I Fratelli Musulmani nell’era di Zuckerberg

I Fratelli Musulmani nell’era di Zuckerberg

Questa volta ha funzionato. Lo scorso 25 gennaio, il «giorno della rabbia» contro il regime di Mubarak, non si è trattato di una prima assoluta per una rivolta organizzata attraverso il web nel Paese mediorientale. La linea di continuità virtuale con gli scontri di questi giorni va ricercata il 6 aprile 2008, quando nella città di Mahalla, sede di un importante distretto tessile sul delta del Nilo, alcuni lavoratori incrociarono le braccia contro il rincaro dei prezzi dei generi alimentari. Lo sciopero si diffuse rapidamente oltre i confini della città industriale grazie al tam tam generato da un gruppo attivo su Facebook, i «Giovani del 6 Aprile», fondato dal giovane Ahmed Maher e indirettamente appoggiato dai Fratelli Musulmani. L’effetto sorpresa fu devastante, ma l’esercito reagì aspramente, uccidendo due persone, sequestrando decine di operai, impedendogli di lasciare le fabbriche di Mahalla.

Ancora oggi, la memoria del 6 aprile è incisa nella memoria dei 32.323 fan e degli 87.263 membri del movimento presenti sul social network fondato da Mark Zuckerberg. All’epoca, come racconta il blog Bikyamasr.com, Facebook contava in Egitto circa 800mila iscritti – attualmente, secondo le statistiche del social network, sono 3 milioni – mentre nei giorni immediatamente successivi alla rivolta, il gruppo arrivò a contare 70.000 persone: un utente Facebook su 12 appoggiava i «Giovani del 6 Aprile».
Uno studio diffuso a maggio 2008 dal think tank Information and Decision Support Center, basato al Cairo, evidenziò che la mediasfera egiziana era composta da 160mila blog. Un numero significativo: il 25% del totale degli abbonamenti internet. Ancora più rilevante il dato sugli argomenti che appassionano i cittadini egiziani: il 20% dei blog riguarda la politica.

Un deserto sempre più interconnesso. Dal 2008 a oggi, la diffusione della rete in Egitto è passata dal 12,8% della popolazione all’attuale 21%. A dirlo sono i dati dell’Internet world stats, società attiva dal 2002 nel monitoraggio del web che evidenzia come, a fronte di una popolazione pari a 78 milioni di persone (di cui oltre 10 milioni tra il Cairo e Alessandria), i navigatori siano passati dai 5 milioni del 2006 agli attuali 16 milioni. Peraltro, secondo la Cia, gli internauti egiziani sarebbero stati 20 milioni nel 2009. Numeri piuttosto bassi se confrontati con le percentuali di penetrazione europea e nordamericana, ma significativi se si pensa a un Paese in cui è povera una persona su cinque. Lo conferma una ricerca condotta proprio dall’Itu: nel 2007, l’Egitto aveva soltanto 0,5 connessioni attive ogni 100 abitanti, rispetto alle 2 ogni 100 del quadrante mediorientale. L’esatto contrario della velocità di crescita: sempre nel 2007, lungo le sponde del Nilo ci sono state 45mila nuove sottoscrizioni, il triplo rispetto alla media dell’area. A incidere su questi dati, spiega il rapporto Onu, la media dei costi di un abbonamento internet, che, nel 2008, in Egitto è stata pari al 5% del salario medio mensile, rispetto a un peso che supera il 35% nel resto dell’Africa. D’altronde, la popolazione che vive sotto la soglia di povertà, nel Paese, secondo lo Human Development Report 2008 delle Nazioni Unite, è del 20%, mentre la Banca Mondiale evidenzia un tasso di disoccupazione vicino al 9% (dati 2008).

Nonostante tutto, però, la connettività è un bene nazionale su cui l’Egitto ha puntato dall’inizio. Primo Paese africano a lanciare, nel 2007, una rete mobile di terza generazione (3G), alla fine dello scorso giugno – secondo l’analisi della società di consulenza americana Business Monitor International – l’Egitto contava 59 milioni di abbonati ai principali operatori – Orascom/Mobinil, Vodafone Egypt e Etisalat – con una crescita del 6,5% anno su anno, anche se i dati vanno presi con le pinze: come in Italia, anche al di là del Mediterraneo spesso gli utenti possiedono molteplici sim. Le connessioni broadband sono 1,7 milioni, anche se, nella stragrande maggioranza dei casi (67%) si tratta di linee Adsl. Tuttavia, sottolinea un report della banca d’affari Morgan Stanley, i servizi 3G sono stati utilizzati, nel 2009, soltanto dal 6% della popolazione, seppure con una crescita del 145% anno su anno.

La potenza delle reti come strumento di dissenso è stata riconosciuta esplicitamente il 27 gennaio, quando il Governo ha progressivamente spento internet, oltre ai servizi internazionali per i Blackberry, Twitter, Facebook. Addirittura, in alcune aree del Paese, risultava impossibile parlare al cellulare, come si legge sul sito Globalvoices. In un post apparso sul blog aziendale della Renesys, società attiva nel comparto della sicurezza informatica, emerge tuttavia un particolare interessante: la maggior parte dei cavi in fibra ottica che connettono l’Asia con l’Europa – attraversando il Canale di Sicilia – passano sul territorio egiziano. Per ora, dice la Renesys, questi cavi sono operativi, ma le prossime mosse dell’esecutivo del Cairo non sono per nulla scontate. Sebbene il blackout digitale non abbia minimamente scalfito la rabbia dei cittadini egiziani, appare difficile poter seguire gli sviluppi delle proteste minuto per minuto, online, come per la rivoluzione verde iraniana.
 

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