Nordafrica, un altro errore degli “esperti”

Nordafrica, un altro errore degli “esperti”

Qualche analista occidentale è fiero oggi di aver previsto tutto quello che sta succedendo in Medio Oriente: i popoli dal Nord Africa al Golfo Persico, oppressi da dittature e autocrazie, finalmente stanno scoprendo la libertà. Il problema è che le cose non stanno così: non è di liberazione democratica che stiamo parlando, ma di una serie di sollevazioni separate con cause diverse. Sono i nuovi media ad aver fatto scintillare la rivolta nei vari Paesi – e questo è il vero punto d’unione.
È rimbalzato per le mail degli analisti politici il libro di Walid Phares del dicembre 2010, intitolato The Coming Revolution: Struggle for Freedom in the Middle East. Il commentatore americano Fareed Zakaria ha sostenuto che, finalmente, si stava realizzando la profezia di George W. Bush, cui «andava il merito di aver compreso il potenziale della liberazione democratica in Medio Oriente». Siamo però anche qui di fronte a un punto di vista «modernista» sulle rivoluzioni e sul loro esito: si crede che lo sviluppo porterà necessariamente alla democrazia. In Medio Oriente non è così e non sarà così.

In Egitto abbiamo avuto un golpe militare, in cui la piazza è stata usata dai generali per togliere di mezzo Mubarak e avere accesso al potere, evitando la riorganizzazione dello stato e i rischi connessi con un eventuale passaggio di consegne al figlio Gamal. In Tunisia c’è stata una svolta politica contro un dittatore, i cui esiti sono ancora incerti. In Libia è in atto un conflitto separatista, nel quale la regione della Cirenaica è in rivolta perché non ha accesso alle rendite dell’estrazione del suo petrolio. In Bahrein una minoranza sciita sta protestando contro la monarchia sunnita. In Arabia Saudita gli sciiti della zona orientale hanno organizzato alcune rivolte, subito sedate. Quella di Bahrein e Arabia Saudita è lo stesso tipo di frattura etnica che sta condizionando gli esiti politici in Yemen. In Iran, dove il golpe si è sviluppato già nel 2010, è in atto un conflitto generazionale.

La sorprendente mancanza degli analisti politici è stata l’incapacità di collegare insieme tutte le situazioni di insoddisfazione. Il limite degli occidentali è stato quello di voler per forza leggere negli sviluppi del Medio Oriente lo stesso cammino percorso dall’Europa nei secoli scorsi. Gli analisti sono stati incapaci di leggere il mondo per quello che era, e comprendere che qualcosa di radicale era in atto. Si tratta di un difetto nelle previsioni paragonabile a quello riguardante la crisi economica internazionale del 2008. Ma forse, proprio le molteplici dimensioni della rivolta araba ne hanno reso impossibile la previsione. L’unico tratto che le ha accomunate è stato il contagio dovuto ai media. All’interno dei Paesi la rivolta è stata coordinata dai social network: da questo punto di vista, l’Iran ha aperto la strada. A ogni media appartiene la sua rivoluzione: con il libro sono scoppiate le guerre religiose in Europa; con il giornale le rivoluzioni moderne; con la radio i nazionalismi anni Trenta. Con internet sono scoppiate le rivolte arabe. La rete, insieme ai mezzi tradizionali, ha fatto poi in modo che popolazioni su popolazioni venissero incitate al malcontento nel resto dell’area.

Dobbiamo oggi abbandonare il punto di vista modernista nel nostro approccio al Medio Oriente. Sono molto bravi in questo i cinesi, che adesso avranno un’opportunità unica per espandere la loro presenza nei Paesi arabi (dove non hanno fatto danni). L’Europa ha poche settimane per completare un suo esame di coscienza e cercare di organizzarsi in un approccio comune verso le realtà nazionali: Italia, Francia e Germania hanno dato il peggio di sé nei tentativi di allacciare separatamente i Paesi del quadrante negli ultimi anni. Sembra quasi che non riescano ad abbandonare un certo qual approccio vetero-coloniale nei rapporti con questi Paesi. Preoccupa che a capo della diplomazia europea ci sia oggi una signora inglese di nobili origini, Catherine Ashton.
Più che mai, dopo non aver saputo leggere correttamente quello che stava succedendo in Medio Oriente, dobbiamo fare in modo di rapportarci a esso in maniera coordinata. Sono in arrivo nuovi leader, nuovi movimenti, nuove pretese. Per dirla con Hannah Arendt, «il più radicale dei rivoluzionari diventerà un conservatore il giorno dopo la rivoluzione». Quando quarant’anni fa i nuovi leader arabi hanno preso il potere, i Paesi si sono schierati tra i poli russo e americano. In mancanza di simili egemonie, oggi la situazione è molto più rischiosa. Si ricordava che molte delle rivolte si sono conformate sulla divisione etnica sciita-sunnita. L’Iran, risolti i problemi interni, non rimarrà a guardare.

*Docente di economia e politica presso l’Università di Potsdam e Senior Fellow di bigs-potsdam.org

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