Suarez, Pontedera e le cadute del nuovo teatro

26 Giugno Giu 2014 1613 26 giugno 2014 26 Giugno 2014 - 16:13

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"Era delle Cadute": 9 compagnie al Teatro Era

Tra le tante cose che amo, nel teatro, c’è l’eterna dialettica tra utopia e realtà, ovvero – per dirla in termini più spicci – tra desideri e contraccolpi.

Il teatro, ogni teatro, muove sempre da una molteplice utopia: raggiungere la perfezione tecnico-scenica, ad esempio; oppure raggiungere l’animo, l’intimità, di chi guarda e ascolta, quella strana cosa che in passato si chiamava “catarsi” e che, in una prospettiva più sociale e politica, potremmo definire, seguendo vecchi maestri, il “tentativo di cambiare l’uomo, e attraverso l’uomo la società”. La lotta costante, continua, di chi il teatro lo fa tende a queste perfezioni, a queste bellezze del mondo. Poi, però, c’è la realtà: il contraccolpo. Si apre il sipario e si va in scena. E tutto appare più vero e faticoso, più farraginoso e umile. Il mondo, insomma, per come lo conosciamo: imperfetto e meraviglioso.

Pensavo a tutto questo vedendo il formidabile morso dato dall’uruguaiano Suarez a Chiellini: è la zampata – anzi la dentata – del reale rispetto all’immaginario.

La mesta fine della nazionale italiana di calcio è, simbolicamente, anche l’auspicato declino di un modello culturale. I personaggi dominanti di questo ventennio – ossia il Calciatore ricco, cafone e tatuato e la Velina, scema bella e disponibile – potrebbero finalmente essere archiviati come pezzi di modernariato. Potremmo avere l’opportunità, insomma, di mandare in soffitta la prospettiva (o la sovrastruttura) sociale e politica imposta da RaiMediaset, con tutte le declinazioni sportive e culturali del caso: tanto per dirne un po’, anziché la solidarietà, il principio della “eliminazione diretta” stile Grande fratello (si elimina sempre il più brutto o il più “sfigato”); anziché le pari opportunità, la competitività assurta a regola (vedi i detestabili talent); anziché il dialogo e il confronto, il grido, lo sfogatoio e la polemica volgare. Si tratta, però, di ricominciare da zero, dal microcosmo, anche per quel che riguarda i campetti di calcio: vedeteli, i bimbi di otto o dieci anni iscritti a qualsiasi società calcistica: sono già “corrotti”. 

Allora, ricominciare dal microcosmo vorrebbe dire anche tornare al teatro – come sosteneva Lotman – quale sistema modellante. Fateci caso: da un lato abbiamo un campionato di calcio che si chiude con sconfitte internazionali, morti, feriti, arresti, scandali, fascismo conclamato, razzismo. Dall’altro, nel trascuratissimo e povero mondo della cultura e dello spettacolo, prendiamo Oscar, Palme esportiamo talenti in tutti i festival teatrali e musicali del mondo.

Il guaio è che tocca ripensarlo tutto, il sistema; fare i conti, sempre di nuovo, con l’utopia e la realtà, con i sogni e i contraccolpi.

Ad esempio, nel nostro teatro, una bella utopia realizzata a Pontedera è stato il recente progetto Scendere da cavallo, poi declinato nell’esito spettacolare Era delle Cadute, concretizzatosi in due repliche a metà giugno. Si trattava di un’occasione di confronto, incontro, discussione e prova fornito da una struttura importante come Pontedera Teatro a un gruppo di giovani compagnie italiane.

Nella prima fase (nel 2013) si trattava davvero di “scendere da cavallo”: ossia fermare la corsa sfrenata e stancante in cui si trovano costretti molti giovani artisti italiani, obbligati a una iperproduzione continua, a doversi inventare organizzatori, promotori, operatori sociali pur di sopravvivere, al punto da lasciare in secondo piano la loro priorità, che è, o dovrebbe essere, la creazione artistica. Scesi da cavallo, dunque, nella cornice del Teatro Era, i giovani artisti hanno potuto discutere e confrontarsi per giorni sui metodi di ricerca.

Poi, dopo quell’incontro, è stata la volta dell’esito: Pontedera Teatro, nella persona di un regista di lungo corso come Roberto Bacci, ha dato un tema per una “produzione comune” richiamando i gruppi presenti nella prima fase. Il tema scelto, appunto, è la “caduta” e Era delle cadute è stato il titolo di uno spettacolo realizzato a più mani e sguardi.

Biancofango, Carrozzeria Orfeo, LeViedelFool, Lo Sicco/Civilleri, Macelleria Ettore, Ossadiseppia, Scenica Frammenti, Teatro delle Bambole, Teatro dei Venti erano le compagnie coinvolte: diversi per poetica e approcci, ma tutti generosi nell’accettare e condividere il progetto di Pontedera Teatro. Insomma, un percorso bello e condivisibile: dovrebbe essere la normalità per i cosiddetti Teatri Stabili che per statuto hanno il compito di “aprirsi” ai nuovi linguaggi, alle nuove realtà, al ricambio generazionale, ma pochi lo fanno seriamente.

L’utopia, però, come si diceva, cozza con il reale: e qui la realtà si concretizza in pochi giorni a disposizione per provare, nella fretta di fare un “compitino” che fosse leggibile e presentabile, nel tentativo di dare una “compiutezza” scenica a frammenti fragilissimi.

L’esito scenico, insomma, è stato il contraccolpo. Non c’era niente o quasi: poche idee, confuse, a volte superficiali, raffazonate in fretta e furia. Magari in alcuni momenti anche ben imbastite, pure con soluzioni intriganti: ma nell’insieme abbiamo visto un quadro molto, troppo, piccino.

Lì per lì, dopo spettacolo, ero indignato e preoccupato. E stavo per scrivere un pezzo incattivito e incarognito.

Se questa è una fetta indicativa del “nuovo teatro”, mi ripetevo, andiamo poco lontano. E ben ha fatto Simone Nebbia, recensendo su teatroecritica.net a collegare Era delle Cadute alla discussione lanciata dal critico Renato Palazzi su delteatro.it a proposito di giovane teatro e maturità artistica. Arriviamo al paradosso di concludere che, se questi son gli esiti, farebbero bene i “maestri” a non dar troppo spazio ai “giovani” così immaturi.

Poi però, ho visto il morso di Luis Suarez, detto lo squalo. 

Vedendo il gioco sporco, violento, scorretto, cattivo di Suarez, e Chiellini – notoriamente un “fabbro” – cadere a terra e lamentarsi, mostrare la spalla offesa al mondo incredulo, ho ripensato alla serata di Pontedera. Non so: mi viene da pensare che Era delle cadute sia stato, nonostante tutto, quel morso. Più timido, meno cattivo, per niente furbo, ma è l’equivalente emotivo di quel gesto barbaro. È la rabbia con cui i nostri giovani talenti si stiano faticosamente guadagnando spazio, lottando con le unghie e i denti, per affermarsi, per mostrare e far vivere il loro teatro.

Al di là dell’esito scenico, è arrivato un risultato. Nove gruppi assieme, in modo sciatto, confuso, grossolano, ma ci sono. Possono fare di più? Certo. Possono fare meglio? Sicuramente.

Roberto Bacci, sapientemente, guarda sornione e beffardo: li aspetta al varco. Lo sa – lui che non si stanca di ricercare attraverso il teatro – che prima o poi arriveranno e ha fatto quel che non poteva non fare: aprire le porte del suo tempio teatrale ai nuovi Suarez della scena italiana.  

Attenzione: magari giocano male, ma mordono.