Un secondo referendum sulla Brexit? È possibile e c'è chi avanza già la proposta

Un secondo referendum sulla Brexit potrebbe tenersi a dicembre del 2018, per mettere sotto scrutinio popolare il futuro accordo sulla Brexit, che verrà raggiunto tra il Regno Unito e l’Unione europea. La proposta è stata avanzata da Vince Cable, il leader del Partito liberaldemocratico

Brexit Eu
21 Dicembre Dic 2017 1220 21 dicembre 2017 21 Dicembre 2017 - 12:20

Vince Cable, il leader del Partito liberaldemocratico, ha avanzato la proposta per un secondo referendum sulla Brexit, da tenersi a dicembre 2018. Il futuro accordo sulla Brexit, che verrà raggiunto tra il Regno Unito e l’Unione europea, dovrebbe conseguentemente essere sottoposto a scrutinio popolare.

Per argomentare la sua proposta, Cable ha citato un sondaggio di Survation secondo il quale la metà degli intervistati vorrebbe tornare alle urne. L’ipotesi non è una novità, ma l’emendamento formulato dai Lib Dem è il primo passo concreto. Semplificando al massimo, la filosofia di Cable è: nessun accordo sarà meglio dell’adesione all’Ue.

I critici hanno però argomentato che un secondo referendum sarebbe un incentivo per i leader europei a negoziare un accordo svantaggioso per la Gran Bretagna nel corso dei prossimi mesi. Theresa May ha dichiarato lunedì che la promessa di un secondo referendum equivarrebbe a un tradimento politico nei confronti del popolo britannico. Insomma, conclude Jessica Elgot sul The Guardian, l’emendamento ha poche possibilità di passare.

Rimane il fatto che, a distanza di 15 mesi dal fatale “Brexit Day”, i cittadini Oltremanica stanno cominciando a capire cosa significhi uscire dall’Ue inizia.

Il Financial Times scrive che i britannici stanno accettando il fatto che non possono avere “la moglie ubriaca e la botte piena”. In altri termini, Bruxelles avrebbe il coltello dalla parte del manico, mentre Londra sarebbe divisa e preoccupata. Ed è per questo che il Regno Unito tentenna al punto da considerare un secondo referendum.

Eppure, tutti si ricordano ancora la testardaggine di Theresa May, la quale, annunciando la sua inamovibile decisione di rispettare la volontà popolare e condurre il Regno Unito fuori dall’Ue, proferiva: Brexit means Brexit” (“Brexit significa Brexit”, tdr.), oppure ancora: “Non ci saranno tentativi di rimanere nell’Unione, né di rientrare dalla finestra, figurarsi un secondo referendum”. La dichiarazione risale a quando si credeva di poter puntare su una “soft Brexit”, ovvero negoziare la conservazione del privilegio fondamentale degli Stati membri dell’Ue: l’accesso al Mercato unico. Quest’ultimo sancisce la libera circolazione di persone, beni, servizi, e capitali. Peccato che la Brexit sia il frutto di una “volontà” popolare di riottenere totale controllo sui confini, sull’economia, nonché sulla giurisprudenza. Conseguentemente, voler negoziare un posto privilegiato nell’orbita europea - ovvero, mantenere i privilegi senza sottostare alle regolamentazioni - è un sogno utopico.

Non solo. Vernon Bogdanor, King’s College London, ha scritto sul Guardian che non vi è logica nella “soft Brexit”. Sarebbe “una forma di ritiro che imita l’adesione all’Ue” che priverebbe Londra della capacità di “influire sulla giurisprudenza” dell’Unione e, quindi, del proprio Paese.

Il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, dal canto suo, ha sfatato la possibilità che il Regno Unito possa godere di privilegi, senza riconoscere tutte e quattro le libertà fondamentali.

Infine, i recenti sviluppi sul fronte dei negoziati hanno portato anche i deputati pro-brexit a scagliarsi contro il noto “Brexit-bill”, pari a £50 miliardi, appena stipulato dalle due parti (si tratta in buona sostanza di ciò che il Regno Unito deve versare all’Unione in virtù degli impegni presi precedentemente al referendum).

Insomma, sono tempi turbolenti per la politica interna britannica. Il fiasco delle elezioni dello scorso giugno ha causato una perdita di fiducia nei confronti del governo May, oltre alla più concreta diminuzione di seggi in parlamento. Il numero crescente di voti raccolti dai laburisti, tuttora all’opposizione, è interpretata da Bogdanor come una vendetta dei remainers, coloro che vogliono restare nell’Ue.

Rimane altrettanto vero che il partito di Jeremy Corbyn non ha preso una posizione chiara riguardo alla Brexit. Allo stesso tempo però, ha accolto più che volentieri chi vi si era fermamente opposto 15 mesi fa.

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