Gig Economy

“Paga minima e contratti”, al G7 del lavoro si riuniscono i rider europei

Mentre alla Reggia di Venaria si teneva il G7 del lavoro, i rider di Foodora e Deliveroo sono arrivati sotto la Mole da Milano, Bologna, Parigi e Berlino per un’assemblea internazionale con rivendicazioni comuni. Da Torino parte anche la prima vertenza della gig economy in Italia

Riders Linkiesta

(Foto: Lidia Baratta)

30 Settembre Set 2017 0800 30 settembre 2017 30 Settembre 2017 - 08:00

TORINO - Hanno lasciato le biciclette, gli zaini e le divise e si sono ritrovati a Torino, dove un anno fa è partito il primo sciopero italiano dei fattorini del food delivery . Mentre alla Reggia di Venaria si teneva il G7 del lavoro, i rider di Foodora e Deliveroo (come avevamo anticipato) sono arrivati sotto la Mole da Milano, Bologna, Parigi e Berlino per un’assemblea internazionale. Obiettivo: fare rete, scambiarsi le esperienze di protesta maturate nelle principali città europee e avanzare rivendicazioni comuni. Due su tutte: un salario minimo, che trasformerebbe quelli che tutti oggi chiamano “lavoretti” in veri e propri lavori, e contratti subordinati con tanto di tutele.

Al mattino qualche centinaio di studenti ha protestato per le vie del centro, arrivando anche a qualche momento di scontro con la polizia (vedi i video sotto). Nel pomeriggio, nel cortile della Cavallerizza reale, una cinquantina di rider e sostenitori sono arrivati alla spicciolata. Molti di loro sono anche studenti, ma tanti ormai sono lavoratori che contano sulle consegne di cibo a domicilio per tirare a campare.

Qualche fattorino torinese si è presentato in bici e con lo zaino termico prima del turno del venerdì sera. Ognuno ha raccontato la propria esperienza, tra tariffe orarie più o meno alte, pagamenti a cottimo, bonus di consegna, premi, mance e contratti diversificati. Le condizioni di lavoro e le paghe sono diverse per ogni città e ogni Paese.

In Italia i rider delle consegne a domicilio sono inquadrati come collaboratori autonomi, pagati a cottimo o con tariffe orarie, a seconda dell’azienda. Ma altrove non è così. «In Germania», spiega Giorgio, studente italiano a Berlino, dove ha sede il quartier generale di Foodora, «i fattorini sono quasi tutti assunti come subordinati con la formula dei mini-job, quindi hanno tutele e assicurazione». Hermè, 24enne rider di Deliveroo a Parigi, racconta invece che in Francia «siamo lavoratori autonomi, ma le paghe sono più alte di quelle italiane: 7,50 euro l’ora, più circa 5 euro a consegna». Sullo schermo del suo smartphone mostra l’ultimo aggiornamento della app aziendale. I rider vengono monitorati in base ai tassi di presenza e ai rifiuti delle consegne. Da queste percentuali, poi, viene stilato un ranking di merito: più sei alto in classifica, più avrai possibilità di “loggarti” e lavorare. «Io purtroppo ora sono posizionato molto in basso, perché si è rotta la bici e sono stato fermo per un po’», dice Hermè. «Vedi? Ora non potrei prendere un turno prima delle 17 di dopodomani».

(Foto: Lidia Baratta)

Tra la trentina di nuovi rider di Deliveroo a Torino, arrivata in città a febbraio, ci sono molti di quelli che Foodora ha licenziato dopo lo sciopero dell’ottobre 2016. Cecilia, 24 anni, pantaloncino da ciclista e zaino verde in spalla, è pronta per le consegne della sera. «Faccio non più di 5-6 ore a settimana», dice. «Il mio stipendio di settembre? 50 euro. Con 50 euro non si vive. Mi piacerebbe farlo come lavoro unico, vorrei lavorare di più, ma l’azienda mette a disposizione poche ore». Anche Giorgio è un ex rider di Foodora, ora passato a Deliveroo: «Lavoravo trenta ore a settimana, ora solo quattro», racconta. «È l’azienda che decide quanto lavori. Ed è una strategia precisa: con le campagne di assunzioni estive che hanno fatto, si amplia la platea dei rider per ridurre sempre più il peso dei lavoratori, ma anche per contrastare eventuali proteste». Tra i nuovi “assunti”, ci sono molti immigrati e pure qualche rifugiato.

Sei dei fattorini licenziati da Foodora ora hanno fatto causa all’azienda. Il prossimo 18 ottobre ci sarà la prima udienza. È la prima causa intentata in Italia contro una società della gig economy, sul modello di quella già fatta in Gran Bretagna. «Chiediamo il riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato», spiega Giulia Druetta, l’avvocato che sta seguendo la vertenza. «E contestiamo il mancato rispetto della normativa antinfortunistica, della tutela della privacy, oltre che delle norme sul controllo a distanza del lavoratore. Riteniamo che i licenziamenti siano stati illegittimi, e per questo chiediamo il reintegro e la giusta retribuzione dei fattorini come lavoratori subordinati. Dalla chat aziendale emerge chiaramente che c’è un coordinamento spazio-temporale delle prestazioni». Per quanto riguarda il contratto da applicare, le possibilità sono due: «Il contratto del terziario e del commercio, o quello della logistica: entrambi prevedono la figura del fattorino o addetto alla presa e consegna».

(Foto: Lidia Baratta)

(Foto: Pagina Facebook Cavallerizza Irreale)

Una delegazione è arrivata a Torino da Milano, dove a luglio i rider hanno tenuto una biciclettata di protesta. «Dopo due anni di lavoro con Deliveroo, facendo 120-150 chilometri al giorno, mi sono distrutto le ginocchia e ora ho comprato un motorino scassato per lavorare», racconta Giulio. «Prima eravamo in pochi, ci trattavano bene. Ci offrivano la colazione e ci arrivavano anche i pacchi a Natale, ora non è più così». A Milano l’azienda inglese conta oltre 600 rider, ed è in corso una nuova una campagna di assunzioni per far fronte alle serate di pioggia, quando le defezioni (ma anche gli ordini di cibo) aumentano. Tanto che sulla app dei fattorini è comparso anche il tasto “invita un amico”. Quando il rider che hai invitato supera le trenta consegne, scatta un premio di 50 euro per entrambi. Un altro bonus che si aggiunge alla Babele di incentivi e mance, diversi di società in società.

Da Torino a Parigi, da Milano a Berlino, le condizioni lavorative sono variegate ma le richieste dei rider sono le stesse. Ad appoggiarli è la Camera del lavoro autonomo e precario, un progetto nato sie mesi fa per sostenere i lavoratori che non hanno rappresentanza sindacale. «Vogliamo creare una rete internazionale per chiedere salari minimi, tutele e l’abolizione dei ranking. Di fatto non sappiamo come funzionano questi algoritmi che decidono quando dobbiamo lavorare», dicono.

Il modello a cui guardano è quello che hanno fatto in Belgio, dove dal fallimento di Take Eat Easy, l’analogo belga di Foodora e Deliveroo, i biker si sono organizzati e hanno fondato Smart, una loro cooperativa di food delivery. La chiamano «tecnologia antagonista», ma ci vogliono soldi e investimenti per mettere in piedi giganti come Foodora e Deliveroo. Per il momento, i rider arrivati a Torino, già in contatto con i colleghi inglesi e spagnoli, si sono dati un secondo appuntamento in un’altra capitale europea. Intanto proveranno a creare una piattaforma comune, con un vademecum da seguire in caso di cause e licenziamenti per i rider di tutta Europa. Che questo sia l’inizio del movimento europeo dei rider? Foodora, Deliveroo e simili sono avvisate.

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