Cinque anni fa non li considerava nessuno, adesso hanno in mano le sorti del Paese

Nel 2013 Maurizio Martina era consigliere regionale, Matteo Salvini europarlamentare in esilio a Strasburgo e uno sconosciuto Luigi Di Maio faceva il suo ingresso alla Camera. Mattarella era stato appena eletto giudice della Corte costituzionale, coronamento di una lunga carriera

000 1261LZ
14 Marzo Mar 2018 1105 14 marzo 2018 14 Marzo 2018 - 11:05

Cinque anni fa Maurizio Martina era consigliere regionale in Lombardia, Matteo Salvini faceva l’europarlamentare in esilio a Strasburgo e il consigliere comunale a Milano. Luigi Di Maio, illustre sconosciuto, aveva appena fatto il suo ingresso a Montecitorio. Sergio Mattarella, invece, era stato appena eletto giudice della Corte costituzionale, solenne riconoscimento che sembrava mettere fine a una lunga carriera. Personaggi di secondo piano, nel migliore dei casi. Eppure oggi l'Italia è nelle loro mani. Dal presidente della Repubblica ai leader dei tre principali partiti del Paese, nel giro di una sola legislatura tutt'e quattro hanno conquistato la scena. E sono diventati protagonisti, anche senza volerlo.

Martina è l'ultimo arrivato. Da lunedì è segretario reggente del Partito Democratico, dopo le dimissioni di Matteo Renzi di cui era il vice dopo le primarie dello scorso anno. È passato in pochi anni dal Pirellone a Winston Churchill. «Il successo non è mai definitivo, la sconfitta non è mai fatale. È il coraggio di continuare che conta»: il nuovo leader del Pd ha scandito questa citazione davanti alla direzione dem, dove è stato nominato traghettatore del partito sconfitto alle elezioni, con il sostegno di tutto il gruppo dirigente. Martina non ha ancora quarant’anni, anche se è in politica già da venti. Fuori dal Palazzo non sono in molti a ricordarsi di lui: bergamasco, profilo sobrio ma carriera in ascesa già sotto Walter Veltroni e Pierluigi Bersani, è stato giovanissimo segretario regionale dei Ds e poi del Pd dal 2006 al suo sbarco a Roma, nel 2013. Rieletto consigliere regionale, in quell'anno l'attuale reggente venne chiamato a fare il sottosegretario alle Politiche agricole nel governo Letta, promosso ministro l'anno successivo con Renzi (e la pesante delega all’Expo) e quindi con Gentiloni. Non un grande protagonista della scena mediatica, Martina, ma una persona normale, che ama ascoltare tutti. L’ideale, a quanto pare, per la gestione collegiale nel post-Renzi.

Cinque anni fa Maurizio Martina era consigliere regionale in Lombardia, Matteo Salvini faceva l’europarlamentare in esilio a Strasburgo, Luigi Di Maio, illustre sconosciuto, era appena entrato a Montecitorio. Sergio Mattarella, invece, era stato appena eletto giudice della Corte costituzionale, solenne riconoscimento che sembrava mettere fine a una lunga carriera. Personaggi di secondo piano, nel migliore dei casi. Eppure oggi l’Italia è nelle loro mani

Leader per caso o per fortuna. In alcuni casi anche per capacità. «Sono convinto che anche nell’ultimo istante della nostra vita abbiamo la possibilità di cambiare il nostro destino», scriveva Giacomo Leopardi. Le vicende di Salvini e di Di Maio appaiono in questo senso esemplari. Solo pochi anni fa il leader leghista era considerato un militante tra i tanti, rimasto a fare il consigliere comunale di Milano (e a lungo l'europarlamentare) dal 1993. Un dirigente abile nella mobilitazione politica, ma certo non uno sospettato di poter scalare il partito fondato da Umberto Bossi. Nel giro di pochi anni, invece, per Salvini è cambiato tutto. Quando la vecchia guardia è caduta (Bossi nel 2012) o ha lasciato la mano (Maroni nel 2013), è apparso il giovane leader ideale per gestire una Lega ormai in affanno. In cinque anni, ha rivoluzionato la linea. Prima ha nazionalizzato un partito nato contro la nazione, poi ha scippato a Silvio Berlusconi la leadership del centrodestra.

Mentre Martina debutta a 39 anni alla Camera, Salvini a 45 debutterà al Senato. Entrambi da leader. Rientra da leader a Montecitorio anche Luigi Di Maio, 31 anni, il capo politico del Movimento 5 Stelle che è uscito dalle elezioni come primo partito italiano. Fuori dal M5S non lo conosceva nessuno, quando nel 2013 entrava proprio di questi tempi nel Palazzo. Ancora studente universitario, Di Maio aveva fatto lo steward al San Paolo di Napoli, un lavoro da webmaster. Poi il salto: non solo in Parlamento, ma anche in un ruolo istituzionale da vicepresidente della Camera. È su quello scranno che Di Maio in cinque anni si è costruito l'immagine governativa con cui ambisce ora ad avere l'incarico di formare il prossimo Esecutivo. Sapendo, a differenza degli altri due leader nuovi della politica italiana, che per le regole del movimento questa sarà la sua ultima occasione.

Leader per caso o per fortuna. In alcuni casi anche per capacità. «Sono convinto che anche nell’ultimo istante della nostra vita abbiamo la possibilità di cambiare il nostro destino», scriveva Giacomo Leopardi. Le vicende di Salvini e di Di Maio appaiono in questo senso esemplari

Svolte inattese e inimmaginabili, insomma. La politica regala molte e rapide sorprese. Non solo fra i giovani. Basterebbe pensare all’attuale capo del governo, Paolo Gentiloni. Un tempo vicino a Francesco Rutelli, ministro delle Comunicazioni nella breve esperienza del secondo governo Prodi, nel 2012 si era candidato con scarso successo alle primarie di centrosinistra come sindaco di Roma. Arrivò terzo, dopo Ignazio Marino e David Sassoli, e sembrava aver imboccato la fase discendente della sua carriera. Invece, per Gentiloni si è aperta un'inattesa fase di governo proprio in questa maledetta legislatura: prima è stato chiamato a sostituire Federica Mogherini come ministro degli Esteri, poi addirittura Renzi come presidente del Consiglio. Ora Gentiloni resterà a Palazzo Chigi fino a quando non si troverà una soluzione alternativa. Sarà nel frattempo il presidente della Repubblica, Mattarella, a cercare di allentare i nodi di questa difficile stagione post-elettorale. Anche Mattarella non era certo annoverato fra i protagonisti all'inizio della scorsa legislatura, nonostante una lunga carriera politica a cavallo fra prima e seconda Repubblica. Fu lui a dare il nome alla legge elettorale maggioritaria del 1993 e fu lui, da ministro della Difesa, ad abolire sul finire degli anni Novanta la leva obbligatoria. Passaggi fondamentali. Poi nel 2008 Mattarella decise di lasciare la politica attiva, senza ricandidarsi in Parlamento. Nel 2015 l’elezione al Quirinale, dopo il doppio mandato di Giorgio Napolitano. Adesso tocca a lui gestire la nascita della terza Repubblica.

Potrebbe interessarti anche