Enrico Mentana: «Parlare di pericolo fascista in Italia? È ridicolo»

Parla il direttore del TgLa7 Enrico Mentana: il Paese è vittima delle sue contraddizioni, non fa i conti con il passato e agita spauracchi. Nel frattempo, con tripolarismo e legge elettorale, la classe politica sfila all’elettore l’ultimo potere rimasto nelle sue mani: il voto

Enrico Mentana Nello 193485
5 Febbraio Feb 2018 0740 05 febbraio 2018 5 Febbraio 2018 - 07:40

L’incertezza delle elezioni, le nuove tensioni, l’astio contro i migranti, la lontananza dell’Europa. L’Italia sembra impantanata, il clima è duro e rabbioso. E forse, come spiega a Linkiesta il direttore del TgLa7 Enrico Mentana, incontrato a margine di un incontro del Lexfest a Cividale del Friuli, sotto c’è qualcosa di ancora più grave: l’impianto novecentesco, nelle sue componenti statuali e democratiche, si sta disgregando. È un Paese in cui, anche negli slogan dei politici, sull’accoglienza vince il respingimento. Dove i palazzi del potere sembrano un mondo sempre più distante. E nei territori abbandonati dalle istituzioni trovano forza nuove visioni identitarie.

Insomma: dove sta andando l’Italia?
È impossibile da prevedere o da immaginare. Al momento, la data cruciale dovrebbe essere il 4 marzo, giorno delle elezioni politiche. Come si concluderà la corsa elettorale? Ma soprattutto: cosa succederà dopo? A essere franco, sono molto più interessato a come lo dovrò raccontare più che a come andrà a finire. È il bello delle tornate elettorali: osservarle e studiarle, da fuori, senza essere né lepre né cacciatore.

Ma la politica, al momento, è nel pantano. Le prossime elezioni, con ogni probabilità, non saranno risolutive. E non avvicineranno il palazzo ai cittadini.
Sono d’accordo con quanto ha scritto di recente Ainis: siamo di fronte alla fine del bipolarismo – e questo lo si era già detto da almeno cinque anni. Il dato interessante però è che ora, con la combinazione del tripolarismo, che ormai è di fatto la condizione della politica italiana, e della legge elettorale, il potere è passato dall’elettore all’eletto.

Cosa significa?
Si tratta di una situazione che, di fatto, si era già creata nel 2013 in modo naturale, con l’ingresso del Movimento Cinque Stelle nel Parlamento. Ora è sancita da una legge elettorale che sposta la decisione dagli elettori ai partiti. In questo modo, se posso concedermi una battuta, la vera “maratona” inizierà il cinque marzo e chissà quando finirà. Con alleanze e schieramenti tutti da decidere: centrodestra con centrosinitra, o centrodestra e M5S, o Pd con Forza Italia.

Con la combinazione del tripolarismo e della legge elettorale, il potere è passato dall’elettore all’eletto

Intanto uno dei problemi più dibattuti sui giornali riguarda il ritorno dei fascismi.
Parliamoci chiaro. I “nostalgici”, o almeno quella categoria di persone che provano nostalgia per periodi storici che non hanno nemmeno vissuto, sono sempre esistiti. Del resto, se esistono nazisti in Israele e in Germania, non vedo perché non debbano essercene anche qui. Ma sono pochi e marginali. Insomma: la “marea nera” di cui si parla tanto non c’è. È piuttosto una bassa marea. E le cozze, i molluschi, vengono fuori quando la politica arretra.

Non è preoccupato, allora.
No. Era un fenomeno più preoccupante negli anni del terrorismo: allora c’erano reclute, c’erano simpatizzanti e neutralisti. Oggi, per essere franco, parlarne come di un pericolo è ridicolo. Il nostro problema è stato non aver mai fatto i conti, in modo serio, con quel periodo storico, cioè non averlo mai demistificato né metabolizzato. Il fascismo è morto, è finito, e anche nel peggiore dei modi. Ma non è mai stata fatta una riflessione seria sulla questione. Perché è ovvio, per fare un esempio, che in vent’anni sono state fatte anche cose buone – impossibile che non accadesse – ma per poterlo dire è necessario metabolizzare.

Se si fosse fatto un ripensamento serio i fascisti non ci sarebbero?
Ci sarebbero lo stesso, perché la politica, nella sua totalità, comprende anche i fascisti. Magari con altri nomi e sigle. Siamo un Paese in cui ben quattro forze politiche sostengono che le Ong vadano in mare per salvere in migranti solo perché sono al soldi dei trafficanti. Ecco, ci si preoccupa tanto dei fascismi di ieri e non si vedono più quelli di oggi.

Un altro spettro evocato spesso, oltre ai migranti, è l’Europa.
Ma quella sta peggio dell’Italia. E assume in sé un problema più vasto. Le democrazie sono stanche perché novecentesche, caratterizzate da tutte le contraddizioni novecentesche. Non reggono più le nuove contraddizioni. I segni si vedono: se esiste ancora l’antisemitismo in un Paese come la Polonia, dove sono morti tre milioni di ebrei polacchi, è perché un ciclo vitale si è chiuso e si è tornati a quello precedente. È ciò che è avvenuto con il crollo della ex-Jugoslavia: senza la struttura unificante sono riemersi i nazionalismi più feroci e bellicosi. Le radici culturali dei popoli sono pre-esistenti alle strutture liberali democratiche. E tornano fuori.

La politica, nella sua totalità, comprende anche i fascisti

È finita l’idea di progresso.
Almeno quella per cui il progresso porta solo miglioramento. Del resto siamo in un mondo in cui la possibilità di comprare con un clic un libro che viene consegnato il giorno dopo va di pari passo, anzi, dipende dal fatto che le persone che lavorano perché questo accada potrebbero venire controllate in ogni loro movimento con dei braccialetti elettronici. È progresso, da un lato. Ma dall’altro è regresso. E il tutto è fonte di tensioni.

Insomma, la confusione regna sovrana.
Sì. Il mondo si sta disgregando in tutte le sue componenti note, mostrando nuove contraddizioni. Questo accade in tutti i campi: se nell’immaginario della politica l’accoglienza viene superata dal respingimento, siamo di fronte a uno smembramento dell’asse delle ascisse e di quello delle ordinate anche della politica. E non sarà semplice uscirne bene.

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