Sveglia, sinistra! Chi teme i migranti non è fascista, è un italiano oppresso

La sinistra deve connettersi con le paure e la fragilità di un pezzo importante della popolazione martellata dalle campagne d'odio e bisognosa di attenzioni e cura. Basta derubricare tutto a un rincoglionimento di massa. Queste persone hanno il diritto di avere paura

Migrante

ALBERTO PIZZOLI / AFP

ALBERTO PIZZOLI / AFP

26 Settembre Set 2017 0800 26 settembre 2017 26 Settembre 2017 - 08:00

Il terreno è impervio eppure qualcuno prima o poi ci deve pure andare: pensare che chi teme l'immigrato sia semplicemente un fascista è una pessima idea, e conviene che la sinistra, in vista delle prossime elezioni politiche, se ne accorga prima possibile, per non regalare voti (ancora una volta) per altezzosità secondo la vecchia solfa della superiorità morale.

Intendiamoci: qui non si parla solo della postura di chi è convinto che lo “spaventato dall’immigrazione” sia un irrecuperabile cretino che merita di bollire nelle sue convinzioni ma si tratta soprattutto di decidere di connettersi con le paure e la fragilità di un pezzo importante della popolazione che oggi, martellata anche da una campagna d’odio che è propaganda travestita, forse meriterebbe attenzione, spiegazioni e cura.

La domanda di partenza, intanto: perché la paura dei migranti (e della cosiddetta “islamizzazione” come effetto collaterale) ha così tanta presa anche su persone che storicamente sono state dalla parte della solidarietà, che hanno osteggiato per anni tutte le cinquanta sfumature di razzismo della Lega e di certe destre? Siamo davvero sicuri che derubricare il tutto in un banale rincoglionimento di massa sia il metodo giusto per affrontare questo cambio di registro? No. Non credo.

Tra le persone impaurite solo una minima parte sono parafascisti geneticamente xenofobi che ora possono uscire allo scoperto, di loro ce ne accorgiamo di più, certo, perché sono i più violenti nei toni (e nei modi) e perché tentano di accreditarsi come capipopolo dopo essere stato rintanati nelle fogne ma tra le persone “incattivite” ci sono parenti, amici, colleghi e conoscenti con cui condividiamo ancora moltissimo e sulla cui moralità abbiamo costruito le nostre frequentazioni: questi sono gli oppressi.

Un pezzo di Paese che lavora a 3 o 4 all’ora, che non ottiene credito né dalle banche né dalle istituzioni, che in nome della “crisi” e della “competitività” si è ritrovato senza lavoro a 40 o a 50 anni con nessuna prospettiva e con debiti contratti quando sarebbe stato impensabile uno scenario del genere, un Paese in cui 12 milioni di persone in un anno hanno rinunciato a una prestazione sanitaria per motivi economici. Hanno il diritto di avere paura?

Oppressi, sì, oppressi diversamente da coloro che scappano dalla guerra eppure anche loro fragili e disperati (nel senso più pieno, ovvero con la paura di non riuscire più a produrre speranza per un futuro) per un’emergenza ambientale che non riescono a comprendere, a interpretare e inevitabilmente a fronteggiare. Sono gli “oppressi” lasciati alla deriva, verso la ferocia, da un impoverimento del reddito, da una precarietà che ha annegato loro o i loro figli, da un’Italia che da decenni promette di ripartire e poi fallisce e che in una certa propaganda politica hanno trovato una chiave di lettura (banale, falsa nelle informazioni ma meravigliosamente confortante) del proprio disorientamento.

La chiamano “emergenza percepita” e, mi sia concesso, è una cagata pazzesca: la paura delle persone non cambia intensità in base alla definizione che ne viene data. Ci interessano le persone? Bene, allora mentre ci si impegna a sradicare le fonti della paura (chiamatele fake news, propaganda, cultura distorta o come diavolo volete) forse sarebbe il caso di occuparsi anche di chi viene trattato come pazzo visionario (magari dalla sua storia parte politica) senza ricevere nemmeno uno sforzo di comprensione. Se qualcuno a cui teniamo (immaginiamo un figlio, per esempio) è terrorizzato da paure che noi riteniamo irrazionali (o peggio: stupide) quale sarebbe la nostra reazione?

Un pezzo di Paese che lavora a 3 o 4 all’ora, che non ottiene credito né dalle banche né dalle istituzioni, che in nome della “crisi” e della “competitività” si è ritrovato senza lavoro a 40 o a 50 anni con nessuna prospettiva e con debiti contratti quando sarebbe stato impensabile uno scenario del genere, un Paese in cui 12 milioni di persone in un anno hanno rinunciato a una prestazione sanitaria per motivi economici, un pezzo di Paese che assiste allo spettacolino di una politica impegnata nella propria autopreservazione, un pezzo di Paese che galleggia ai limiti della soglia di povertà, queste persone hanno il diritto di avere paura? Sì. Sbagliano nel cavalcare l’odio verso un nemico disperato piuttosto che la classe dirigente? Sì. Ma la domanda vera è: hanno il diritto di sbagliare? Ecco, secondo me sì.

E questi sono i fragili, gli schiacciati: sono quelli che la sinistra, proprio la sinistra, dovrebbe rappresentare. E invece è sconnessa. E se ne compiace. E io, boh, non capisco.

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