Perché la musica popolare armena è la più bella del mondo

Schiacciata tra Est e Ovest, dominata da persiani, ottomani e sovietici, divisa in due parti e in mille città, la campagna armena conserva, nella sua cultura e nella sua geografia, lo spirito di un popolo. O almeno, così credevano i due musicisti armeni che l’hanno girata in lungo e in largo

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Ralf Steinberger (da Flickr)

Ralf Steinberger (da Flickr)

12 Luglio Lug 2017 0820 12 luglio 2017 12 Luglio 2017 - 08:20

Ci fu un tempo in cui, più o meno alla nascita degli Stati nazionali moderni, molte persone credevano che lo spirito autentico di una popolazione (qualsiasi cosa fosse) si trovasse nelle campagne e non nelle città. O meglio, nelle tradizioni delle persone illetterate e non nei salotti delle capitali. È per questo che il musicista Jean Sibelius andò in campagna per cercare l’anima autentica della Finlandia e trasformarla in musica. Edvard Grieg fece lo stesso per la Norvegia, Antonin Dvorak per la Repubblica Ceca (non ancora divisa). Ma il più famoso di tutti fu senza dubbio Béla Bartok, che girò le campagne ungheresi in lungo e in largo in cerca del vero spirito ungherese da far finire sul suo spartito.

Molto bene. Ma in Armenia? Come se la sono cavata in una nazione divisa tra est e ovest, contesa tra gli Stati liberali e gli imperi, formata da interventi persiani, ottomani, sovietici? Chi è il cantore dello spirito nazionale armeno? Come è ovvio, per un Paese di fatto diviso in due – Est/Ovest, ma anche città/campagna – con due lingue (intelleggibili l'una all'altra) e due culture, non ci fu solo un cantore. Ma, appunto, ce ne furono due.

Il primo fu Komitas Vardapet: prete, musicologo, gran viaggiatore. Parlava varie lingue (tra cui francese e tedesco) e girò per le campagne dell’Anatolia in cerca di musiche e motivi. Il suo sogno era di far conoscere anche in Europa la musica armena. Non compose molto, però trascrisse tantissimo: delle 3.000 canzoni popolari che trascrisse, circa 1.200 sono ancora in circolazione. E altri musicisti, forse più bravi di lui, come Tigran Hamasyan utilizzarono questo archivio per trarne nuove musiche, più raffinate ma anche più “armene”.

Il secondo, che invece si occupò dell’Armenia orientale, fu Grikor Suni. Personaggio molto meno pacifico del primo: rivoluzionario, socialista, nemico dello zar (era molto prima della Rivoluzione russa), mescolò all’interesse etnografico la celebrazione della forza operaia. E per questo il suo lavoro fu ostacolato, la sua memoria repressa, la sua eredità dispersa.

Era senza dubbio un intelligenza originale. Ad esempio, la canzone Alagyaz, venne composta cercando di ricalcare, con un tipo di notazione su uno spartito inventata da lui, la forma delle montagne Aragats. L’analogia è evidente ed esplicita:

A ogni curva corrisponde una cima. A ogni cima, un cenno musicale. Suni cercò di tradurre, insomma, non solo lo spirito di un Paese in musica, ma anche la sua conformazione geografica (perché convinto che le due cose, in fondo, non fossero così staccate). Il risultato? Questo:

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