La serie TV “Tredici” ci spiega perfettamente la psicologia del suicidio

A confrontare “Tredici” con “La vita è meravigliosa” di Frank Capra ci si rende conto di come la serie TV di Netflix tratti il suicidio in modo pessimistico, deprimente e psicologicamente rischioso

Suicidio Linkiesta
30 Gennaio Gen 2018 0840 30 gennaio 2018 30 Gennaio 2018 - 08:40

È passato abbastanza tempo dalla diffusione della serie TV “13 reasons why” e forse è possibile parlare del finale senza rovinare la sorpresa. Come si dice? Senza spoilerare; rovinare però è una traduzione migliore e precisa.

Attenzione, da qui spoiler! La protagonista alla fine si suicida. Senza pretendere di recensire la qualità della serie, riflettiamo insieme sulla rappresentazione del suicidio. Molto è stato scritto e detto dai tanti addetti alla psicologia che hanno visto lo spettacolo. Tra i tanti pareri, colpisce quello di Psychology Today che nota come la serie, accanto al merito di sensibilizzare il pubblico sul disagio giovanile, il bullismo e la violenza sessuale, ha il difetto di concludere la storia con un suicidio presentato con tratti irrealistici che finiscono per rafforzare alcune delle fantasie tipiche delle persone a rischio.

L’intera serie ruota intorno alla stupefacente capacità della protagonista di influenzare dopo la morte il gruppo dei coetanei che l’ha fatta soffrire e che in qualche modo ha creato del ragioni del suicidio. Non intendiamo giudicare le scelte di sceneggiatura e drammaturgiche. Non si può negare che l’idea funzioni e che leghi lo spettatore alla storia. La serie di cassette lasciate da Hannah, la ragazza suicida, ipnotizza non solo gli altri personaggi della serie ma soprattutto lo spettatore. Scelta quindi drammaturgicamente azzeccata, psicologicamente però rischiosa. Perché? Perché questa è proprio una delle tipiche fantasie di chi ha pensieri suicidari. Invece di comprendere che uccidendosi pongono fine alla sua vita, alcune persone a rischio si crogiolano nell’immaginare gli effetti del loro atto sui loro conoscenti, quasi illudendosi di essere ancora vivi dopo la morte, ma vivi in maniera diversa, dietro le quinte e al tempo stesso più potenti, capaci di tirare le file, di condizionare la mente e la vita di chi è ancora vivo. Ed è quello che riesce a fare la protagonista di Tredici con le sue cassette. Dopo morta è più viva che mai, tutta l’esistenza dei suoi amici, dei suoi compagni di scuola e dei suoi parenti è piena del fantasma della morta alla quale non riescono a smettere di pensare, con la quale non riescono a smettere di interagire come se fosse ancora viva. Ma non lo è. È morta. E lo spettatore lo dimentica a sua volta.

Hannah vive dopo la morte e ci riesce con le cassette e con il suo inquietante agente rimasto tra noi, il terribile Tony, rimasto tra i vivi ma con un ruolo di messaggero della morta e forse di tutti i morti, angelo custode e accompagnatore nell’aldilà dei trapassati come Ermes psicagogo e anzi di più, visto che è in grado di fare anche il movimento contrario riportando continuamente Hannah in vita dall’aldilà con le sue cassette.

Alcune persone a rischio si crogiolano nell’immaginare gli effetti del loro atto sui loro conoscenti, quasi illudendosi di essere ancora vivi dopo la morte, ma vivi in maniera diversa, dietro le quinte e al tempo stesso più potenti, capaci di tirare le file, di condizionare la mente e la vita di chi è ancora vivo. Ed è quello che riesce a fare la protagonista di Tredici con le sue cassette

È un modo di trattare il suicidio pessimistico e deprimente. Non si tratta di squalificare le sofferenze della ragazza o di banalizzare il bullismo. Si tratta però di opporsi alla presentazione del suicidio come mezzo efficace per prendersi le proprie rivincite. Volendo assumere la posa dei laudator temporis acti, possiamo ricordarci di un’altra opera che ha fatto un uso simile eppure diverso della rappresentazione del suicidio come mezzo per risolvere le ingiustizie. Il classico “La vita è meravigliosa” di Frank Capra, in inglese “It’s a wonderful life”. Anche lì c’è un protagonista maltrattato dal destino e dalla cattiveria umana e anche lì c’è un pensiero di morte per suicidio, gettarsi da un ponte nel fiume gelido e in tempesta durante una tormenta di neve notturna. Il suicidio è scongiurato dall’intervento metafisico di un angelo molto diverso dall’inquietante Tony: Clarence, il buffo angelo di seconda classe. La salvezza però non scongiura le fantasie di morte di George Bailey, il protagonista recitato da James Stewart. Certo, non sono più fantasie suicide ma di non essere mai nato e che però seguono di pochi minuti pensieri suicidari veri e propri. Fantasia così tenacemente invocata che infine viene soddisfatta: d’accordo, vediamo cosa accadrebbe se tu non fossi nato, dice il rassegnato Clarence al disperato George Bailey.

L’effetto è opposto a quello di Tredici. Il protagonista si rende conto che la sua morte, lungi dal risolvere i problemi, non solo non lo rende più potente e capace di controllare gli eventi e la mente degli altri, non solo lo annulla come essere vivente ma produce uno scenario oggettivamente più infelice e più negativo. Improvvisamente George Bailey si rende conto di tutte le cose buone che ha fatto vivendo e che non si sono realizzate perché lui non è nato. Suo fratello è morto annegato perché lui non era lì a salvarlo. La città è in mano a un banchiere senza scrupoli perché lui non ha gestito e fatto prosperare la cooperativa per piccoli risparmiatori ereditata dal padre. Sua moglie è sola e i suoi figli non sono mai nati a loro volta. E così via.

George Bailey ha fatto tante cose buone nella vita e farle sparire non nascendo ha un effetto malefico e terribile. In “13 reasons why” invece la bontà della decisione è confermata. Il suicidio determina la consapevolezza nei tormentatori del male fatto a Hannah, quasi suggerendo che abbia fatto bene a uccidersi

Il paragone è in parte discutibile perché non si tratta di suicidio ma di non nascita. Tuttavia –accanto al fatto che George Bailey aveva fantasticato il suicidio nel fiume- c’è un dettaglio che rende l’accostamento ancora più credibile. In entrambi i casi, sia in “13 reasons why” che in “It’s a wonderful life”, l’innesco della catastrofe finale è dato dallo smarrimento sbadato di una somma di denaro che va versata in banca. L’analogia è così forte da far venire il dubbio che gli autori di Tredici l’abbiano inserita volontariamente. In entrambi i casi lo smarrimento dei soldi è interpretato dal protagonista come conferma che tutto gli va storto, che lui o lei è un’incapace e scatena la disperazione finale, l’autoflagellazione vittimistica e la decisione di ripudiare la vita. Decisione che in “It’s a wonderful life” è ottimisticamente smentita in maniera realistica e convincente. George Bailey ha fatto tante cose buone nella vita e farle sparire non nascendo ha un effetto malefico e terribile. In “13 reasons why” invece la bontà della decisione è confermata. Il suicidio determina la consapevolezza nei tormentatori del male fatto a Hannah, quasi suggerendo che abbia fatto bene a uccidersi.

E allora facciamo i laudator temporis acti fino in fondo. I tempi sono bui se pensiamo che la vita non solo non valga la pena di essere vissuta ma che non vivendola il mondo migliori. La vita era meravigliosa al tempo dei film di Frank Capra mentre oggi una serie TV ci da almeno Tredici ragioni per le quali potrebbe non esserla più.

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