Contro la Libia inventammo il bombardamento aereo

Contro la Libia inventammo il bombardamento aereo

“Bell’italian, per carità, non bombardarmi il Bosforo, non me lo bombardar…”. La canzoncina risale al 1911, ai tempi della guerra italo-turca ed è stata, in anni più recenti, riproposta da Paolo Poli in uno dei suoi spettacoli. Profetica, non c’è che dire. Un po’ perché gli italiani il Bosforo non l’hanno bombardato, ma la Libia invece sì. E un po’ perché, col senno di poi, possiamo vederci una sorta di bunga bunga d’altri tempi. La strofa precedente, infatti, recitava: “Un giorno un italiano/nell’harem penetrò/ e in barba al gran sultano/ la bella gli rubò”. Al che la bella, spaventata dall’italiano – burbero, ma col cuore d’oro – lo prega di non bombardare.

E invece no: il 1° novembre 1911 il tenente Giulio Gavotti è il primo pilota al mondo a sperimentare un nuovo metodo di combattimento destinato ad avere un grande avvenire: il bombardamento aereo. Novantanove anni e sei mesi dopo, altri aerei italiani sorvolano la Libia carichi di ordigni. Nel frattempo, le cose sono un tantinello cambiate.

A fine Ottocento Italia e Francia sono divise da interessi contrastanti sul Nordafrica: Roma aspira alla Tunisia, dove vivono moltissimi italiani, ma Parigi è più lesta a impadronirsene e nel maggio 1881 vi stabilisce il protettorato. Lo “schiaffo di Tunisi” costa il posto al presidente del consiglio, Benedetto Cairoli, che si dimette. L’Italia comunque non rinuncia alle sue mire sull’altra sponda del Mediterraneo; l’occasione arriva trent’anni dopo, quando muove guerra all’Impero ottomano, di cui la Libia è parte. Ai primi di ottobre 1911 i marinai italiani sbarcano a Tripoli. Roma sperimenta una novità assoluta: l’impiego bellico dell’aereo. I piloti – l’Aeronautica sarà istituita nel 1923 – sono ufficiali di marina e dell’esercito, per lo più di cavalleria e del genio. Viene costituita in fretta e furia una flottiglia di aeroplani, utilizzando i velivoli che avevano partecipato qualche giorno prima al raid Bologna-Venezia-Rimini.

Il contingente è un po’ brancaleonesco: si mettono assieme nove aerei di quattro tipi diversi, «alcuni dei quali portavano ancora i numeri di gara del raid», nota Gregory Alegi, il più importante storico dell’aviazione militare italiana. Partono dieci piloti assieme al personale dei servizi a terra: in tutto una cinquantina di uomini (a inizio 1912 arriveranno anche due dirigibili). Un nulla rispetto al contingente di 34 mila soldati al comando del generale Carlo Caneva (a contrastarli appena 4 mila turchi e un numero imprecisato di libici comandati da ufficiali ottomani). E una bella differenza con l’oggi, quando per ogni aereo sono necessari un centinaio di addetti, tra meccanici, avieri e personale vario.

Lo schieramento è veloce: il 16 ottobre il capitano Carlo Piazza arriva a Tripoli per stabilire dove collocare il campo di volo. Le prove cominciano il 22 ottobre e il 23 si esordisce con una missione operativa: una ricognizione aerea. La prima della storia. C’è da dire che non ci siamo fatti mancare proprio niente: quasi tutte le prime dell’aviazione militare vengono stabilite dagli italiani in Libia; oltre al primo bombardamento e alla prima ricognizione, il primo pilota morto in azione, il primo uso di radio in volo (arriva Guglielmo Marconi in persona per sistemare la sua invenzione a bordo degli aerei), la prima ricognizione fotografica (che non è quella del 23 ottobre, in quell’occasione il pilota si limita a disegnare su un taccuino), il primo pilota preso prigioniero, e anche – ma il primato va ovviamente ai turchi – la prima contraerea. È più veloce dire quello che non è stato fatto: trasporti (anche se c’era un progetto di far volare la posta) e caccia (perché gli ottomani non avevano aerei e quindi non c’erano nemici in cielo).

Ma torniamo al tenente Gavotti. Il 2 novembre il Corriere della sera – quantomai sulla notizia – fa il titolo d’apertura, e riporta in breve l’avvenimento del giorno prima: «Quattro bombe lanciate da un aeroplano sopra un accampamento turco». All’indomani è l’inviato di punta del Corriere, Luigi Barzini, a spiegare in prima pagina come fosse avvenuto il lancio. «Per la prima volta al mondo un aeroplano da guerra ha attaccato il nemico», scrive Barzini, e poi continua osservando che si tratta di quattro bombe Cipelli (dal nome dell’inventore, un ufficiale di marina morto dilaniato dalla sua invenzione) «un involucro sferico d’acciaio poco più grande di un’arancia». Gavotti colloca le bombe nel suo astuccio da toilette che fissa alla fusoliera dell’aereo. Una volta all’interno del velivolo se ne mette una in tasca, mentre in un’altra tasca sistema gli inneschi e in una terza i tappi. Giunge sopra l’oasi di Ain Zara, poco dopo le sei del mattino. Ma lasciamo parlare Barzini: «Roteando a 700 metri d’altezza, il tenente Gavotti ha preso la bomba, e, messala fra le ginocchia, vi innescava un fulminante e vi fissava il tappo. Doveva lavorare con una mano sola perché il motore, inesatto, lo costringeva a manovrare. Ha strappato la molla con i denti ed ha lanciato la bomba al disopra dell’ala destra». Tre ordigni scoppiano sull’oasi di Ain Zara e il quarto viene scagliato sull’oasi di Tagiura poco fuori Tripoli.

Gli italiani in Libia probabilmente non se ne rendono conto, ma inaugurano un’epoca: quella dei bombardamenti dall’aria. In ogni caso, anche ai suoi tempi, l’eco dell’azione di Gavotti è grandissima, tanto che Gabriele D’Annunzio lo celebra, chiamandolo immaginificamente “l’avvoltoio pallido”. 

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