Il futuro del lavoro è una cosa seria, la polemica sui braccialetti è luddismo 4.0

La polemica sul braccialetto di Amazon dimostra solo una cosa: che il legame tra lavoro e innovazione, da noi, è ancora al livello della chiacchiera da bar. Innocuo, se rimane al bar. Dannoso, se coinvolge anche i decisori pubblici

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4 Febbraio Feb 2018 0800 04 febbraio 2018 4 Febbraio 2018 - 08:00
Tendenze Online

La levata di scudi multipartisan contro il brevetto dei braccialetti di Amazon dimostra che non c’è scampo: il dibattito sul lavoro in Italia è condannato a rimanere al livello della chiacchiera da bar. Se la chiacchiera fosse inoffensiva e restasse tra un cappuccino e un cornetto non avremmo nulla da aggiungere. Ma è chiacchiera dannosa, che trattiene il Paese indietro di decenni e ci iscrive al partito del luddismo 4.0. Dimostrando che quando si parla di lavoro e tecnologia ci mancano gli strumenti intellettuali per capire e quelli di policy per gestire. Andiamo con ordine. Anzi andiamo per punti.

1. Stiamo parlando del nulla.
Abbiamo scatenato un putiferio su un brevetto registrato su una tecnologia che ancora non esiste e non è detto che esisterà mai: i brevetti spesso si registrano solo per dare valore a una attività di ricerca e sviluppo, senza commercializzarla. E mentre parliamo del nulla, ignoriamo che (per fortuna!) moltissime imprese europee tra le più produttive fanno da tempo ricorso a dispositivi wearable o alla trasmissione di dati in tempo reale dal lavoratore a sistemi centrali. Nelle linee di montaggio, per segnalare che tutto vada liscio. Nelle aree potenzialmente pericolose, per aumentare la sicurezza verificando minuto per minuto che i parametri vitali dei lavoratori siano adeguati. Nelle aziende di logistica, per ottimizzare gli spostamenti e diminuire il rischio di incidenti e persino le emissioni inquinanti dei mezzi di trasporto. Tutte finalità positive, se affrontate costruttivamente e senza levate di scudi.

Moltissime imprese europee tra le più produttive fanno da tempo ricorso a dispositivi wearable o alla trasmissione di dati in tempo reale dal lavoratore a sistemi centrali. Nelle linee di montaggio, per segnalare che tutto vada liscio. Nelle aree potenzialmente pericolose, per aumentare la sicurezza verificando minuto per minuto che i parametri vitali dei lavoratori siano adeguati. Nelle aziende di logistica, per ottimizzare gli spostamenti e diminuire il rischio di incidenti e persino le emissioni inquinanti dei mezzi di trasporto


2. Se questo nulla esistesse, sarebbe (giustamente) premiato da industria 4.0.
Ironia della sorte, una delle policy di maggior successo di questo Governo nasce anche per sostenere dispositivi di questo tipo, che grazie all’interazione uomo-macchina, migliorano sicurezza e produttività.

Siamo più precisi e citiamo direttamente alla fonte: la legge di bilancio 2017, che istituisce i formidabili strumenti del superammortamento e dell’iperammortamento per gli investimenti in tecnologia, definisce (allegato A punto 3) che sono oggetto di benefici fiscali i “dispositivi per l’interazione uomo macchina e per il miglioramento dell’ergonomia e della sicurezza del posto di lavoro in logica 4.0” e tra questi “dispositivi wearable, apparecchiature di comunicazione tra operatore/operatori e sistema produttivo” e “interfacce uomo-macchina intelligenti che coadiuvano l’operatore a fini di sicurezza ed efficienza delle operazioni di lavorazione, manutenzione, logistica”.

Più chiaro di così. E non c’è nulla da indignarsi: la tecnologia offre opportunità straordinarie di rendere il lavoro umano più produttivo, ma anche più sicuro e meno tedioso, mettendo l’uomo al centro del processo produttivo. Industria 4.0 aiuta a coglierle, e richiede agli operatori e ai policy maker di adattarle con buonsenso ai bisogni e ai legittimi timori dei lavoratori, definendo limiti e soglie. Un lavoro lungo e affascinante, come ha detto ieri il Ministro Calenda.

3. Se questo nulla esistesse, dovremmo farci i conti, non demolirlo a mezzo stampa.
Il braccialetto, così come tutti i dispositivi che centinaia di imprese usano da tempo, non è né buono né cattivo. Dipende dall'uso che se ne fa e dal contesto in cui lo si fa. Ma è semplicemente ridicolo parlare in astratto di un brevetto, pensando di risolvere qualche problema. La realtà è più complessa, ci piaccia o no. Se e quando Amazon (o altri) vorranno utilizzare questo tipo di innovazioni, dovrà farlo rispettando le leggi (che già ci sono, e non ne servono di nuove) e negoziare coi lavoratori le condizioni per il loro utilizzo.

Di fronte alle innovazioni sempre più numerose che interessano il mondo del lavoro non ci servono levate di scudi, ma condivisione di intelligenze. Sforzo raro e con ritorni incerti, che qualcuno sta provando a mettere in pratica. Ad esempio dentro www.allavoro.eu, uno spazio dove si confrontano persone con ruoli, sensibilità e idee diverse ma accomunati dall’impegno a costruire un nuovo pensiero sul lavoro. Nella consapevolezza che alzando barriere cieche l’innovazione ci prenderà alle spalle, danneggiandoci. “Potete rinchiudervi in un recinto, ma non potete impedire per sempre al mondo di penetrarvi” diceva qualcuno nel lontano ‘900.

Ci serve invece di discernere il buono e il non buono dentro ogni tecnologia. Ricordando che la tecnologia non viene da un altro pianeta, ma nasce dall’uomo e ne incorpora i valori. E allora, invece di agire tutti come al bar il sabato mattina, facciamo in modo che i politici scrivano policy sempre più affilate, che gli esperti di privacy ci spieghino cosa va bene e cosa va corretto, che i sindacati studino le novità e pretendano di contrattarne l’adozione. Se non ci tappiamo gli occhi di fronte alle novità possiamo davvero usare la tecnologia per rendere il lavoro più umano, prima ancora che più produttivo. Ma forse è chiedere troppo, a quattro settimane dal voto.

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