Alpini “terroni”? Per la Lega funzionano meno

Alpini “terroni”? Per la Lega funzionano meno

Dovevano essere il braccio armato della Lega Nord. L’esercito personale di Umberto Bossi. Quattromila fucili – così ipotizzavano i militanti più fanatici – al servizio della secessione. Ma tra gli Alpini e il Senatùr il feeling sembra finito. I giovani padani hanno smesso di subire il fascino della penna nera. Da quando il reclutamento professionale ha sostituito la leva obbligatoria, non si arruolano più. Un danno, per il Carroccio. Con relativa beffa: tra i volontari cresce esponenzialmente il numero di militari meridionali.

I parlamentari della Lega hanno deciso di correre ai ripari, approvando una proposta di legge dal vago sapore razzista. Un provvedimento con l’obiettivo dichiarato di ridurre «l’aliquota sempre crescente di volontari provenienti dalle regioni del Sud che – così recita la relazione al testo – incide profondamente sull’efficacia operativa delle unità alpine». Il documento era stato presentato tra le polemiche due anni fa. A fine gennaio – dopo venti mesi di stop – la commissione Difesa di Montecitorio ha ripreso l’esame della proposta. «A breve – spiega il relatore leghista Franco Gidoni – potremmo terminare i lavori e inviare il documento in Aula».

Ovviamente nel testo ufficiale – unificato con un’analoga proposta del Pdl Edmondo Cirielli – non c’è alcun riferimento agli alpini meridionali. Il leghista Davide Caparini, primo firmatario, si è limitato a proporre una serie di incentivi per favorire il reclutamento dei giovani padani. Incentivi rigorosamente federalisti: benefici di carattere fiscale e assistenziale a carico delle Regioni. E la creazione di apposite liste di volontari settentrionali, da cui gli enti locali potranno attingere in caso di bandi pubblici per impieghi relativi ad attività di sicurezza e protezione civile. È saltato, invece, il progetto di un’integrazione allo stipendio. La commissione ha bocciato l’ipotesi leghista di un bonus di 500 euro in busta paga.

La Lega e gli Alpini. Un amore controverso, spesso non ricambiato. Già nel 1993 il ministro dell’Interno Roberto Maroni, all’epoca giovane dirigente del Carroccio, aveva parlato del legame tra padani e penne nere. In un’intervista al settimanale Epoca aveva svelato (e frettolosamente smentito dopo le prime sdegnate reazioni) le simpatie che gli alpini bellunesi della Brigata Cadore nutrivano per il Senatùr. Più di 4mila militari – stando a quanto aveva scritto il giornalista – pronti a imbracciare le armi e a sostenere la secessione.

Gli inviti a servire la Patria sotto la bandiera con il sole delle Alpi non si contano. «Rivolgo un appello a tutti i giovani padani – diceva nel 1996 l’esuberante Mario Borghezio nella sua veste di ministro della Repubblica Federale Padana – perché si arruolino nel glorioso corpo alpino». Nell’estate del 2009 fu il turno di Umberto Bossi, che si presentò sul palco di un comizio vicino Belluno indossando un cappello con la penna nera.

Pur di mettere le mani sui reparti alpini, nel quartier generale leghista le hanno pensate davvero tutte. Qualche anno fa provarono persino a proporre le “Penne Verdi”. Una comunità che, nelle intenzioni degli ideatori, avrebbe dovuto contrapporsi all’Associazione Nazionale Alpini. L’idea tramontò dopo pochi mesi e pochissime adesioni. Di quell’esperienza è rimasto celebre il commento di un vecchio alpino veneziano: «Le penne verdi – spiegò ai commilitoni – ce l’hanno solo i pappagalli».

Ormai il Carroccio è forza di governo. E il sogno di un esercito del Nord è tramontato. Gidoni di fronte a certi ricordi quasi si imbarazza: «Noi della Lega gli alpini li sentiamo nostri, certo – spiega al telefono – ma non è mica una questione di voti. Difendiamo la loro appartenenza al territorio. Crediamo sia giusto salvaguardarne la tradizione e la cultura». La proposta di legge d’altronde parla chiaro. Nella relazione allegata al testo c’è scritto che l’arruolamento di giovani meridionali «snatura l’identità dei reparti delle truppe alpine e spezza i secolari legami con il retroterra sociale di cui sono tradizionalmente espressione». Una tendenza, si legge ancora, a cui bisogna cercare di «porre rimedio».

Sfugge alla Lega un dato. Buona parte degli Alpini sono sempre stati reclutati nelle regioni del Centro e del Sud Italia. È il caso del battaglione abruzzese “L’Aquila” – inquadrato nel 9° Reggimento Julia – decorato con due medaglie d’oro al valor militare. Ma non solo. Quasi tutti siciliani erano i componenti delle batterie di Artiglieria da Montagna impegnate in Eritrea nel corso di una delle prime guerre coloniali. A Messina un monumento ricorda il loro sacrificio. Ma a Via Bellerio, probabilmente, nemmeno lo sanno.

marco.sarti@linkiesta.it

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