacità della NOC di controllare i flussi di greggio e carburanti, sono in atto tecniche più sofisticate che permettono di trasferire idrocarburi direttamente dalle raffinerie al mercato europeo senza alcuna interferenza amministrativa.
Naturalmente, anche i proventi del contrabbando di idrocarburi sono oggetto di estorsioni, corruzioni e concussioni. La sempre maggiore divergenza fra il tasso di cambio ufficiale (un dollaro USA dovrebbe equivalere a 1,4 dinari libici, ma oggi sul mercato nero ci vogliono 8,2 dinari per comprare un dollaro) ha permesso enormi guadagni a chi è in grado di avere valuta straniera a tasso ufficiale per poi rivenderla al mercato nero. E questo, ovviamente, aumenta la spirale inflattiva stessa moltiplicando i guadagni dei trafficanti e facendo crollare il potere d’acquisto dei cittadini.
Con l’uso di false lettere di garanzia sul credito, le bande si sono arricchite sfruttando le opportunità di arbitraggio fra il tasso di cambio ufficiale e quello reale. La tecnica adottata prevede l’emissione di lettere di credito da parte della Banca Centrale per garantire il pagamento di beni in Dollari USA, ma vengono sistematicamente commerciati meno beni di quelli concordati e i dollari in eccesso ricevuti al tasso ufficiale di cambio finiscono sul mercato nero oppure escono dal Paese. E non si parla di spiccioli: secondo un rapporto ONU solo Haithem al-Tajouri, il capo di una di queste milizie, ha estorto alla Banca Centrale lettere di credito per venti milioni di dollari.

​Crisi di liquidità, inflazione galoppante e impossibilità da parte dello Stato di fornire beni e servizi ai cittadini sono gli elementi ideali per lo sviluppo del contrabbando. Tutte le merci vengono importate clandestinamente e vendute sul mercato nero

Ma le estorsioni sono all’ordine del giorno. Le milizie rapiscono i banchieri o i maggiori clienti delle banche quando non provvedono direttamente a farsi aprire ed a ripulire i forzieri. Questo provoca la fuga degli investitori ma anche una crisi di liquidità che porta a stampare altro denaro e a fare volare l’inflazione che ora si stima sia fra il 30 ed il 40%. Il sistema non può reggere a lungo in una nazione in cui la maggior parte dei cittadini riceve salari o sussidi dallo Stato e che importa tutto ma esporta solo il petrolio.
Crisi di liquidità, inflazione galoppante e impossibilità da parte dello Stato di fornire beni e servizi ai cittadini sono gli elementi ideali per lo sviluppo del contrabbando. Tutte le merci vengono importate clandestinamente e vendute sul mercato nero. La merce più redditizia è la carne umana, gestita da reti criminali che offrono ai disperati la possibilità di fuggire in Europa al prezzo sostanziale di tutti i beni ancora posseduti.
I trafficanti devono a loro volta pagare alle milizie i diritti di transito sul loro territorio (da 2 a 25 dollari a testa) e queste ultime provvedono direttamente a spogliare i migranti dei beni che ancora trasportano. Calcolando che solo nel 2016 sono stati registrati 181.000 imbarchi verso l’Europa, Global Initiative stima un business che oscilla fra 275 e 350 milioni di dollari.
In conclusione, l’economia di guerra libica sta prosciugando le risorse delle istituzioni ancora presenti a vantaggio delle singole bande e milizie che reinvestono il denaro sottratto pagando nuovi miliziani e acquistando nuove armi. E’ chiaro che bande e milizie stesse che proliferano in questo vuoto di potere ostacolano con ogni mezzo ogni tentativo di unificazione statale e si alleano alternativamente con i due contendenti il governo del primo ministro Fayez al-Serraj e l’esercito del generale Khalifa Haftar in modo da mantenere i due antagonisti il più possibile in equilibrio.
Una via d’uscita è stata proposta da Mahmoud Jibril, che ha guidato il Consiglio nazionale per la Transizione Libica. Jibril è infatti convinto che l’unica via d’uscita passi in una amnistia generale per tutti i capibanda e i miliziani, esenzioni fiscali e anche offerte di terreno ai miliziani per costringerli a mantenere le proprie disponibilità finanziarie all’interno della nazione stessa. A noi italiani suona un po’ come l’ Amnistia Togliatti che ci ha permesso di evitare la guerra civile dopo la vittoria sui nazifascisti. Ma non è detto che questa cura, ancorché drastica, possa funzionare per un paziente ormai moribondo come lo Stato Libico.

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