Achille? Per il cinema può essere bianco o nero: l’importante è che non sia greco

Per evitare polemiche su diversità e l’inclusione, la Bbc (con Netflix) ha scelto di assegnare i ruoli di Achille, Patroclo e Zeus ad attori di colore. I social si sono infuriati, denunciando gli eccessi di politicamente corretto. Ma la realtà è che qui i veri discriminati sono i greci, non i neri

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26 Gennaio Gen 2018 1000 26 gennaio 2018 26 Gennaio 2018 - 10:00

Tutto per la gioia dei social media. La Bbc, in collaborazione con Netflix, ha prodotto una nuova serie di otto episodi, intitolata Troy: Fall of a City, che racconta la storia dell’assedio dei Greci e della caduta di Troia. Tutto già visto e sentito, da almeno 2.800 anni, tranne per un particolare: in questo caso i personagg di Achille, Patroclo e Zeus saranno interpretati da attori neri.

Proprio così: il ruolo del “migliore degli Achei”, cioè Achille, tocca a David Gyasi, già noto per aver recitato in Interstellar e Cloud Atlas. Suo cugino (no, non amante, almeno secondo il dettato omerico) Patroclo, invece, è interpretato da Hakeem Kae-Kazim, attore nigeriano, mentre Zeus, il padre degli dèi, lo fa il sudafricano Lemogang Tsipa. Rispetto a Troy, film del 2004, anche questo ispirato all’Iliade, il passaggio è notevole: in quel caso Achille veniva interpretato da Brad Pitt, bianco bianco che più bianco non si poteva.

Ora. Le scelte artistiche sono scelte artistiche, si sa. Il problema è quando finiscono in rete, aizzando polemiche dal sapore razzista appena appena mascherate da rigore filologico. In questo caso la decisione di utilizzare attori neri per interpretare eroi omerici ha scatenato un putiferio. Si è parlato di follia del politicamente corretto, di vera e propria provocazione, di blackwashing, fino al classico: “e se avessero usato un bianco per interpretare Martin Luther King?”

Per fare un po’ di chiarezza, basterà dire che sì, è vero: Achille, secondo quanto si legge nei poemi omerici, era biondo (per cui non nero). Si può anche aggiungere, al tempo stesso, che è molto difficile che Zeus avesse tratti africani – anche se intratteneva rapporti amichevoli con le popolazioni “etiopi”, come si evince dalla lettura dell’Iliade (I, 423-424), tanto da andare a trovarli per fare festa per 12 giorni, trascinandosi dietro tutta la sua corte olimpica. “Etiopi” significava, alla lettera, persone “dalla pelle bruciata”, cioè scura. E Zeus, pur potendo assumere qualsiasi forma in quanto divinità, non appare connotato in questo modo.

La questione è che, a differenza di Martin Luther King o di Malcolm X, né Achille né Zeus sono esistiti davvero. Si tratta di figure letterarie, personaggi del mito e della religione e non certo della storia. La stessa narrazione omerica, che pure opera come modello di sistemazione razionale del patrimonio mitologico antico (lo riconoscevano i greci stessi), non è né esaustiva né unica. Di più: era funzionale alle necessità del suo racconto, cioè intessere storie di corte e di guerra. Nei miti, insomma, c’è sempre stato ampio spazio per invenzioni, modifiche, piegamenti, riletture, distorsioni, innovazioni, variazioni. Questa della Bbc, insomma, non è che un altro (ennesimo) esempio della plasticità, versatile e vitale, del mito greco.

Ma c’è un’altra domanda che, in ogni caso, merita di essere fatta. E la fa Hollywood GreekReporter: perché tutti si affannano tanto a ribadire che l’attore debba essere bianco e non nero e nessuno chiede, a ragione, che sia greco? Cinesi e giapponesi, ogni volta che un eroe della loro tradizione viene interpretato da un americano, minacciano di ritirare gli ambasciatori. Perché i greci accettano senza colpo ferire che Achille sia impersonato da Brad Pitt (o David Gyasi), parli inglese in modo perfetto e sembri più un abitante di Oslo (o di Lagos) che della Tessaglia? Perché, insomma, gli eroi di una mitologia greca, in storie ambientate in una città oggi in Turchia, devono essere anglosassoni?

Per difendersi dalle accuse di mancanza di diversity, alla fine, la Bbc e Netflix impiegano attori neri. Ma dei greci, invece, se ne fregano. E hanno ragione: dopo anni di cattiva stampa, i greci sono ormai quelli pigri, con problemi di liquidità e che pensano solo a ballare il sirtaki. Cioè tutto l’opposto dell’eroismo che, come è noto, è solo anglosassone.

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