Prendete in giro chi si mette in coda per il reddito di cittadinanza? Siete condannati a perdere per sempre

La fake news sui Caf del Sud Italia dimostra che i pregiudizi fanno male alla politica. Che a questo punto rischia di morire, sopraffatta dalla ricerca di conferme all’opinione dominante

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10 Marzo Mar 2018 0745 10 marzo 2018 10 Marzo 2018 - 07:45

Raramente si è vista una notizia diffondersi più velocemente di quella relativa ai Caf del Sud Italia presi d’assalto da gente che reclamava il reddito di cittadinanza promesso dai Cinque Stelle.

Una sbornia di viralità che ha unito bolle social opposte tra loro, da Il Giornale a Giornalettismo, da quelli che nell’immagine del profilo hanno la faccia di Salvini a quelli con il simbolo delle bandiere antifasciste. Un mare di commenti, un oceano di disprezzo riversato contro un esercito di fannulloni che ha fatto la fatica di recarsi alle urne solo per dare il voto in cambio di quel soldo pubblico buono a ritirarsi ad una vita di dolce far niente. Le cose non stavano esattamente così: non c’era nessun centro “assediato”, nessun “esercito” di sfaccendati. Solo qualche decina di poveri (brutta parola, eh?) che da martedì in poi hanno telefonato o sono passati a chiedere informazioni, per capire che cosa fosse questo “reddito di cittadinanza” di cui le TV continuavano a parlare, senza spiegare esattamente in cosa consistesse.

Una fake news, per diventare virale, deve svolgere una funzione essenziale: la conferma di un pregiudizio.

Se esiste una massa di persone che si sente, a vario titolo, snobbata da un’élite, e quella stessa élite, alla prima occasione, la bastona sulla base di un pregiudizio, prendendo a pretesto quattro disperati che vanno a chiedere informazioni, al prossimo giro la massa sarà ancora più determinata a far valere la propria rabbia

Se il mio assurdo pregiudizio è “gli immigrati sono privilegiati” e vedo la foto di un migrante seduto su un Frecciarossa, con didascalia a informarmi che l’uomo era senza biglietto ma gli è stato consentito ugualmente di viaggiare, vivo la notizia come una conferma di quello che già credo, e la condivido. Al contrario, se il mio pregiudizio è che in Italia sia in atto un pericoloso ritorno del fascismo, allora al comizio di Salvini a Milano vedrò immaginarie bandiere naziste che in realtà appartengono al goliardico Stato del Kekistan.

Così, se il pregiudizio più diffuso in Italia è che gli elettori dei Cinque Stelle siano un esercito di ignoranti, o meglio ancora un esercito di meridionali ignoranti (e in quanto meridionali privi di qualsiasi voglia di lavorare) davanti a una notizia come quella dei Caf assediati buona parte del Paese e dei giornali vede la conferma che aspettava dall’uscita del primo exit-poll, e inizia a condividerla come se non ci fosse un domani. È il famoso “credere per vedere”, la vera tragedia della società contemporanea, il fenomeno per cui - davanti a un fatto - invece di osservarlo per poi farmi un’opinione, lo uso per confermare quello che già credo, a prescindere da tutte le altre circostanze ed evidenze. Fa nulla che i Cinque Stelle siano il primo partito a Bolzano, che le analisi del voto dicano che gli elettori grillini sono i più colti e abbienti, e che soprattutto il direttore del Caf incriminato, da cui è partito tutto, abbia ridimensionato enormemente la vicenda: se credo che chi ha votato Cinque Stelle è un terrone fancazzista, nulla – assolutamente nulla – mi farà cambiare idea.

Mentre i Cinque Stelle vendevano fumo, tutti gli altri partiti erano occupati a fare la stessa identica cosa, cercando di vendere il proprio populismo. Come funziona con i cartelli della droga, in campagna elettorale tutti i partiti hanno venduto le loro proposte “stupefacenti” sulla base di un tacito accordo, sulla base del quale nessuno poteva permettersi di fare la spia sull’altro, altrimenti sarebbe crollato il castello. E così alla fine ha vinto quello che spacciava la roba più pura

Usare le notizie in questo modo è divertente, e dà anche molta soddisfazione, la stessa che provano gli ultras di squadre diverse quando si incrociano negli autogrill e scattano i tafferugli; ma bisogna tenere presente che questo è esattamente il meccanismo che rende i populisti inarrestabili. Se esiste una massa di persone che si sente, a vario titolo, snobbata da un’élite, e quella stessa élite, alla prima occasione, la bastona sulla base di un pregiudizio, prendendo a pretesto quattro disperati che vanno a chiedere informazioni, al prossimo giro la massa sarà ancora più determinata a far valere la propria rabbia.

Diverso sarebbe se si cominciasse, una buona volta, a sfidare i populisti nel concreto delle loro proposte, senza trattarli da minus habens o ad inseguirli sul loro terreno (quegli 80 euro rivendicati con orgoglio dal leader del partito del “Paese normale”, non erano forse una misura identica, nello spirito, al reddito di cittadinanza?). Francesco Cancellato ha dimostrato come il reddito di cittadinanza dei Cinque Stelle sia qualcosa di molto lontano da quello che si aspettano gli elettori, al punto che il solo chiamarlo “reddito di cittadinanza” sarebbe una vera e propria bufala.

E per dimostrare ciò non ha dovuto intercettare una comunicazione segreta interna alla direzione del Movimento: ha semplicemente letto con attenzione le parole dello stesso Di Maio in un’intervista a Linkiesta e ribadite altrove. Come mai allora, in campagna elettorale, i partiti non hanno impugnato le parole dello stesso Di Maio sul reddito di cittadinanza per infilzarlo nel merito della proposta, e accusarlo di pubblicità ingannevole? Perché giornali e opinionisti non hanno nemmeno provato a raccontare la verità sui meccanismi con cui funziona il reddito di cittadinanza versione Cinque Stelle, spiegando agli elettori come si trattasse, alla meglio, di un redditino di cittadinanzina?

Prima si ignorano i temi concreti e, invece di mostrarne le contraddizioni, si scende allo stesso livello dei populisti. Poi, quando si perde – perché se sfidi un populista sul suo terreno è facile che perdi, specie se l’altro rappresenta la novità – invece di interrogarsi sugli errori, si infierisce sulla miseria di quella frazione infinitesimale di elettori che hanno per unica colpa la povertà

Perché mentre i Cinque Stelle vendevano fumo, tutti gli altri partiti erano occupati a fare la stessa identica cosa, cercando di vendere il proprio populismo. Come funziona con i cartelli della droga, in campagna elettorale tutti i partiti hanno venduto le loro proposte “stupefacenti” sulla base di un tacito accordo, sulla base del quale nessuno poteva permettersi di fare la spia sull’altro, altrimenti sarebbe crollato il castello. E così alla fine ha vinto quello che spacciava la roba più pura, giacché “reddito di cittadinanza” suona molto più sexy e allucinogeno di “flat tax” o “abolizione del canone Rai” o soprattutto di “flexsecurity”, che è l’astrusa parola che meglio descrive il provvedimento pensato dai Cinque Stelle.

Prima si ignorano i temi concreti e, invece di mostrarne le contraddizioni, si scende allo stesso livello dei populisti. Poi, quando si perde – perché se sfidi un populista sul suo terreno è facile che perdi, specie se l’altro rappresenta la novità – invece di interrogarsi sugli errori, si infierisce sulla miseria di quella frazione infinitesimale di elettori che hanno per unica colpa la povertà, e che dopo le elezioni non sono andati in ufficio, né a fare pilates, né a mangiare all’all-you-can eat: sono andati a un Caf, a chiedere informazioni per vedere se, per caso, avrebbero potuto rimediare qualcosa per vivere dignitosamente.

La strada che porta alla scomparsa non solo della sinistra, ma di tutta la politica, è esattamente questa.

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