Nasce il partito anti-musulmano (e fa boom di iscritti), “L’Islam moderato non esiste”

Ora c'è anche un partito anti-islamico, il Pai. Proliferano sempre più i movimenti anti-islam, sia sui social che nella vita reale. Ignorarli è una reazione immatura: l’islam fa paura perché viene visto come sinonimo di negazione della libertà individuale

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7 Luglio Lug 2017 0803 07 luglio 2017 7 Luglio 2017 - 08:03

Martedì scorso il Pai, il partito anti islamizzazione fondato dal giornalista de il Giorno, Stefano Cassinelli, un figlio adottivo ghanese disabile e un testimonial eccentrico del suo movimento, lo psichiatra e criminologo Alessandro Meluzzi, è stato presentato in mezzo alla strada in piazza Duomo, a Milano, perché lo spazio pubblico prima concesso per il battesimo del Pai poi è stato negato. Per ora il Pai non è stato preso molto sul serio, pare, con i i suoi 9 punti fondanti che spaziano dal rispetto dei valori della nostra Costituzione al timore di un‘eccessiva islamizzazione della società italiana da parte di una comunità che obbedisce alla legge della sharia’h. Come ha spiegato il presidente del Pai Marco di Prinzio, di mestiere poliziotto, sul sito web www.partitoantisilamizzazione.it : “Riteniamo che i molti soggetti che ricoprono ruoli politici a tutti i livelli spesso siano inconsapevoli, o non vogliano esserlo, della pericolosissima radicalizzazione religiosa che è in atto incessantemente nel nostro paese. La Costituzione è per noi Italiani sopra ogni cosa quindi la libertà di religione è indiscutibile, ma al tempo stesso non vogliamo che coloro che professano un qualsiasi credo si sentano arrogantemente in diritto di mettere in discussione o di non attenersi alle nostre regole sociali, culturali e soprattutto giuridiche”.

E in effetti, a guardarli nella loro prima foto di gruppo, verrebbe da pensare che si tratti di un bizzarro gruppo di persone che strizza l’occhio al populismo imperante. Se però si gratta la superficie, non solo del Pai, (a 24 ore dalla nascita 1200 adesioni in un solo giorno) ma anche dei vari gruppi chiusi su Facebook che hanno tutti nomi simili come “No islam”, “Islam no Grazie”, “Uniti contro l’islam”, “Invasione islamica? No, grazie” e così via si coglie una manifestazione sociale di profondo disagio nei confronti della comunità musulmana osservante.

«Siamo contro l’islamizzazione della società, non contro l’islam - spiega Stefano Frassinelli a Linkiesta -. E abbiamo raccolto l’adesione privata di professionisti, avvocati, un magistrato, e non, come invece temevo un’onda anomala di gente furiosa perché ha perso il lavoro o appartenenti alla destra xenofoba. E neanche, e mi ha sorpreso, ho ricevuto insulti dai musulmani. Mi ha scritto solo un musulmano francese interessato all’esegesi del Corano e alla sua contestualizzazione». Piaccia o meno, ormai, oltre ai discorsi da bar, gli insulti razzisti da parte di chi non ha mai letto il Corano né conosce la storia dell’islam, in Italia o almeno nel Nord d’Italia, sta emergendo un sentire comune che non ha nulla a che vedere con l’ostilità verso l’esodo dei profughi o i flussi immigratori.
Chi aderisce a questi gruppi ha solo paura degli islamisti. E spesso i loro commenti, talvolta rozzi, talvolta più articolati, sono piuttosto da inserire all’interno di una filosofia liberale. Eccessivi o meno, sono soprattutto persone che osteggiano una filosofia antidemocratica espressa dall’islam politico o radicale.

Chi aderisce a questi gruppi ha solo paura degli islamisti. E spesso i loro commenti, talvolta rozzi, talvolta più articolati, sono piuttosto da inserire all’interno di una filosofia liberale. Eccessivi o meno, sono soprattutto persone che osteggiano una filosofia antidemocratica espressa dall’islam politico o radicale

Saranno stati gli attentati in Europa, o i veli integrali che si moltiplicano nei quartieri multietnici, ma il timore dei membri di questi gruppi è soprattutto legato alla radicalizzazione di una minoranza musulmana. Così anche nel gruppo chiuso di Facebook “Islam no grazie”, (14mila membri) fondata da un ex imprenditore piemontese della ristorazione, Leonida Bellini. Lì gli scontri sono più accesi, si va dal “leviamoceli di torno” a “rendiamo l’islam illegale a qualche dichiarazione di guerra vera e propria: «Passo il tempo a bannare gli insulti - spiega Bellini - perché noi non dobbiamo insultare, ma leggere il Corano e capire che la filosofia sunnita cozza contro la libertà individuale. Io non ho mai militato in un partito e sono ateo, ma si deve sollevare il problema della deriva integralista, si tratta di una corsa contro il tempo». Un altro gruppo di Facebook, molto popolare, quasi 14mila membri, si chiama “Uniti contro l’invasione islamica”. Fondato a Ferrara, si dichiara apolitico, contrario al neofascismo e all’islamofobia. Obiettivo: divulgare la tesi che l’islam è ideologia e non un credo religioso. E nella presentazione, con una miscela concettuale un po’ confusa, si cita persino Sant’Agostino.

Ora la discussione di questi gruppi ruota intorno soprattutto all’ostilità verso il movimento della Costituente islamica creata da Hamza Picardo, personaggio controverso, musulmano convertito, conosciuto per un’edizione italiana del Corano, nota per le sue accentuazioni antisemite molto spinte, che è stato membro dell’Ucoii: l’Unione delle comunità islamiche italiane che raggruppa 1200 moschee, (o meglio capannoni perché le moschee riconosciute in Italia si contano sulle dita di una mano), che però ora ha avviato un dialogo con il ministero dell’Interno, Marco Minniti, nella speranza di arrivare a un’intesa con lo stato italiano.

Al di là delle moderate intenzioni degli amministratori di questi molteplici gruppi, sono tutti contrari alle moschee e in maggioranza convinti che non possa esistere un islam moderato. Sono sempre più numerosi gli italiani che vedono nel velo un simbolo di negazione, di un rifiuto all’ integrazione nella società italiana e dei suoi diritti civili. Sono tutti contrari alle moschee che considerano laboratori di indottrinamento e quindi pericolosi per la sicurezza pubblica.
In ogni caso bisognerebbe riflettere sulla proliferazione di questi gruppi. Non si può solo catalogarli nel perimetro del populismo né liquidarli come espressione del rancore sociale amplificato dalla rete. L’islam fa paura perché viene visto come sinonimo di negazione della libertà individuale, del libero arbitrio, della laicità ed evoca l’oscurantismo. E ignorare questo movimento di opinione, giusto o sbagliato che sia, non servirà a contenerlo.

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