«Noi che scappammo dalla Libia in fiamme»

«Noi che scappammo dalla Libia in fiamme»

«Ieri sera sentendo dei bombardamenti sul popolo libico ho chiamato mia madre. Stavo male. Mi son sentita ributtata indietro nel 1967, quando scappammo da Tripoli mentre la macchina di mio padre prendeva fuoco». È una voce che si immedesima con «un popolo arrabbiato, sfinito che urla riempiendo le strade, mentre un capo di Stato usa la propria aviazione contro il suo popolo».

I ricordi di Claudia Fellus sono poche memorie salvate da un grande trauma rimosso. Aveva otto anni, nel 1967, quando con la sua famiglia di ebrei tripolini scappò dai pogrom libici e trovò riparo nella capitale. «La presenza ebraica in Libia datava da più di 2000 anni. C’erano ebrei di ogni estrazione sociale. La mia famiglia era medio-borghese, avevamo proprietà, terre, imprese. Ma allo scoppio della Guerra dei Sei Giorni, in cui Israele combatté contro tutto il mondo arabo, ci fu una sollevazione anti-ebraica. Ancora una volta (non era il primo pogrom) la caccia all’ebreo fu spietata, casa per casa. Il Re ci mandò a dire che non era in grado di proteggerci e così scappammo, tutti. Arrivammo a Roma con i soli vestiti che avevamo addosso…». Arrivare a Roma e nella comunità ebraica romana non fu facile. «Fummo molto ben accolti anche se i compagni di scuola ci trattavano come africani e chiedevano se usavamo il cammello o la macchina, a casa nostra…».

Due anni dopo, nel 1969, il Re capitolò a sua volta di fronte alla Rivoluzione del Colonnello Gheddafi, che nazionalizzò tutte le proprietà. Con quelle degli assenti, come gli ebrei profughi, fece ancora meno fatica. «Già, il pensiero di tutti noi fu: meno male che non siamo là…». L’Italia fu l’approdo obbligato: per la famiglia Fellus c’erano legami familiari già solidi, ma anche perché la cultura popolare era rimasta nell’aria, in Libia. «L’unica televisione che prendevamo, a Tripoli, era quella italiana». Sull’asse Italia-Libia si inaugurava così un canale di contatto che fu poi decisivo molti anni dopo, e in contesti tutti diversi, per altre emigrazioni che dalle sponde del Mediterraneo hanno puntato verso l’Italia.

Suo padre, insieme ad altri fonda subito un’associazione che raccoglie gli ebrei di Libia, ma Claudia Fellus a Tripoli ci torna tanti anni dopo. È membro di una ristretta delegazione di ebrei tripolini, composta da sei persone, che nel 2004 fa visita al paese e incontra alcuni esponenti del governo. «Noi volevamo parlare dei nostri beni, della memoria materiale, della nostra storia di libici scacciati dal loro paese. Loro, invece, ci chiedevano di tornare, di fare impresa lì e da lì in tutta l’Africa. La mia sensazione, ma posso sbagliarmi, è che avessero davvero bisogno di riavere tutto quel che avevano perduto, scacciandoci. I nostri saperi, le nostre tradizioni, il nostro sistema di relazioni. Insistevano, ci dicevano che noi siamo libici, che la Libia era la nostra terra». La memoria conservata di quella visita si riassume in poche battute: «Trovammo un paese cambiato, migliorato. Certo, ogni due metri c’era un poliziotto…». L’apertura del Colonnello avviene sull’onda dell’apertura dei canali internazionali: dopo la “soluzione” del caso Lockerbie e il ritorno delle grandi compagnie petrolifere e delle grandi compagnie internazionali e italiane. I primi incontri tra la comunità ed emissari della famiglia Gheddafi avvengono, in via riservatissima, già in Italia, prima di organizzare e realizzare il viaggio in Libia. Erano sei, cinque della generazione di fuggitivi già adulti, e una che scappò bambina, cioè Claudia Fellus.

Oggi Claudia guarda indietro, al suo passato e verso sud, a quella Libia che, pur simbolicamente, l’aveva invitata a “tornare a casa”. «Casa, ormai, è in Italia, perché la storia non è metafisica e il passato costruisce il presente e ne diventa parte. Proprio per questo, la Libia resta parte di noi e della nostra storia» e alla nostra cronaca, ancora una volta, si impone come terra di frontiera davvero vicina. 

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