Berlusconi abbraccia la Merkel e l'europeismo, ed era ora

Dopo anni e anni passati ad additare l’Europa e la Germania come il più grave dei mali il Cav. viene a più miti consigli. Scelta di realpolitik, che spiazza Salvini, e i populisti

Silvio Berlusconi (sullo sfondo Angela Merkel)
5 Agosto Ago 2017 0830 05 agosto 2017 5 Agosto 2017 - 08:30

Merkel Uber Alles. Ovvero: «Oggi la signora Merkel è in Europa forse l’unico statista con una visione all’altezza dei tempi». Silvio Berlusconi abbraccia la Cancelliera tedesca e ancora una volta stupisce: ma come, la Merkel, quella che «sta dividendo l'Europa con le politiche economiche che sostiene», l'artefice del «complotto con Napolitano» del 2011, la donna contro cui «l'Italia deve ingaggiare un braccio di ferro», per tacere di altre più urticanti definizioni (peraltro smentite) riguardanti il suo aspetto fisico? Proprio lei? Lei, «unico statista»?

Il lusinghiero e inaspettato tributo (in un'intervista a Francesco Maria Bei su “La Stampa”) dice molte cose. La prima: il Cavaliere sapeva che prima o poi sarebbe dovuto andare a Canossa da Angela per essere politicamente riabilitato in Europa e ha scelto di farlo adesso, all'inizio di una campagna elettorale che evidentemente vuole giocarsi fino in fondo. La seconda: il Cavaliere pensa di aver domato Salvini e se ne infischia del suo ultimatum «o noi o la Merkel», ritenendolo probabilmente un ruggito del coniglio. Terzo: dopo aver accarezzato il sentimento antieuropeo e antitedesco della sua classe dirigente, Berlusconi avvisa tutti (alla maniera sua: tramite rassegna stampa) che la musica è cambiata e ci si deve adeguare.

Dopo aver accarezzato il sentimento antieuropeo e antitedesco della sua classe dirigente, Berlusconi avvisa tutti (alla maniera sua: tramite rassegna stampa) che la musica è cambiata e ci si deve adeguare

Angela Merkel è stata per anni il bersaglio quintessenziale di ogni lagna e protesta antieuropea del centrodestra, una specie di Boldrini all'ennesima potenza, il Baubau, la strega, la «furba massaia che vuole germanizzare l'Europa» (Brunetta), l'«orrenda» (Gasparri), quella che «deve chiederci scusa per tutti i posti di lavoro persi in Italia» (Toti), la leader «del quarto reich delle banche» (Santanché). Michaela Biancofiore l'ha addirittura citata in una denuncia per attentato agli organi costituzionali in combutta con Giorgio Napolitano. Solo due anni fa, per scaldare la platea degli amministratori di FI, Elisabetta Gardini e Renato Brunetta scherzavano sul tema “Ma quando la uccidete 'sta Merkel?”. Insomma, il nemico principale. E ricordando tutto questo è più facile capire la portata politica del contrordine impartito da Berlusconi e qualificarlo come qualcosa di molto diverso da una battuta estemporanea.

Con quella definizione altisonante – la Merkel «unico statista» – Silvio ha fatto una delle scelte di realpolitick per le quali è diventato famoso. Ha lasciato a Matteo Renzi la figura problematica di Emmanuel Macron, l'enfant prodige già un po' ammaccato nei consensi dei francesi e sicuramente in declino nell'apprezzamento degli italiani dopo il caso Finmeccanica. Si è preso come personaggio di riferimento un nome che evoca – in senso anagrafico e politico – “l'usato sicuro”, cioè la categoria sulla quale giocherà in campagna elettorale non solo per fermare i barbari del M5S ma per arginare tutti i rappresentanti del giovanilismo rottamatore italiano. Ha respinto il tentativo di larga parte di FI di trasformare Donald Trump in icona del centrodestra italiano e di giocarsi le prossime elezioni su quel tipo di suggestione populista. Ha deciso, al contrario, di affiancarsi alla icona dell'affidabilità e del continuismo europeo, prendendo indirettamente posizione anche nella complessa partita che la Cancelliera sta giocando col presidente Usa.

Sarà un rospo difficile da ingoiare per molti, ma sarà come sempre deglutito e digerito in fretta. E una volta tanto il contrordine non potrà che aiutare la reputazione del centrodestra italiano, dopo anni passati a rincorrere ogni matto che picconava l'Europa, da Farage a Orban. Bentornati alla ragione. Era ora.

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