Letture

"Il lavoro di oggi è povertà e sfruttamento", la lotta di classe secondo Marta Fana

Dai voucher ai rider di Foodora, dagli stagisti ai magazzinieri di Amazon, la ricercatrice nel suo ultimo libro racconta il progressivo impoverimento del lavoro in Italia con un linguaggio combattivo, che chiama in causa Marx e la lotta di classe

Deliveroo Linkiesta

(DANIEL LEAL-OLIVAS/AFP)

6 Ottobre Ott 2017 1245 06 ottobre 2017 6 Ottobre 2017 - 12:45
Messe Frankfurt
WebSim News

Sulla tesi di fondo di Non è lavoro, è sfruttamento (Laterza), l’ultimo libro di Marta Fana, ricercatrice in economia a Science Po, non ci si può sbagliare. È chiara sin dal titolo, e l’intero saggio vuole dimostrarla, mettendo con precisione uno dopo l’altro i tasselli del progressivo impoverimento del lavoro in Italia. Dai contratti a chiamata ai voucher, passando per i rider e i magazzinieri di Amazon, fino agli stagisti e al lavoro gratuito. È quella che l’autrice, da sinistra e con un linguaggio dimenticato ma ancora sorprendentemente efficace, chiama «proletarizzazione della classe lavoratrice», caratterizzata da uno «sfruttamento intensivo» sia del lavoro manuale sia di quello intellettuale.

Attenta ai numeri e ai grafici sul mercato del lavoro (tanto da aver messo in difficoltà il ministro del Lavoro Poletti, poi costretto alle scuse per aver dato delle cifre sbagliate sui nuovi contratti stabili del Jobs Act), Marta Fana racconta anche le storie della sua personale «discesa agli inferi» nel mercato del lavoro italiano.

Quasi un girone dantesco in cui dilaga il “lavoro povero”, instabile, frammentato e senza tutele. C’è posto per tutti. Ci sono i voucheristi, i fattorini di Foodora e Deliveroo, gli addetti alla logistica di Amazon, i dipendenti pubblici e quelli che si sentono quasi in dovere di non essere pagati sperando poi in un posto di lavoro. Fino alla storia grottesca dei lavoratori della Biblioteca nazionale di Roma che racimolano scontrini al bar per riuscire ad avere uno stipendio.

È questa la nuova classe operaia?
Quel che mi premeva dimostrare è che la classe operaia non è assolutamente morta, anzi oggi è quantitativamente più cospicua di due decenni fa. Il processo di proletarizzazione e impoverimento dei lavoratori è andato ad aggredire anche quelle figure che avevano un ruolo intermedio nella divisione del lavoro. Oggi tra lavoratori qualificati e non le differenze si riducono.

Cos’è che unisce fattorini in bicicletta, ricercatori precari, voucheristi ecc.?
Il filo rosso è il capovolgimento della retorica che ha accompagnato il processo di riforma del mercato del lavoro: la sottrazione di diritti e spazi di democrazia nei luoghi di lavoro non è funzionale ad avere più crescita e miglioramento delle condizioni di vita della maggioranza dei lavoratori, ma i lavoratori sono strumenti non neutrali che hanno permesso l’arricchimento di una parte della società, una minoranza, a discapito della maggioranza.

La classe operaia non è assolutamente morta, anzi oggi è quantitativamente più cospicua di due decenni fa

Tu scrivi però che la situazione attuale non è un «fatto naturale», ma «il risultato di scelte politiche ben precise che hanno precarizzato il lavoro». C’è stato più di altri un punto di non ritorno?
Una gara abbastanza competitiva, per essere ironici, ma neppure troppo. Dal pacchetto Treu in poi, ma potremmo andare indietro all’accordo del 1993 sui salari e quello del 1995 sulle pensioni, il processo ha avuto un unico segno. Ma la lista è lunga: potremmo parlare del decreto Sacconi del 2001 che svincola la possibilità di ricorrere al lavoro a termine dalle esigenze produttive, poi avallato e rafforzato dal Decreto Poletti del 2014 che estende la possibilità di rinnovo del contratto a tempo determinato. Per non parlare del lavoro a chiamata o della depenalizzazione del reato di somministrazione illecita di manodopera avvenuta con il Jobs Act. Per rimanere nell’attualità, l’istituzionalizzazione e successiva liberalizzazione dei voucher e l’obbligatorietà dell’alternanza scuola-lavoro possono essere considerate il fondo del barile.

Perché?
Da un lato, i voucher anche nella nuova versione sono uno strumento di remunerazione del lavoro anticostituzionale perché non rispettano nessuno dei diritti costituzionalmente garantiti come la disoccupazione, le ferie, la malattia, un compenso degno e proporzionale al tipo di lavoro svolto. Dall’altro lato, l’alternanza scuola-lavoro sancisce l’obbligatorietà del lavoro gratuito come condizione necessaria per entrare nel mondo del lavoro. Lo stesso vale per il volontariato coatto imposto ai migranti dalla legge Minniti-Orlando.

Ma c’è una questione generazionale?
È un fatto del tutto esterno che non dipende dai lavoratori in sé: i lavoratori entrati oggi o negli ultimi due decenni nel mercato del lavoro sono partiti svantaggiati perché questo è stato il periodo in cui è stato possibile per le imprese assumere con contratti precari. Ma è un fenomeno che coinvolge anche le generazioni precedenti: processi come la privatizzazione dei servizi pubblici e lo svuotamento del settore pubblico hanno reso molto più vulnerabili i lavoratori già occupati. Il taglio delle risorse per la formazione del personale o per la sicurezza nei luoghi di lavoro coinvolge tutti a prescindere. Inoltre, molti lavoratori che negli anni hanno perso il lavoro e si ritrovano oggi a dover accettare contratti precari, retribuzioni bassissime, part time involontari non sono più trentenni o quarantenni.

I voucher anche nella nuova versione sono uno strumento di remunerazione del lavoro anticostituzionale perché non rispettano nessuno dei diritti costituzionalmente garantiti come la disoccupazione, le ferie, la malattia, un compenso degno e proporzionale al tipo di lavoro svolto

Quindi la “proletarizzazione della classe lavoratrice” non interessa solo i giovani?
Quel che voglio dire nel libro è che la questione non è generazionale, ma è di classe: un giovane abbiente con le porte spalancate che magari non ha neppure bisogno di lavorare per vivere farà anche parte della stessa generazione del figlio di un impiegato che in un call center, ma le loro condizioni materiali e prospettive economico-sociali sono ben diverse.

E il sindacato? Sembra il grande assente nel libro.
In realtà no. Il sindacato è coinvolto nel libro, sia quando denuncio l’arrendevolezza con cui ha firmato accordi come quello sul welfare aziendale, sia quando parlo dell’attività dei sindacati di base nelle lotte della logistica. Dipende poi cosa intendiamo per sindacato. Credo che debbano rientrare nella definizione anche tutte le camere del lavoro autonomo, gli sportelli contro lo sfruttamento. Il sindacato è organizzazione dei lavoratori. Poi certo possiamo stare intere giornate a discutere della burocratizzazione di alcuni sindacati e di come altri, tipo la Cisl, fuoriescano spesso dal perimetro della tutela del lavoratore per confluire direttamente nella difesa degli interessi padronali. Nelle conclusioni auspico che si ritorni a un sindacato che non ceda a nessun ricatto e riacquisti la propria funzione originaria: quella di battersi affinché la Costituzione entri nei luoghi di lavoro, senza compromessi.

Il tuo è un punto di vista sul lavoro diverso dal solito. Parli di Marx e di neo-taylorismo per spiegare i rider, l’economia on demand e i coworking. E alla fine invochi, cosa difficilissima in un mondo del lavoro frammentato, una riorganizzazione di classe. Si possono ancora applicare queste categorie nel 2017?
Fintanto che esiste il capitalismo bisogna applicare queste categorie. La riorganizzazione di classe può avvenire solo con una presa di coscienza, ed è esattamente il passaggio marxiano dalla classe in sé (che esiste oggettivamente dati i rapporti di produzione) alla classe per sé, quella che avendo preso coscienza della propria situazione si organizza e lotta per rovesciare i rapporti di forza interni ai processi di produzione. Del resto, la lotta di classe è una categoria viva e vegeta.

E oggi invece come si parla di lavoro?
Di lavoro non si parla quasi mai, se non per un balletto macchiettistico di cifre e propaganda. Quando se ne parla, spesso lo si fa malissimo: il lavoro sembra essere stato estromesso dalla cultura e dall’immaginario se non in senso denigratorio, per non parlare di quando si chiedono diritti e tutele. Pensiamo a come viene trattato uno sciopero dei trasporti pubblici locali o il caso Ryanair: tutti parlano dei disagi ai clienti consumatori, nessuno dei disagi ai lavoratori che svolgono turni massacranti, sotto ricatto a ogni cambio di appalto.

Auspico che si ritorni a un sindacato che non ceda a nessun ricatto e riacquisti la propria funzione originaria: quella di battersi affinché la Costituzione entri nei luoghi di lavoro, senza compromessi

Potrebbe interessarti anche