Perché Trump è un lottatore di wrestling (e chi lo attacca non ha capito niente di lui)

Il successo, e la personalità di The Donald li spiega il wrestling, una disciplina da non prendere del tutto sul serio. Ecco perché i critici e gli indignati contro Trump con il loro piglio serioso non lo capiscono. E contro di lui continueranno a perdere

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6 Luglio Lug 2017 0812 06 luglio 2017 6 Luglio 2017 - 08:12

Pochi giorni fa il wrestling è entrato nelle case di centinaia di milioni di persone che il wrestling sanno a malapena cosa sia.
Il Presidente degli Stati Uniti ha twittato un video nel quale egli stesso, nei pressi di un ring di wrestling, prende a cazzotti un tale che come volto ha un cubo rosso con sopra il logo della CNN.
Già questo potrebbe sembrare “irrituale”; ma ancora più irrituale è pensare che dei due solo il tizio con la faccia a cubo sia frutto di un intervento di photoshop. Il video, infatti, mostra l’apparizione reale di Donald Trump nell’edizione numero 23 Wrestlemania, l’evento annuale più importante nel panorama del wrestling mondiale, in grado di radunare diverse decine di migliaia di spettatori dal vivo e qualche milione davanti al computer o alla TV.

Lungi dall’essere una comparsata estemporanea, il sodalizio tra il 45esimo Presidente degli Stati Uniti d’America e la WWE di Vince McMahon, il proprietario della federazione americana di wrestling più famosa del pianeta, è un rapporto che risale agli anni ’80, quando Trump ospitò nella sua Trump Plaza di Atlantic City le edizioni di Wrestlemania numero 4 e numero 5. Poi il coinvolgimento a Wrestlemania 23, sublimato 3 anni fa, nella storica edizione numero 30, quando Trump venne inserito nella “Hall of Fame” della compagnia, ovvero il modo con cui gli americani, in ogni ambito, consegnano alla Storia l’eccellenza.
Addirittura, la moglie di Vince McMahon, Linda – arteficie della trasformazione della WWE da compagnia a gestione familiare a gigante dell’intrattenimento valutato 1,5 miliardi di dollari – siede nel gabinetto del Presidente come Ministro per le piccole e medie imprese.

Trump è in un certo senso un wrestler, e ogni wrestlers interprete di una cosiddetta "gimmick", una parola dalla traduzione letterale piuttosto complessa che significa, grosso modo, “personaggio”

Snobbato spesso come spettacolo demenziale, il wrestling è in realtà un fenomeno più complesso, in grado di prestarsi a diverse chiavi di lettura e capace di appassionare sia un pubblico “basso” sia uno zoccolo duro di insospettabili appartenenti all’elite intellettuale (uno su tutti, l’ex anchor man del Daily Show Jon Stewart).
Un ottimo modo per capirlo è la nuova serie Netflix “Glow” che racconta le vicende delle lottratrici della Gorgeous Ladies of wrestling ambientate nella Los Angeles del 1985.
Se la federazione e le lottratrici sono frutto di finzione, la ricostruzione del prodotto-wrestling è invece assolutamente realistica. Il wrestling è, di fatto, una lunga soap opera dove gli incontri sono il culmine narrativo di storie i cui protagonisti sono i lottatori. Invidia, tradimenti, vendetta, le motivazioni alla base delle storie sono le stesse dei grandi drammi shakesperiani: solo che invece di un duello o una congiura, i wrestlers risolvono i problemi a sediate o scambiandosi mosse spesso improbabili in incontri il cui esito è determinato dai bookers, gli scrittori degli show.

Al centro di tutto ci sono loro, i wrestlers, ognuno interprete di una cosiddetta "gimmick", una parola dalla traduzione letterale piuttosto complessa che significa, grosso modo, “personaggio”, ovvero l’insieme di modi di porsi (attitude), frasi ricorrenti (catch phrases), costume (attire) che lo differenziano dagli altri. Molti, in Italia, ricordano le gimmick degli anni ’80 come il poliziotto (Big Boss Man) o il barbiere pazzo (Brutus Beefcake) oppure quelle relative al secondo boom del wrestling nel nostro Paese, come il Latino Heat Eddie Guerrero o il primo John Cena versione rapper.
Il concetto di gimmick è centrale: se non piace, il wrestler finisce nel dimenticatoio; se invece funziona, a causa della natura del wrestling in bilico tra realtà e finzione e del suo essere basato su temi e motivazioni universali, la gimmick può spalancare le porte di un successo travolgente. Secondo un celebre sondaggio, il volto di Hulk Hogan, negli anni ’80, era il più riconosciuto a livello mondiale dopo Giovanni Paolo II e Michael Jackson. The Rock, icona del wrestling della cosiddetta “Attitude Era” è oggi l’attore di Hollywood piu’ pagato.

Il concetto di gimmick si rivela fondamentale per capire Donald Trump. Fin dalla “discesa in campo”, Trump ha interpretato un personaggio preciso, talmente esagerato da sembrare il cattivo di un fumetto, per il quale, tuttavia, i suoi sostenitori sono letteralmente impazziti

E proprio il concetto di gimmick si rivela fondamentale per capire Donald Trump. Fin dalla “discesa in campo”, Trump ha interpretato un personaggio preciso, talmente esagerato da sembrare il cattivo di un fumetto, per il quale, tuttavia, i suoi sostenitori sono letteralmente impazziti.
Si è scelto una catch-phrase d’effetto, quel “make America great again” equivalente di quando Cena dice “you can’t see me” (“non mi vedi nemmeno”). Si comporta da lone wolf, il lupo solitario che odia le corporation e l’ordine costituto rispettando solo le sane tradizioni popolari a stelle e strisce - simile alla gimmick di Stone Cold Steve Austin, il wrestler più popolare nell’intera storia della disciplina, tutto birra e pick up (e dito medio alzato, secondo uno stile molto Presidenziale). Si presenta, lui miliardiario, come il campione dell’uomo qualunque, come The Rock si presentava come il People’s champion, il campione della gente.

Quando Stephen Colbert dice che i volgari tweet di Trump contro due presentatori NBC sono “on brand” dice, come al solito, una cosa divertente e nello stesso tempo seria. Quei tweet, come il video dei cazzotti o ogni sua smorfia o spacconata cui abbiamo assistito sono, sempre, perfettamente in linea con la gimmick.
Certo, il wrestling è finto – o per meglio dire, prederminato – mentre la Presidenza degli Stati Uniti è cosa talmente vera da portare in dote, a chi la esercita, i codici delle testate nucleari in grado di distruggere il problema. Se la gimmick di Trump corrispondesse all’uomo Trump, il mondo sarebbe ogni giorno sull’orlo della catastrofe (e forse lo è).

Mentre Trump continua imperterrito con la propria gimmick per la gioia del suo pubblico (si veda il numero di like che hanno i suoi tweet, anche i piu’ deliranti), i media di tutto il mondo si impuntano in una eterna chiamata alle armi che ha finora prodotto risultati tragicomici

I fan di wrestling, tuttavia, quando si rapportano alla disciplina si dividono in due gruppi fondamentali: i mark, una minoranza che pensa sia tutto vero; e gli smart, che perfettamente consapevoli della finzione, decidono di stare al gioco, come si sta al gioco quando, sapendolo finto, ci si appassiona a un film.
La stessa distinzione può essere rintracciata nel modo in cui l’opinione pubblica si è rapportata a Trump finora: da un lato i sostenitori, che prendono Trump seriamente ma non letteralmente, considerando i suoi eccessi come esagerazioni simboliche in risposta alle esagerazioni di segno opposto dei media; e dall’altro i media, che invece si ostinano a guardare a Trump come i tifosi mark guardano al wrestling, prendendo alla lettera tutto quello che dice o twitta ma rifiutandosi di considerarlo seriamente.
Così, mentre Trump continua imperterrito con la propria gimmick per la gioia del suo pubblico (si veda il numero di like che hanno i suoi tweet, anche i piu’ deliranti) e il Bureau of Labor Statistics ha confermato settimana scorsa la creazione di oltre 594.000 nuovi posti di lavoro da gennaio ad oggi, i media di tutto il mondo si impuntano in una eterna chiamata alle armi che ha finora prodotto risultati tragicomici: basti pensare alla notizia falsa montata sul Russiagate, con i tre giornalisti di punta della CNN costretti alle dimissioni.
Forse sarebbe il caso di uscire una volta per tutte dalla bolla e affrontare Trump sul terreno della politica reale – a cominciare dalla riforma sanitaria o dal ban sull’immigrazione recentemente reintrodotto, lasciando perdere il wrestling su Twitter.
Altrimenti, per i prossimi 7 anni abbondanti, dal ring ovale della Casa Bianca non lo toglierà nessuno.

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