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Il “Pinocchio” di Collodi tradotto in emoji diventa un libro :)

“La storia di un burattino” di Carlo Collodi è il primo testo letterario italiano tradotto integralmente in emoji. Ora diventa un libro della casa editrice Apice Libri, “Pinocchio in Emojitaliano”, con tanto di glossario e grammatica. Un progetto di ricerca, che ha anche un risvolto sociale

Emoji

(Pixabay/johnhain)

18 Novembre Nov 2017 0745 18 novembre 2017 18 Novembre 2017 - 07:45

Pinocchio è il bambino che corre, il burattino è il robot. Geppetto, invece, ha la faccia di un papà più un cuore. La casa editrice Apice Libri ha pubblicato la prima traduzione integrale in emoji di un testo letterario italiano, Pinocchio in Emojitaliano (in uscita il 20 novembre). Il testo scelto dagli autori, Francesca Chiusaroli, Johanna Monti e Federico Sangati, è proprio La storia di un burattino di Carlo Collodi (i primi 15 capitoli, nella versione originale). L’opera più tradotta al mondo dopo la Bibbia. Da oggi, alla miriade di traduzioni già esistenti, si aggiunge anche quella con i simboli che usiamo ogni giorno nelle comunicazioni veloci sui nostri smartphone.

Il libro riporta il testo di Collodi originale con quello in emoji a fronte. Un vero e proprio codice artificiale, che non lascia nulla al caso. Da febbraio a settembre 2016, la professoressa Chiusaroli, docente di linguistica all’Università di Macerata, ha twittato ogni giorno alla social community di “Scritture brevi” una frase della storia di Pinocchio da tradurre. Gli emoji-traduttori più assidui, una quindicina circa, proponevano ciascuno la propria versione. «A fine serata sceglievamo la forma migliore e aggiornavamo il dizionario», racconta Francesca Chiusaroli. Giorno dopo giorno è nato così il nuovo codice. «La cosa emozionante è che i tweet dei traduttori alla fine erano tutti uguali. Parlavamo tutti la stessa emoji-lingua», dice Chiusaroli. Un codice che può essere esportato in altre lingue e adattato – con le dovute modifiche ad esempio sui nomi propri – ad altre opere.

«Gli emoji non sono segni universali», spiega Chiusaroli, «ma fissando i significati in un glossario, e traducendo il glossario, questo codice si può applicare anche ad altre lingue. Quindi è universalmente condivisibile e leggibile».

Prima del Pinocchio tradotto integralmente in emoji, Fred Benenson ha tradotto con una community online Moby Dick di Herman Melville (Emoji Dick) e il designer Joe Hale ha realizzato un poster con 25mila emoji per rappresentare Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll. «Ma senza la creazione di un glossario corrispondente e una traduzione coerente», spiega Chiusaroli. Il “suo” Pinocchio ha invece un dizionario nella parte finale e una grammatica semplificata che si ispira ai modelli delle lingue artificiali.

Per alcune parole, è stata trovata una corrispondenza univoca in emoji. Pinocchio, ad esempio, è rappresentato con l’emoticon del bambino che corre, partendo da una critica al libro di Collodi che dice: “L’anima di Pinocchio, la sua espressione più tipica e primaria sta nel correre”. L’immagine con il viso dal naso lungo è arrivata in un aggiornamento successivo delle emoji, a traduzione iniziata, ed è stata scelta invece come simbolo di “bugia”. Ma non sempre era disponibile un simbolo unico e diretto. «Così siamo ricorsi a digrammi e trigrammi», spiega la professoressa. Ad esempio, per il grillo parlante (il simbolo del grillo è comparso solo in una versione più aggiornata degli emoticon!), la comunità di traduttori ha scelto un cappello da laurea più una tromba, come simbolo della voce della morale. La bottega di Geppetto è invece una casa più gli attrezzi.

«È un’opera di riscrittura collettiva che chiaramente non pretende di sostituire Collodi», precisa Chiusaroli. «Sappiamo benissimo che con le emoji non si riproduce la ricchezza del lessico collodiano né della lingua italiana. Questo è un progetto di ricerca, che però va anche oltre il valore tecnico. Stiamo sperimentando le emoji anche per progetti di inclusione sociale per lo scambio di messaggi semplici in contesti multiculturali. Insomma, c’è anche un potenziale culturale e sociale».

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