Anche l’Eni ha paura dei Fratelli Musulmani

Anche l’Eni ha paura dei Fratelli Musulmani

Petrolio, greggio e gas naturale: le ricchezze egiziane in pericolo fanno parte del settore energetico. Dopo le dimissioni del presidente Hosni Mubarak, ora il problema è la stabilità, anche per le imprese straniere presenti sul territorio egiziano. Fra queste ci sono anche quelle italiane, che danno lavoro a oltre 15.500 nostri connazionali. Dalla Alex Bank (detenuta da Intesa Sanpaolo) a Pirelli, passando per Eni, la questione è capire che piega prenderanno i disordini. Secondo Foreign Policy «non si può escludere una presa di potere da parte dei Fratelli musulmani». Se così fosse, il clima potrebbe surriscaldarsi per le imprese straniere, specialmente quelle del segmento Oil & gas.

Secondo Shamel Hamdy, primo sottosegretario del Ministero del Petrolio egiziano, «il greggio per noi genera affari per oltre 200 miliardi di dollari». Dalla scoperta dei primi pozzi, nel 1869, l’evoluzione del mercato è sempre stata tendente al rialzo. Nel 2007 Hamdy ha siglato accordi per lo sfruttamento di nuovi giacimenti per un controvalore ufficiale di 20 miliardi di dollari. E fra le quasi 50 multinazionali energetiche operanti in Egitto il ruolo primario lo gioca Eni. La società di Paolo Scaroni è infatti la prima società internazionale del mercato petrolifero egiziano. Del resto, nello scorso luglio Scaroni ha spiegato che «il Nord Africa conta per il 35% nei conti di Eni», proprio mentre informava il mondo economico dei 50 miliardi di dollari di investimenti in Algeria, Egitto, Libia e Tunisia.

Il colosso energetico italiano non è immune ai tumulti di piazza che si stanno verificando. I vertici della società sono stati fra i primi a far rimpatriare i familiari dei dipendenti. E non erano pochi. La sua presenza nella terra dei faraoni è iniziata nel 1953, ma è negli ultimi anni che il suo interesse verso Il Cairo è cresciuto maggiormente. Con oltre 240mila barili di petrolio al giorno, 98mila di greggio e 23 milioni di metri cubi al giorno di gas naturale, Eni ha consolidato il suo primato nel Paese. A oggi Scaroni può contare su 59 concessioni minerarie per 26mila chilometri quadrati. La base d’appoggio per ogni operazione egiziana di Eni è la sua sussidiaria International egyptian oil corporation. Cinque i giacimenti più importanti: Belayim, Baltim, North Port Said, Ras el Barr ed El Temsah. Tuttavia, l’espansione di Scaroni non si ferma. Il piano di sviluppo 2010-2012 di Eni ha in previsione la creazione di quattro nuovi pozzi entro il 2013: Ha’py, Melehia Deep, Seth e Tuna. Inoltre, lo scorso 27 luglio Scaroni e il ministro del Petrolio Amin Sameh Samir Fahmy hanno firmato un accordo strategico per nuovi programmi di esplorazione, produzione e trasporto di idrocarburi.

Quanto vale il mercato Oil & gas in Egitto? Secondo i dati del Ministero del Petrolio egiziano, la produzione 2010 è stata di circa 660mila barili al giorno, che posiziona Il Cairo al 27esimo posto della classifica mondiale. Sono numeri che non devono trarre in inganno. Non appartenente all’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (Opec), l’Egitto è fondamentale nello scacchiere strategico. L’importanza è data dal Canale di Suez e dal Sumed, le due vie per il trasporto di greggio proveniente dal Golfo Persico. In particolare il Sumed pipeline, lungo oltre 200 miglia, è lo snodo principale dalle piattaforme del Mar Rosso. Per questa ragione è stata creata l’Egyptian General Petroleum Corporation (EGPC), la compagnia di bandiera che nei fatti è il primo interlocutore per le multinazionali operanti in Egitto. Da Apache a Vopak, passando per BP, Chevron, ConocoPhillips e Royal Dutch Shell, non manca nessuno. Nel complesso sono 48 le imprese estere del segmento oil & gas, tutte attive nelle quattro zone più ricche di petrolio: il Golfo di Suez, il deserto occidentale, quello orientale e la penisola del Sinai.

Oltre a questi giacimenti ci sono quelli off-shore, sia sul Mediterraneo sia sul Mar Rosso, collegati al Sumed. Sensibili sono i progetti futuri per lo sfruttamento degli idrocarburi egiziani. Shell ha intenzione di aumentare del 25% la capacità produttiva delle sue società. Gli investimenti previsti per il prossimo triennio sono di circa 2,5 miliardi di dollari. Allo stesso modo BP e Chevron hanno in programma nuovi fondi per, rispettivamente, 1,3 e 1,5 miliardi di dollari. Poco prima degli scontri, il Ministero del Petrolio aveva quasi terminato le operazioni di ricerca di nuovi giacimenti nel Mar Rosso, che avrebbero aumentato la produzione dell’8% nell’arco di dieci anni. La domanda di petrolio in Egitto è infatti in aumento. L’Egpc ha calcolato che nel 2020 saranno necessari 103 miliardi di barili l’anno per soddisfare la richiesta nazionale. Attualmente le scorte sono pari a 16 miliardi di barili di greggio e 12 miliardi di tonnellate di gas naturale. Saranno fondamentali le prossime settimane per capire che direzione prenderà la guida del Paese.

I disordini hanno già minato l’equilibrio che c’è fra il Governo egiziano e le compagnie petrolifere. Quasi tutte hanno ritirato i propri dipendenti e non è chiaro fino a quando, soprattutto ora che Mubarak è caduto. Eppure i rapporti fra istituzioni e imprese sono sempre stati fin troppo intensi. Nel 2004 il primo grosso scandalo. Hamad Said Taha, uomo vicino a Shell, fu arrestato con l’accusa di aver ripetutamente corrotto l’Egpc, dal 1995 al 2004, al fine di ottenere in anteprima i bandi per le nuove trivellazioni. Nel 2007 un nuovo ciclone ha sconvolto l’Egpc e la camera bassa del Parlamento egiziano. Secondo le indagini Mohamed Dahy, vicepresidente dell’Egpc per gli accordi commerciali, fornì informazioni secretate a Sabry Zaki, numero uno di Alex oil company. Ma un ruolo rilevante lo ebbe anche il deputato Emad El-Gelda, che cominciò a tessere dai primi anni Novanta una rete di consulenze con tutti i principali operatori energetici internazionali in Egitto. Il politico non fu condannato, sebbene emersero gli oltre 500mila dollari versati dai dirigenti di Petrogas al fine di ingraziarsi l’Egpc tramite El-Gelda. Nessuna multa nemmeno per la società olandese, che ora continua a essere sul territorio.

Forte dei 103 progetti approvati per il prossimo decennio fra esplorazione e trivellazione, il ministro Fahmy due mesi fa disse che «l’Egitto sta rivedendo i fasti della sua storia grazie all’oro nero». Parole che oggi non sembrano più valide a seguito delle dimissioni di Mubarak e per lo spettro dei Fratelli musulmani che aleggia sopra l’Egitto. Ma a patirne saranno soprattutto le multinazionali del petrolio, Eni compresa.