Obama è nelle mani dei giovani arabi

Obama è nelle mani dei giovani arabi

George W. Bush dovette aspettare l’11 settembre 2001 e i tremila morti delle Twin Towers per mettere a punto una nuova dottrina in politica estera, basata sulla guerra preventiva e sull’esportazione della democrazia. Per Obama ci sono volute migliaia di giovani egiziani che gremivano piazza Tahrir e chiedevano le dimissioni di Mubarak per imprimere una svolta riconoscibile alla sua strategia internazionale. Quando ha intuito che quei giovani non sarebbero andati a casa finché il vecchio leader non fosse caduto, ha abbandonato il tradizionale pragmatismo in politica estera, ha fatto la voce grossa con i suoi collaboratori e si è schierato dalla parte dei giovani rivoltosi dichiarando chiusa la partnership trentennale con un alleato fedele come Mubarak.

Roger Cohen, sul New York Times, ha scritto che siamo passati dall’11 settembre 2001 all’11 febbraio 2011. E l’accostamento delle due date non potrebbe rendere meglio la radicalità, e i rischi, collegati alle scelte dei due presidenti. Decidendo di schierarsi con nettezza dalla parte dei giovani in piazza Obama ha compiuto un colpo di teatro che ha rimescolato le carte della diplomazia in Medio Oriente. Nei primi giorni della rivolta egiziana il vicepresidente Joe Biden, in una delle sue numerose gaffes, si era spinto a dire che Mubarak non poteva neanche essere considerato un dittatore. Hillary Clinton aveva suggerito che, nonostante l’appoggio ai giovani rivoltosi, auspicava un cambiamento «gestito dal governo in carica». A Monaco Frank Wisner, inviato della Casa Bianca in Egitto, aveva precisato che la presenza del raìs al potere era indispensabile nella fase di transizione alla democrazia.

Nei primi giorni della rivolta egiziana Obama si era adeguato al cauto realismo dei suoi collaboratori, ma a un certo punto ha imposto la sterzata, ha sposato la causa dei rivoltosi, ha obbligato Hillary a fare retromarcia e ha scaricato il trentennale alleato degli Stati Uniti. L’uomo su cui erano stati investiti miliardi di dollari, il dittatore considerato l’ago della bilancia della regione più instabile del mondo. E in questo modo ha negato decenni di pragmatismo diplomatico, firmando una cambiale in bianco ai giovani scesi in piazza nelle strade dell’Egitto e della Tunisia, scommettendo sulla saggezza dei vertici dell’esercito, ma più in generale solidarizzando con le masse arabe oppresse dalla dittatura. A cominciare da quelle dell’Algeria e dello Yemen, del Bahrain e dell’Iran che nei giorni successivi hanno cominciato a far sentire la loro voce. Si è trattato di una scelta inattesa. Nell’estate del 2009, quando il movimento verde iraniano aveva ingaggiato un lungo braccio di ferro con il regime di Teheran, Obama era rimasto alla finestra e aveva scelto di non sbilanciarsi troppo. In quell’occasione aveva fatto inutilmente pesare la propria equidistanza sul tavolo delle trattative nucleari, provocando una delusione visibile in larga parte della base democratica americana. Al contrario, la scelta di appoggiare i giovani egiziani sembra oggi gradita ai progressisti Usa, specie ai molti che lo accusano di avere annacquato il messaggio di cambiamento che aveva infiammato le piazze nel 2008, nei mesi della campagna elettorale.

Ma quella del presidente americano è una scommessa ad alto rischio. La sua nuova dottrina non è certo basata sull’esportazione della democrazia, ma sul sostegno ai valori forti della democrazia. E questo preoccupa tutti i governi del Maghreb e del Golfo, i piccoli emirati, tutti i regimi con i quali gli Stati Uniti hanno cementato un solido legame con il doppio obiettivo di tenere sotto controllo l’estremismo islamico e garantire gli interessi americani nell’area, cioè l’accesso privilegiato ai pozzi di petrolio.
I realisti dell’amministrazione Obama temono che il nuovo corso possa portare a un indebolimento dei legami nella regione e presto a un terremoto nei rapporti diplomatici. L’amministrazione Usa rischia di trovarsi isolata in un’area che assomiglia a una polveriera. Nello Yemen la folla si raduna nelle piazze per chiedere le dimissioni del presidente Ali Abdullah Saleh con il quale gli americani hanno stretto un patto di ferro che consente loro di compiere operazioni antiterrorismo all’interno del paese e distruggere eventuali basi di Al Qaeda. Il re di Giordania licenzia il governo in carica e cerca di tenere sotto controllo la rabbia della popolazione. La monarchia saudita governa su un popolo dominato dall’estremismo islamico e siede su un quinto delle riserve di petrolio del mondo. Quando Mubarak ha annunciato il suo ritiro ci sono state manifestazioni di giubilo in Libano e a Ramallah, nel West Bank.

Il tam tam della rivolta si propaga in tutto il mondo arabo. Se i prezzi di alimenti come grano e frumento continueranno a salire le rivolte di piazza potrebbero moltiplicarsi. Con quale prospettiva?
Sul New York Times Thomas Friedman saluta con favore la scelta di campo di Obama e dice che «stiamo assistendo alla vera decolonizzazione dell’Egitto”». Il ragionamento non fa una grinza: per la prima volta non sono le grandi potenze a imporre leader e a disegnare confini. Ma cosa accadrà se i risultati di questi tumulti porteranno in direzioni non prevedibili e poco gradite? Liberarsi dal cappio neocoloniale porterà a governi democratici o ad autocrazie islamiche? Dopo trent’anni di dipendenza indiretta dagli Stati Uniti la popolarità della Casa Bianca non è certo alta nelle strade del Cairo: difficilmente un nuovo governo democratico potrà stringere rapporti fraterni con Washington. Ha scritto Steven Cook su Foreign Affaire: «Aspettarsi che un nuovo presidente egiziano – chiunque egli sia – costruisca una solida partnership con Washington è come immaginare Vaclav Havel chiedere assistenza ai sovietici dopo la rivoluzione del 1989».

Certo negli Stati Uniti le elezioni politiche del novembre 2012 non saranno decise da questioni di politica estera. L’anno prossimo la crescita economica e la disoccupazione saranno argomenti decisivi per la rielezione del primo presidente nero. Ma anche la politica estera avrà la sua importanza se le cose in Medio Oriente andranno storte. E la scommessa che Obama ha lanciato nei giorni scorsi potrebbe portare in una direzione imprevista. Se gli Stati Uniti perderanno parte del loro peso politico nell’area, Obama sarà indicato come il principale responsabile. E Israele farà la sua parte, additandolo, come già sta facendo, come il presidente che ha contribuito a spezzare il delicato equilibrio del Medio Oriente. Ma bisogna riconoscere che per ora l’inquilino della Casa Bianca sta raccogliendo insperati plausi anche dalla destra neoconservatrice. Ha scritto sul Washington Post Charles Krauthammer, uno dei più influenti opinionisti americani, assai vicino ai neocon: «Oggi tutti sostengono l’agenda della libertà. Ieri erano solo Gorge Bush, Tony Blair e la banda dei neocon […]. Oggi tutti, persino la sinistra, sono entusiasti per la democrazia araba. Bene. Un benvenuto ai nuovi compagni di viaggio». A Bush l’alleanza con i neocon portò male. Può darsi che Obama abbia una stella migliore. Dipenderà in larga misura dal comportamento dei militari egiziani se la prima vera democrazia in terra araba riuscirà a imporsi. Oggi la protesta dilaga nel mondo arabo. Ma alla fine gli elettori americani, quando dovranno scegliere il prossimo presidente, daranno più peso al prezzo di un gallone di benzina che alla democrazia in Medio Oriente.

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